INTERVENTI
Pubblichiamo a seguire la prima parte della riflessione di Rodolfo Ricci (Filef) sui fenomeni dell’immigrazione, dell’emigrazione e della cooperazione. La seconda parte dell’articolo verrà pubblicato nel numero di domani.
ROMA – Nell’analisi degli attuali fenomeni migratori e delle connesse questioni economico-sociali, giuridiche e politiche è opportuno richiamare alcuni aspetti di ordine storico e di approccio di indagine che consentano di ricostruire una unità di lettura dei fenomeni migratori in quanto effetti – e allo stesso tempo concause – dei mutamenti strutturali che li producono e che li alimentano.
Dal punto di vista giuridico, accanto al diritto di migrare o di libera circolazione, di accoglienza, di inserimento e di integrazione nei paesi ospiti (un diritto richiamato nei testi più antichi di tutte le civiltà: “ero straniero e mi hai accolto”), va recuperato il diritto – moderno – di poter vivere dignitosamente nei luoghi e paesi di origine, oppure di potervi tornare in condizioni e con opportunità di re-inserimento civile, sociale e lavorativo, dignitoso; senza questa possibilità il diritto ad una libera circolazione rischia di celare la forzatura all’espatrio, all’emigrazione forzata, qualità che purtroppo contraddistingue la quasi totalità degli esodi emigratori almeno negli ultimi due secoli.
L’attenzione univoca al diritto di spostamento e di stabilimento nasconde la ragione essenziale e profonda dei movimenti di masse di persone, innescati, oggi come ieri, dai movimenti paralleli di concentrazione di capitale, dallo sfruttamento incondizionato di grandi aree e territori periferici a vantaggio di quelli centrali e la necessità di disporre nei centri direzionali della produzione e della finanza di grandi quantità di risorse umane sottratte, senza alcuna contropartita, ai territori periferici di partenza.
Il fatto che non vi sia contropartita e cioè che le persone vengano acquisite dai paesi di accoglienza senza che allo stesso tempo si produca un flusso finanziario in senso inverso – che almeno in parte compensi l’appropriazione di capitale umano creato dai territori di partenza -, costituisce uno dei principali problemi per la comprensione degli effetti dei movimenti migratori, generalmente positivi per i paesi accettori – almeno nei periodi di crescita -, ma sempre negativi per le aree di partenza.
L’occultazione di questo fatto sotto la moderna cortina fumogena del diritto individuale e personale ad emigrare nasconde la realtà obiettiva dell’impoverimento delle aree di partenza causato dalle migrazioni, cioè di un capitale umano che viene trasferito, o regalato, ai paesi di arrivo.
Certo, vi sono dei rischi interpretativi nell’approccio qui proposto. Ma sono decisamente più gravi i rischi della sua ignoranza. Quando l’aggressione “estrattiva” ai territori periferici passa, dalle risorse “naturali” (terra coltivabile, acqua, risorse miniere, ecc.) al capitale umano, si assiste in realtà al massimo livello di sfruttamento e di appropriazione possibile. E al definitivo superamento della fase coloniale della storia contemporanea – contraddistinto dall’appropriazione e dal dominio dei territori – con quello del trasferimento ciclico delle fondamentali risorse dei territori coloniali dentro i centri direzionali dell’economia capitalistica in ragione delle sue necessità congiunturali. La politica di dominio si emancipa definitivamente, dalla rozza conquista delle terre, al trasferimento netto delle sue risorse, nella misura e nelle qualità storicamente determinate dalle necessità di valorizzazione del capitale. Questo passaggio costituisce un’innovazione decisiva. In un certo senso, costituisce la massimizzazione dell’appropriazione del valore lavoro in quanto concepito come risorsa naturale, analogamente a quello delle altre risorse naturali. Cioè come pura merce anonima, tra le altre merci. Ma si tratta della merce di maggior valore poiché è in grado di trasformare in oro tutto ciò che tocca…e la specificità, unica, del lavoro immigrato rispetto al lavoro autoctono è che esso non è costato niente a chi lo usa.
I fenomeni migratori contemporanei si sviluppano in un arco temporale abbastanza lungo di cui, spesso, emergono o si colgono solo i momenti parossistici e talvolta emergenziali della partenza (o dell’arrivo), mentre vengono tenuti in secondo ordine gli articolati e complessi processi di insediamento, inserimento e integrazione nelle società di arrivo e gli effetti – strutturali e duraturi – che essi producono a diversi livelli, sia sui paesi di arrivo e, molto di più, su quelli di partenza.
D’altra parte, nella discussione che si sviluppa all’interno delle società ospitanti, si registrano nel migliore dei casi, posizioni che privilegiano esclusivamente la questione del diritto individuale di movimento nel contesto dalla cosiddetta globalizzazione; in particolare nei settori dell’opinione pubblica con orientamento “progressista”, si sottolinea la questione del diritto di emigrare, del diritto all’accoglienza e di asilo, mentre si tende ad evitare una riflessione sugli effetti che l’arrivo di cittadini migranti produce all’interno delle società di accoglienza in particolare rispetto al mercato del lavoro locale (aumento della competizione e della segmentazione divisoria e piramidale del mercato del lavoro), e, di conseguenza, sui processi di difesa identitaria delle comunità locali che, allo stesso tempo, sollecitano una reazione contraria, anch’essa identitaria, delle etnie che si insediano, le quali sono giustamente restie ad una completa assimilazione culturale nelle società ospitanti.
Nei paesi ospitanti, l’analisi “progressista”dei processi migratori e dei suoi connessi e variegati effetti vengono in gran parte diluiti in una visione assimilatoria o di apertura ecumenica e paternalistica che non dà conto di quanto emerge qualora i processi di integrazione non funzionino a dovere – in particolari nelle fasi congiunturali di crisi – e che viene percepito dai settori più svantaggiati delle popolazioni autoctone con contrasto e rifiuto in quanto aggressione al proprio status sociale e identitario. Le rivolte delle banlieu francesi prima e, a distanza di un decennio, l’emergere di una posticcia identità islamica radicale nell’area franco-belga in concomitanza con la nascita del Daesh in Siria e in Iraq sono esempi di queste dinamiche. Le reazioni xenofobe e neo razziste in tutta Europa (e negli Usa) ne costituiscono gli effetti macroscopici in un momento di crisi economica che non accenna a risolversi e in cui le prospettive di crescita dell’occupazione e ridistribuzione dei redditi sono stati annichiliti dalle misure di austerità e dalla progressiva riduzione – e privatizzazione – dei sistemi di welfare.
Allo stesso tempo, ciò che non si registra – o che non viene alla luce in questa discussione – è la prospettiva di lettura dei paesi erogatori dei flussi emigratori verso il nord del mondo. Ciò significa che per molti versi, “ce la cantiamo e ce la suoniamo”, o per essere più prosaici, che tutta la vicenda delle migrazioni internazionali continua ad essere interpretata da un’unica ottica o punto visuale – quello dei paesi ospitanti -, o, per essere più precisi, quello delle loro classi dirigenti, parte delle quali, in ragione dei rispettivi interessi, cavalca un generico diritto di mobilità, mentre la parte avversa stimola l’onda xenofoba.
Soltanto quando il corso storico degli eventi fa passare un paese da fruitore ad erogatore di flussi emigratori si riconquista un equilibrio di analisi in grado di compendiare le due facce della medaglia: è il caso dell’Italia negli anni dieci del XXI secolo.
L’emigrazione italiana
La questione migratoria italiana, antica e recente, può in questo contesto, venirci in soccorso, semplicemente perché l’Italia è stata, per oltre un secolo, paese di emigrazione e solo negli ultimi 4 decenni anche paese di immigrazione. Ma, dal 2008 in poi, il maturare della crisi ha fatto registrare la ripartenza di consistenti flussi di emigrazione nostrana dal nostro paese, parallelamente all’arrivo di imponenti flussi di immigrazione non regolata causati da guerre, crisi ambientali e, più in generale, dalla situazione di degrado in cui i processi di globalizzazione hanno ridotto gran parte del continente africano e alcune aree del medio oriente e del mediterraneo aggredite dai 25 anni di guerre dell’occidente.
L’Italia è uno dei pochi paesi al mondo che, proprio per la sua storia, ha elaborato analisi dei fenomeni migratori sia dalla prospettiva del paese di esodo, sia da quello del paese di arrivo. Coniugare queste due prospettive può costituire un elemento importante per un approccio al problema che consenta di minimizzarne gli effetti negativi e possibilmente di valorizzarne le opportunità, in ogni caso, di immaginare strade di soluzione che non siano improntate all’esclusivo interesse dei paesi di arrivo.
Allo stesso tempo, ciò che ci insegna la storia italiana è che per affrontare seriamente la questione migratoria in generale si dovrebbe essere bendisposti a mettere in discussione la “naturalità o fatalità” degli esodi di popolazioni ed invece a ristabilire un equilibrio positivo tra ragioni e regioni degli esodi.
Approccio socio-economico e “diritto-umanista”
Secondo Carlo Levi, la grande emigrazione italiana sviluppatasi tra la fine dell’800 e la prima metà del ‘900 è l’effetto della sconfitta degli auspici e delle lotte sociali delle masse meridionali dopo l’Unità d’Italia. Secondo una celebre espressione di Francesco Saverio Nitti, alle masse meridionali non restava che scegliere tra due opzioni: “O brigante o emigrante”. Sconfitta, dopo l’unità d’Italia, la rivolta delle plebi meridionali per la loro emancipazione e la conquista di terre da coltivare per la propria sopravvivenza, si aprì il grande fiume della prima emigrazione verso le Americhe.
Paolo Cinanni, nel secondo dopoguerra, ci propone un’analisi più strutturata e fondata dal punto di vista scientifico, arrivando a conclusioni analoghe: dopo la sconfitta del fascismo, fondato sul patto tra industriali del nord e grandi possidenti e latifondisti del sud, con il fallimento di una vera ed efficace riforma agraria che consentisse una ampia ridistribuzione delle terre e fornisse i mezzi per coltivarle, si dissolse la possibilità di uno sviluppo endogeno e democratico del meridione e, a seguito di tale fallimento, ricominciò l’emigrazione, questa volta prevalentemente verso il triangolo industriale e verso il nord Europa.
Secondo Levi e Cinanni, i due maggiori flussi emigratori che portano in un secolo circa 30 milioni di italiani all’estero, sono frutto di due epocali sconfitte sociali e politiche. La conseguente riduzione della popolazione giovanile attiva costituisce, da una parte l’occasione per ridurre le tensioni sociali in un paese che non è in grado di valorizzare il proprio capitale umano disponibile e, allo stesso tempo, consente di riprodurre rapporti sociali conservativi e arretrati in cui le classi dominanti vedano garantita la propria riproduzione, lo status quo. In entrambi i casi, gli accordi di emigrazione “concordati con i paesi più avanzati” sono lo specchio di un patto sociale fondato sulla salvaguardia della rendita nelle aree di esodo e del parallelo interesse dell’aggressivo capitale finanziario internazionale alla giovane forza lavoro del paese.
Non vi sono ragioni maltusiane (sovrappopolazione) all’origine dei flussi, ma solo relazioni di scambio di natura neoimperialistica che le giustificano, tanto è vero, dice Cinanni (Emigrazione e Imperialismo – Ed. Riuniti 1968), che i flussi si determinano a seguito di accordi tra paesi, o meglio tra classi dirigenti di paesi accomunati dalla convergenza delle rispettive esigenze di sviluppo accelerato, da una parte, e di mantenimento di specifiche strutture di potere dall’altra: sviluppo accelerato per i paesi centro europei ad alta concentrazione di capitale e relativa bassa concentrazione di forze di lavoro nell’epoca del boom fordistico-tayloristico e, specularmente, paesi, come tutti quelli della costa mediterranea dell’Europa, a più bassa concentrazione di capitale e relativa maggiore presenza di forze di lavoro disponibili.
Nell’ambito di questo ragionamento, Cinanni finisce col vaticinare, all’inizio degli anni ’70, l’emergere inevitabile – a meno di cambiamenti decisivi nelle relazioni tra i paesi europei – di una nuova “questione meridionale” che riguarderà tutte le penisole sud europee (la iberica, l’italica, la balcanica e la greca) analogamente a quanto accaduto nei cento anni precedenti tra nord e sud Italia.
(“L’emigrazione, strumento di sfruttamento e subordinazione dei paesi mediterranei”– in Che Cos’è l’Emigrazione – Scritti di Paolo Cinanni – Ed. Filef 2016.). (Rodolfo Ricci*-cambiailmondo.org/Inform)
*Federazione italiana emigrazione immigrazione