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Registr. Trib. Roma n.338/2007 del 19-07-2007
INFORMAZIONI DEL GIORNO – NEWS PER GLI ITALIANI ALL'ESTERO

Renato Zilio: “Religiosità popolare, una missione”

MONDO SCALABRINIANO

LORETO – Campocavallo, piccola località a due passi da Osimo (Ancona). Forse passarci vi sembrerà insignificante o del tutto casuale. Anche se all’incrocio delle due strade principali vi sorprenderà d’improvviso una chiesa dal profilo di antica abbazia medievale. Tutta archi, traforata di marmi, viene edificata verso la fine ‘800, come Santuario della Beata Vergine Addolorata da un sacerdote appassionato, don Giovanni Sorbellini. Di notte, illuminata da uno strano chiarore bianco e giallo-oro, emerge dal buio con un’imponenza misteriosa che incanta. Il paese tutt’attorno sembra tranquillo, ma solo in apparenza… Nelle case qui, di notte, si lavora alla grande. E lungo tutto l’anno. Donne e bambini si vedono impegnati in un insolito mestiere, che si fa da oltre un secolo: intrecciare spighe di grano. A migliaia, a milioni, nelle case o nelle stalle. Si prepara, così, la «festa del covo». «Non possiamo fare grandi cose su questa terra – diceva qualcuno – solo piccole cose con grande amore». Ed è questo il caso. Con il grano intrecciato, sorgono pian piano allo sguardo i contorni di una basilica, a grandezza quasi naturale. Enorme, splendida, tutta dorata di spighe. Così, questi lavori dell’arte contadina fanno rinascere, nel corso degli anni, dei capolavori come la Basilica di Czestochowa, quella di San Pietro, o di San Giacomo di Compostela…

La festa di due o tre giorni – lungo i quali si inanellano ogni sera eventi musicali, teatrali, artistici e gastronomici – culmina la  prima domenica di agosto con la processione religiosa del famoso «covo» su un enorme carro, per le vie di Campocavallo. Questo, all’ombra del santuario della Beata Vergine Addolorata, a cui è dedicato il covo. Il pubblico è innumerevole, sempre tutto occhi e flash, ogni anno. Terminato l’evento, la grande chiesa in paglia di grano si avvia lentamente sul suo carro verso la… città di origine, in segno di riconoscenza.

Ogni anno, come regola, è sempre una nuova impresa. Eccetto due anni fa, quando si è rifatta la basilica di S. Antonio di Padova, tutta cupole rotonde e minareti, un vero splendore. I frati, infatti, la prima, l’avevano dimenticata all’aperto. Gli uccelli, allora, pensavano bene di continuare la festa,… lasciando sul campo un semplice scheletro in legno.

In fondo, per la gente di paese, ricominciare ogni anno l’avventura di costruire pazientemente una cattedrale è più che una tradizione. È un’emozione. Una missione. Anzi, una liturgia. Quella che sa esprimere la propria fede contadina con gesti semplici, ripetuti e manuali. E l’anima religiosa di un popolo, che sa ancora celebrare la terra e il buon grano come doni di Dio. E anche questo sa di miracolo! Nascere – scrive Jostein Gaarder – è ricevere in dono un intero universo. (p. Renato Zilio* – Inform)

*Missionario Scalabriniano, Direttore Migrantes Marche

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