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INFORMAZIONI DEL GIORNO – NEWS PER GLI ITALIANI ALL'ESTERO

Tiziana Grassi: “Lingua e Migrazioni. Le parole definiscono la realtà?” (II parte)

IMMIGRAZIONE

 

Annotazioni sul Convegno “Comunicare l’Immigrazione”. Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale – La Sapienza Università di Roma

 

Marco Bruno, da anni impegnato nello studio del rapporto mass media-immigrazione, ha ricordato che “nel lavoro Fuoriluogo. L’immigrazione e i media italiani (M.Binotto, Pellegrini ed., Cosenza, 2003) c’era un paragrafo dal titolo ‘Mai più Novi Ligure’ (il delitto di Novi Ligure fu un caso di cronaca nera particolarmente noto, avvenuto il 21 febbraio 2001. Erika De Nardo, che all’epoca aveva 16 anni, con il concorso dell’allora fidanzato Mauro “Omar” Favaro, di 17 anni, uccise premeditatamente a colpi di coltello da cucina la madre Susanna “Susy” Cassini e il fratello undicenne Gianluca De Nardo. Erika De Nardo narrò, con vistosi errori e contraddizioni, di una rapina ad opera di extracomunitari finita in tragedia, fornendo una descrizione di due malviventi che a suo dire ne sarebbero stati responsabili. Due extracomunitari: “il colpevole perfetto” – secondo i più consunti stereotipi – generò manifestazioni di protesta contro gli immigrati in tutta Italia, Novi Ligure compresa, ndr), a conferma che negli anni, come puntualmente osservava Morcellini, non si assiste a grandi cambiamenti nel tipo di narrazione, se vediamo la frequente esposizione di casi di cronaca nera spesso collegati a cittadini immigrati. Tutto ciò si ritrova nei grandi come nei piccoli casi mediatici, aizzando e lavorando sugli istinti nei confronti dell’Altro. A volte avvengono dei ritorni all’indietro: erano anni che non mi occupavo delle questioni dell’Islam, eppure oggi si ritorna a parlare di <guerra santa>. Il potere della rappresentazione rispetto ai fatti è fortissimo. C’è ancora tanto da fare – ha osservato lo studioso – probabilmente si deve tornare a riflettere sulla qualità del giornalismo, dobbiamo segnalare la non accuratezza dei termini. E lavorare molto sulla formazione”.

Il ruolo centrale dell’informazione, la necessità di un giornalismo di qualità, di un uso corretto delle parole e delle definizioni/denominazioni, sono spesso evidenziati negli studi e nelle ricerche di Flavia Cristaldi, docente di Geografia umana e di Geografia delle migrazioni all’Università di Roma “La Sapienza”: già nel convegno dal titolo “Le parole per dirlo. Migrazioni, Comunicazione e Territorio”, che la studiosa organizzò nel 2008 (Le parole per dirlo. Migrazioni, Comunicazione e Territorio, Atti del Convegno a cura di Cristaldi F., Castagnoli D., Morlacchi ed., Perugia, 2012), suggeriva ai giornalisti di inserire nei loro articoli le carte geografiche “per localizzare anche visivamente gli eventi narrati e sviluppare una consapevolezza spaziale del Pianeta Terra e dei suoi abitanti”. La geografa, estendendo e storicizzando il campo delle riflessioni sul tema migratorio, osservava che “a volte basta l’uso di un termine per etichettare una persona e rinunciare a conoscerla nella sua individualità e specificità. Nei giornali, nei programmi televisivi, ma anche in alcuni articoli scientifici, il linguaggio utilizzato per indicare i migranti rientra nello stereotipo e finisce per alimentare la mappa della paura piuttosto che la conoscenza reale del fenomeno. Le migrazioni hanno da sempre caratterizzato la specie umana, ne hanno influenzato l’evoluzione e la geografia, ed oggi rappresentano uno degli elementi costituenti dell’essere sul pianeta, delle fughe dagli eventi catastrofici naturali, così come dalle guerre e dalle carestie, ma anche l’elemento di riscatto per vite compresse in società che non offrono opportunità lavorative o sociali. Le motivazioni che hanno spinto e spingono gli essere umani allo spostamento, alla migrazione in una terra diversa, sono da sempre molteplici e poliedriche. Nei secoli singoli individui, famiglie o interi popoli si sono spostati, hanno attraversato i confini per creare nuovi territori che portano ancora i loro segni nella storia e nel paesaggio. (…). Il pericolo di una confusione terminologica, di un etichettamento e di una stereotipizzazione del fenomeno migratorio e degli individui coinvolti viene scientificamente studiato da un gruppo di ricerca del prof. Mario Morcellini: (…) l’analisi dimostra come gli organi d’informazione facciano più spesso disinformazione lanciando allarmi che alimentano la paura e rafforzano gli stereotipi negativi (…). La presenza multietnica è ormai un elemento strutturale del Sistema Italia e va quindi riconosciuta, studiata e governata affinché nel prossimo futuro, attraverso un processo di educazione e d’istruzione, tale presenza possa essere trasformata in interculturale”.

In un’ottica metacomunicativa, il ruolo della parola e dei registri linguistici nelle interazioni umane, la funzione performativa e sociale del linguaggio hanno, oggi, fondante cittadinanza nella complessificazione della realtà, implicando e sollecitandone l’intrinseco senso di responsabilità. Se l’informazione è ‘avariata’ e fuorviante – tra i molti focus di riflessione della giornata – se è solo denuncia di ‘nera’ senza il substrato di una prospettiva ermeneutica, se è al servizio del populismo e non chiarisce informazioni inesatte, concorre a creare uno spazio pubblico esacerbato seminando stille tossiche di invidia sociale che serpeggia sotto la crisi economica che ha accartocciato il nostro Paese in un mantra dell’austerity senza visione. Se i giornalisti, invece che rivendicare i valori migliori della nostra democrazia e resistere alle tentazioni demagogiche, scelgono di cavalcare un certo malessere xenofobo con una insistente informazione di tipo emergenziale, da salotto televisivo, a cui non seguono analisi e approfondimenti contestualizzanti, rischiano di rendere confusi i diversi piani della realtà, alimentando rabbia ed esasperazione. Un giornalismo di approccio antropocentrico sembrerebbe dunque l’antidoto al rischio della non-informazione, o peggio, della disinformazione, come si è verificato per la narrazione della violenta protesta anti-immigrati a Tor Sapienza, il quartiere alla periferia di Roma che nello scorso novembre si è ribellato contro immigrati-sindaco-e-governo. Il segno di un malessere, di una miscela sociale esplosiva – come sottolineava Morcellini nel suo intervento – che esprime il dolorosissimo conflitto ai piani bassi della piramide sociale. Un malcontento che, intrecciandosi con la società multietnica, in realtà deriva da altri problemi che investono l’Italia, come il diffuso senso di marginalizzazione, di esclusione, solitudine e destabilizzante paura del futuro.

Temi che – sollevati nell’incontro alla Sapienza – offrono e necessitano di molteplici e trasversali prospettive di osservazione demandate a chi opera nel campo della comunicazione e tratta le dinamiche migratorie. E può costituire una grande opportunità, l’occasione di un sostanziale cambio di passo, il modo in cui raccontare i processi in corso: da molti anni il (buon) giornalismo ha perso il contatto con il dato esperienziale diretto, con la verifica ‘dal vivo’ delle fonti, quale l’ascolto dei soggetti protagonisti della migrazione, spesso sostituto da un amalgama generalizzante, dalla notizia-spot-del-giorno, da risse televisive che diventano rumore mediatico. Una superfetazione comunicativa che non contribuisce a dispiegare i necessari strumenti di decodifica interpretativa da parte dell’opinione pubblica che, come è noto, può essere facilmente plasmabile. Uno scenario performativo che rischia di coltivare derive populiste e stereotipizzate, specie se stampa e tv – nel già aspro melange di ingiustizie sociali e marcate asimmetrie al ribasso – continuano a non sgomberare il campo da equivoci e falsi messaggi mediatici che, come virus, intossicano la coscienza collettiva. Messaggi lasciati ripetere a cittadini esasperati senza chiarire e smentire mai, in diretta, i tanti luoghi comuni; come l’assai frequente e sommaria ‘argomentazione’ – che all’occorrenza punteggia lo scontro tra i ceti più bassi degli italiani e gli immigrati – secondo cui “mentre gli italiani non hanno lavoro, ai rifugiati diamo quaranta euro al giorno per non fare nulla”. Di fronte a questi focolai di disinformazione che alterano la percezione della realtà e, di conseguenza, la pacifica gestione delle relazioni con l’Altro, un buon giornalismo dovrebbe prendersi in carico di spiegare dettagliatamente all’opinione pubblica che, nello specifico, esiste una quota di 35 euro al giorno di rimborso spese per ogni ospite, quota che non viene data all’immigrato – come erroneamente credono in molti – ma che va alle cooperative, alla Caritas e alle associazioni i cui piani sono approvati da una commissione formata da rappresentanti di enti locali, Ministero dell’Interno e Agenzia Onu per i rifugiati. E spiegare che con questi 35 euro a immigrato, le associazioni devono coprire i costi per vitto, alloggio, pulizia e manutenzione dello stabile, mediazione culturale, assistenza legale, visite mediche e, in alcuni casi, l’iter burocratico per diventare rifugiati. E ancora, spiegare che agli immigrati in quanto tali, è destinato (solo) il ‘pocket money’, ovvero un buono per le spese quotidiane da due euro e cinquanta al giorno. Ma quanti italiani lo sanno? Su queste informazioni di base che riguardano tanti cittadini stranieri – i ‘nuovi italiani’, per restare in tema di uso dei termini – e il Paese in cui vivono, sarebbe opportuno – verso un’informazione di servizio e di alfabetizzazione ad una matura coabitazione dei plurimi universi culturali – fare una apposita campagna di comunicazione, depotenziando così ingiustificate tensioni.

Dalla forza delle parole a quella dei numeri. Anche un’analisi del fenomeno migratorio basata su cifre esatte e statistiche potrebbe incentivare una visione maggiormente condivisa dell’immigrazione in Italia e quindi, senza nascondere le criticità, favorire una maggiore apertura e un maturo atteggiamento di inclusione. Così, in una dimensione di servizio e di comunicazione responsabile, per prendere pienamente in carico i fenomeni in corso, sarebbe opportuno ricorrere alle informazioni di contesto date dai numeri, con i loro paradossi: da recenti ricerche sul campo è emerso, infatti, che in Italia “pensiamo” di avere il 20 per cento di musulmani, quando questi sono solo il 4 per cento della popolazione. Ed ancora più ampia è la forbice sull’immigrazione: gli italiani sono convinti di convivere con un 30 per cento di immigrati, quando invece sono solo il 7 per cento. Come dire che l’immigrazione “percepita” è di gran lunga più ampia di quella reale. Sono dati probabilmente riconducibili all’idea che abbiamo dello ‘Straniero’ quale perturbante dei nostri panorami noti e costituiti (e per ciò rassicuranti), al quale attribuiamo – proiettandone le responsabilità – la diminuzione di servizi, di stato sociale e di opportunità nel nostro Paese. Un calo di qualità della vita dovuto, invece, a tutt’altre cause. In tempi di iper-comunicazione-in-tempo-reale – va ricordato, in uno scenario dai tanti interrogativi aperti – diventa difficile per il giornalismo vendere prodotti di qualità per la necessità di farsi “ascoltare”, qui e ora. E così si ricorre alla notizia “gridata”, urlata, che espone i cadaveri. Un voyeurismo mediatico che ci riporta a tanti decenni orsono, quando furono create le prime scuole di giornalismo, e i professori, quelli del mestiere, predicavano la legge delle tre S: sesso, soldi e sangue, i tre argomenti che all’epoca facevano vendere i giornali, aumentare le tirature e la pubblicità. Mutatis mutandis, con buona pace di quel pubblico che deve attendere le ore notturne per assistere a programmi televisivi di qualità, quelle tre S sembrano tirare ancora.

Come è stato sottolineato nelle conclusioni dei lavori a cui, siamo certi, dovranno seguire altri momenti di riflessiva focalizzazione, la questione etica della comunicazione è problema ampio, e non solo nazionale: la retina sensibile dell’eterogenesi dei fini attraversa la responsabilità del come fare informazione, che avanza sulla realtà, la plasma, la riflette, la narra, ma può anche deviarne la percezione. Per andare oltre l’ ‘emergenza’, verso il disteso riconoscimento della presenza stabile di cittadini stranieri o di origine straniera nel nostro Paese, il complesso delle modalità comunicative richiama a diverse consapevolezze: che la satira può ledere la dignità delle persone al pari delle nostrane espressioni politiche razziste, che il concetto di libertà di espressione può essere equivocato, che le tensioni dello scenario geopolitico contemporaneo necessitano di approfondimento giornalistico, di confronto, di una linea di moderazione del dibattito, di commenti, dell’utilizzo di termini giuridicamente appropriati, pensando, a tal proposito, all’improprio e ricorrente uso della definizione di ‘clandestino’, uno sconfinamento indotto da ignoranza, disinformazione o provocazione.

Ieri come oggi, è materia delicata e complessa, la parola, quando si trattano le questioni migratorie, il vissuto migratorio degli individui, gli universi valoriali dell’Altro da noi, le sfaccettate variabili di decodifica culturale. Mentre sullo sfondo delle riflessioni che interpellano il nostro essere al mondo, c’è un’ultima, necessariaparola da evocare con l’auspicio che il nostro Tempo ritorni a considerarne il portato. Solidarietà. Una categoria fragile quanto nobile, che ritorna nell’era delle stridenti e indegne disuguaglianze sociali. Un principio che, dopo essere stato a lungo esiliato dalla sfera del discorso pubblico, riaffiora con rinnovata attualità in una fase in cui il lessico freddo della scienza econometrica – insieme all’uso fuorviante di alcune parole dell’alfabeto migrante – sembra oramai insufficiente a raccontare le nostre vite. Migranti? Immigrati? Clandestini? Irregolari? Extracomunitari? Richiedenti asilo? Rifugiati? Stranieri? Cittadini italiani di origine straniera? Nell’urgenza di un’epoca alla ricerca di nuovi ancoraggi ontologici, questi interrogativi non sono mere raffinatezze terminologiche quanto – sul filo rosso di una meta-semantica – significanti attraversamenti, ineludibili fondamentali. Visioni del mondo. (Tiziana Grassi – Inform)

La prima parte nel n. 31 di Inform. Fine

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