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Goffredo Palmerini: Accoglienza e buone pratiche, l’intervista a don Dante Di Nardo e una testimonianza (prima parte)

L’AQUILA CITTÀ ACCOGLIENTE

L’AQUILA – “L’accoglienza delle persone migranti”, a cura di Tiziana Grassi, è un libro appena pubblicato da One Group Edizioni. Il volume ha avuto una presentazione riservata esclusivamente alla stampa e ai 128 autori, lo scorso 18 dicembre a Roma. La presentazione al pubblico è prevista nel prossimo mese di gennaio a Roma, a L’Aquila e poi in molte altre città italiane. Tra i contributi di cui si compone il volume c’è anche quello di Goffredo Palmerini. Parla di una buona pratica a L’Aquila, in una parrocchia della periferia della città, raccontata in un’intervista da don Dante Di Nardo parroco a Pettino e in una testimonianza d’un migrante accolto in quella parrocchia. Con il consenso dell’editore, qui di seguito si riporta la prima parte del contributo. Su Inform di domani la seconda parte.

L’Aquila è davvero una città magnifica, con una storia singolare sin dalla fondazione. Nacque infatti nel 1254 con il concorso di 99 Castelli – secondo la tradizione, ma in realtà furono una settantina – di un esteso territorio, ciascuno realizzando il proprio quartiere, con chiesa piazza e fontana. Una città particolare, unica nel Medioevo, nata non per un’aggregazione casuale come le altre ma secondo un disegno armonico che non trova precedenti nella storia dell’architettura urbana europea. Solo tre secoli e mezzo dopo si definisce un caso simile di costruzione d’una nuova città: nel 1703, con la nascita di San Pietroburgo.

La pianta urbana è pressoché sovrapponibile a quella di Gerusalemme: novella “città santa” quasi a marcare la cifra della dimensione spirituale che assumerà. L’impianto urbano è diviso a croce, in quattro “Quarti”, e il reticolo viario è organizzato secondo lo schema romano del cardo e decumano. La città palesa subito una sua forza, nello stretto legame tra i cittadini intus moenia e i cittadini extra, rimasti nei Castelli d’origine, anche nella condivisione della vita civile e politica. Per tre secoli L’Aquila conosce il suo migliore splendore. Gode nel regno di un’autonomia spiccata. Ha privilegi fiscali da marca di confine, batte la sua moneta, ha proprie leggi, intrattiene commerci intensi con l’Europa vendendo lana, zafferano e il panno aquilano. In città s’insediano vere e proprie comunità di finissimi maestri artigiani – impegnati nelle costruzioni di chiese, case e palazzi – e mercanti: francesi, tedeschi, veneziani, fiorentini, lombardi, albanesi, come testimoniano ancor oggi i nomi delle vie del centro storico.

A quarant’anni dalla fondazione, L’Aquila vive un evento epocale per la storia della Chiesa, scossa in quegli anni da gravi turbamenti che Gioacchino da Fiore e Francesco d’Assisi, nel secolo precedente, avevano fortemente avvertito, vaticinando un’Era dello Spirito ed invocando il ritorno ad una Chiesa lontana dal potere e dalla ricchezza, un’Ecclesia spiritualis. Il 29 agosto 1294 il monaco Pietro Angelerio del Morrone, eletto al soglio pontificio il 5 luglio dal Conclave di Perugia, viene incoronato Papa con il nome di Celestino V nella Basilica di Collemaggio. Giusto un mese dopo l’incoronazione, il Papa istituisce all’Aquila il primo Giubileo della storia della Cristianità, la Perdonanza, per chiunque entrerà nella Basilica di Collemaggio dai vespri del 28 a quelli del 29 agosto di ogni anno, sinceramente pentito e confessato, avendo perdonati tutti i peccati commessi sin dal battesimo. Atto gratuito di riconciliazione con Dio e tra gli uomini che acquista rilevanza rivoluzionaria, come rivoluzionario sarà il gesto delle dimissioni dal papato il 13 dicembre 1294.

Un’aura di santità accompagna l’anziano pontefice tornato umile monaco. L’elevazione agli altari viene invocata già all’indomani della sua morte, il 19 maggio 1296. La proclamazione di santità per Pietro Celestino avviene nel 1313. Ma un altro Santo, un secolo e mezzo dopo, avrà forte rilevanza nella storia dell’Aquila e della Chiesa universale: San Bernardino da Siena. Enorme l’influsso della predicazione e della presenza del francescano senese. L’Aquila vive la riforma del francescanesimo, l’Osservanza, direttamente con il propulsore San Bernardino, e con i suoi confratelli più stretti San Giacomo della Marca e San Giovanni da Capestrano. Grande influenza avranno i francescani nella crescita della città, nella sua evoluzione sociale. Bernardino torna per sua ferma volontà all’Aquila nel 1444, per morirvi il 20 maggio ed esservi finalmente sepolto.

Ci fermiamo qui nel racconto della storia dell’Aquila, avendo parlato della spiritualità penetrata nella memoria collettiva della comunità aquilana: i valori del messaggio celestiniano, che richiamano alla concordia, alla riconciliazione, al perdono, alla pace, e la forte impronta dell’Osservanza francescana, con una schiera di Santi e Beati. Non solo ai Celestini e ai Francescani si deve però questa impronta spirituale aquilana, giacché una straordinaria fioritura di ordini religiosi e congregazioni ha connotato la vita spirituale all’Aquila, dai Benedettini ai Domenicani, dai Cistercensi ai Gerosolimitani, dai Minimi agli Agostiniani, dai Gesuiti ai Filippini, dagli Olivetani ai Barnabiti, tutti importanti nel consolidare lo spirito di accoglienza e di aiuto verso i bisognosi.

Ma la storia dell’Aquila è costellata anche da terribili terremoti, almeno cinque i più distruttivi, nel 1315, 1349, 1461, 1703 (il più grave in perdite di vite umane, 6000 vittime), infine il terremoto del 6 aprile 2009. Da poco L’Aquila ha fatto memoria del terremoto che dieci anni fa la sconvolse. La città sta rinascendo, come sempre ha fatto dopo tutti i terremoti devastanti della sua storia. Sta risorgendo più bella di prima. La ricostruzione della città antica, uno dei centri storici più vasti e preziosi d’Italia, procede. Come in tutte le precedenti ricostruzioni grazie a provetti mastri costruttori e raffinate maestranze artigiane, anche questa volta c’è il concorso di professionalità giunte da ogni dove, dall’Italia e dall’estero, che la stanno restaurando e riedificando con tecniche costruttive antisismiche d’avanguardia.

Molti gli immigrati che lavorano nelle imprese impegnate nella città che risorge, nel cantiere più grande d’Europa. Passando tra i cantieri e le gru erette a L’Aquila, nell’intrico medievale di vie vicoli e “coste”, risuonano tra le mura dei palazzi e sulle impalcature dialetti e inflessioni regionali italiane, ma anche tanti idiomi ed accenti di terre straniere. Sembra una babele, in un brulichìo di uomini e mezzi. Ma in fondo c’è una sorta di gradevole armonia nel vociare fecondo che accompagna la rinascita. Rivive l’antica attitudine dell’Aquila, come nelle quattro ricostruzioni precedenti, ad accogliere genti venute da ogni dove. Genti con culture e provenienze diverse, ma sempre poi integrate nella sua comunità. Nel difficile tempo che viviamo, con epocali migrazioni dall’Africa, dall’Asia e dal Medio Oriente di popolazioni colpite da guerre, persecuzioni etniche e religiose, dittature e carestie, dalla fame e dalle conseguenze dei cambiamenti del clima, in cerca di avvenire nella ricca Europa, un nuovo umanesimo s’impone nelle politiche di accoglienza e di integrazione dei migranti.

Stanno rinascendo stigmi e muri, paure e operazioni che le alimentano. La storia dell’umanità e delle sue migrazioni non sembra insegnare nulla alle nostre società, sul bisogno di comprendere prima, e poi di governare, i fenomeni migratori. C’è però chi sa leggere il segno dei tempi, chi sa aprire alla speranza di un umanesimo nuovo, che sa accogliere e integrare. Le loro testimonianze sono il sale della terra, l’antidoto alle paure, la visione di un mondo diverso e possibile, migliore. Il terremoto del 2009 ha esonerato L’Aquila dai programmi di ripartizione dell’accoglienza agli immigrati, rifugiati e migranti economici. Eppure, tanti esempi di buone pratiche hanno costellato questi nostri anni difficili, richiamando l’attitudine aquilana all’accoglienza, all’ospitalità, all’attenzione verso le culture diverse, in tante associazioni, parrocchie e nel centro d’accoglienza del Movimento Celestiniano.

Ne parlo con don Dante Di Nardo, un prete dell’Aquila alla guida di una Parrocchia nella periferia della città, la più popolosa delle periferie del capoluogo d’Abruzzo. Dal 2007 don Dante conduce la Parrocchia di San Francesco a Pettino. Vi era arrivato da Paganica, dove in 16 anni aveva portato avanti un lungo percorso di catechesi e pastorale, formando e maturando in quella comunità parrocchiale una forte consapevolezza all’accoglienza, al dialogo multiculturale, alla mondialità. Belle esperienze si erano realizzate a Paganica: l’accoglienza estiva, in più occasioni, di gruppi di ragazzi e bambini Saharawi, l’ospitalità ai ragazzi di Bucarest che vivevano abbandonati nei tunnel dei sottoservizi stradali, recuperati con il progetto del francese Miloud Oukili e da questi formati all’arte circense, altre accoglienze realizzate con diversi gruppi etnici. Insomma una palestra, per tanti giovani, di attenzione al mondo, e al mondo del bisogno. Un intenso esercizio durato anni, per la comunità paganichese, nella sensibilizzazione ai temi dell’accoglienza e del dialogo interculturale, di apertura al terzo mondo, di educazione alla pace e all’attenzione verso gli ultimi.

Don Dante, da dove vogliamo iniziare il racconto dell’accoglienza nella tua esperienza pastorale?

Non saprei da dove cominciare. Parto da una convinzione: niente si improvvisa e nulla avviene per caso. C’è una mano discreta, un occhio che vede oltre… e un cuore vigile che silenziosamente depone negli uomini il seme dei grandi ideali. E aspetta. Aspetta che il seme incontri il terreno della storia: volti, eventi, fatti, storie… Nascosto nel terreno buono della storia il seme muore, germoglia e cresce. Potrei cominciare da lontano, lasciandomi condurre dai ricordi, navigando tra i gesti di un tredicenne che trascorreva il suo tempo libero in una parrocchia attenta alle storie… Ma forse è meglio venire all’oggi, al grande desiderio di stare nella storia, negli avvenimenti che riguardano gli uomini e le donne con i quali condivido un tratto di strada.

Pensi che per il cristiano l’attenzione verso chi soffre e verso le persone lacerate dai drammi del nostro tempo sia un impegno primario per vivere autenticamente la Fede, un imperativo di umanità e fratellanza verso gli ultimi?

La regola dell’incarnazione vissuta da Gesù Cristo non permette al cristiano di stare fuori della storia. Risuonano ancora dentro di me le parole di un vecchio amico e maestro: “Dio opera non nonostante l’umano ma mediante l’umano”. Questa premessa mi sembra importante per mettere in evidenza ciò che dirige i miei passi e sostiene le mie scelte. (Goffredo Palmerini, fine prima parte – Inforrm)

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