direttore responsabile Goffredo Morgia
Registr. Trib. Roma n.338/2007 del 19-07-2007
INFORMAZIONI DEL GIORNO – NEWS PER GLI ITALIANI ALL'ESTERO

Referendum: alcuni ora ci hanno riscoperto

STAMPA ITALIANA ALL’ESTERO

Su Tribuna Italiana del 2.11.2016 l’editoriale del direttore Marco Basti

 

BUENOS AIRES – L’8 novembre “Correo Argentino” comincerà la distribuzione dei plichi elettorali ai cittadini italiani residenti in questo Paese, che così potranno partecipare al referendum convocato per ratificare o meno la Riforma della Costituzione, che il Parlamento italiano ha approvato al termine di sei letture, lo scorso mese di aprile.

Come abbiamo scritto in precedenza, sarà importante partecipare in modo massiccio a questo voto, al di la delle posizioni di ognuno. Il voto referendario servirà, oltre che per dire la nostra sulla riforma costituzionale, per contarci, per esprimere la nostra volontà di mantenere un legame – anche politico – con Roma.

Come è noto, la riforma punta a snellire le procedure, dando alla Camera il potere di approvare il bilancio e di votare la fiducia al governo. Scompare il Senato come camera specchio di Montecitorio e quindi il cosiddetto bicameralismo perfetto, e diventa una camera delle regioni, con attribuzioni legate a tale rappresentanza. Inoltre il Senato sarà costituito da consiglieri regionali pagati dalle Regioni. Scompare il CNEL e anche le Province.

Si tratta di una riforma modesta, che non ha toccato la prima parte della Costituzione approvata nel 1947, quella che parla dei valori dell’Italia, dei diritti e delle garanzie per i cittadini. La riforma ha toccato la parte seconda che riguarda l’organizzazione dello Stato ma, come dicevamo, non in un modo ampio. C’è da ricordare che da oltre trent’anni si parla della necessità di una riforma della Carta, ma tutti i tentativi sono andati a vuoto.

I critici della riforma costituzionale, parlando indistintamente anche della riforma elettorale, che è stata approvata con una legge ordinaria, dicono che votando “Sì”, si aprirebbero le porte allo strapotere del governo. Ma la legge elettorale non c’entra col referendum sulla riforma costituzionale. Ma grida e confusione e specialmente speculazioni politiche e personali, stanno determinando i toni del dibattito sulla riforma.

Tre attori si trovano dalla stessa parte del “No”. I primi sono gli anziani difensori della “Costituzione più bella del mondo”, come la definiscono, che si oppongono a qualsiasi riforma. Sono i costituzionalisti eredi dei padri costituenti.

Per loro la Costituzione nata dalla Resistenza e dai compromessi della nascente democrazia dell’immediato dopoguerra come diga a qualsiasi possibilità che potesse ripetersi la dittatura. Ma i tempi e le situazioni sono profondamente cambiate, e d’altra parte la riforma non assegna maggiori poteri al governo.

Il secondo gruppo dei sostenitori del “no”, è costituito dai partiti di opposizione. E se si capisce l’opposizione del Movimento 5 Stelle e della Lega, perché sono forze populiste che cavalcano lo scontento, non si capisce invece l’atteggiamento di Forza Italia e di altri partiti minori del centrodestra e del centrosinistra. E meno ancora si capisce l’opposizione del terzo gruppo, costituito da coloro che fanno parte delle correnti interne e dai baroni in pensione del Partito democratico.

C’è da ricordare che tra la fine del 2011e la fine del 2013 l’Italia ha camminato sull’orlo del precipizio a causa proprio della litigiosità, dell’immobilismo e della mancanza di leadership nella classe politica.

Affondato il governo Berlusconi a causa dei suoi problemi giudiziari e della mancanza di credibilità internazionale sua e del suo partito, Mario Monti che gli subentrò non riuscì mai a costruire un sostegno politico sufficiente al suo governo che fu sempre considerato “tecnico” e di emergenza. Il risultato delle elezioni del 2013, con il triplice quasi pari tra Pd, Fi e M5S, servì per mettere a nudo la mancanza di leadership nel Pd (allora presieduto da Pierluigi Bersani) e la litigiosità in seno ai dem.

Solo grazie all’opera di convincimento del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, la situazione fu sbloccata e nacque il governo presieduto da Enrico Letta. Subito dopo ci fu l’elezione del Presidente della Repubblica e una nuova situazione di stallo, per mancanza di coincidenze tra i partiti. La situazione solo si sbloccò quando fu rieletto Napolitano, che accettò un nuovo periodo dopo che quasi tutti i leader politici quasi implorarono la sua permanenza al Quirinale. Ma il vecchio leader dell’ala riformista del Pci pose due condizioni per accettare: la riforma della Costituzione, e la riforma della legge elettorale che aveva fatto il leghista Calderoli, popolarmente conosciuta come Porcellum, che era stata bocciata dalla Corte Costituzionale.

Pochi mesi dopo si tenevano le primarie del Pd per eleggere il segretario del partito, ampiamente vinte da Matteo Renzi. L’ex sindaco di Firenze, reclamò la presidenza del governo, in quanto leader del partito di maggioranza. Avendo i numeri in Parlamento, iniziò il suo governo nel mese di marzo 2014. In quel momento i leader del centrodestra, i baroni del Pd, i capi dei partiti piccoli, erano tutti concordi nell’accettare le due riforme e infatti, passarono la nuova legge elettorale con premio di maggioranza e le modifiche alla Costituzione, approvate nelle sei votazioni alla quale fu sottoposta la legge Boschi (dal nome del ministro per la Riforma Costituzionale Maria Elena Boschi). In ogni occasione i voti positivi superarono quelli della coalizione di governo.

Ma appena approvata la riforma, il presidente del Consiglio Matteo Renzi, ha commesso il grave errore di identificare il successo o la sconfitta al referendum con il futuro del suo governo, dando così ai suoi avversari l’arma per fare una battaglia per tentare di mandarlo a casa.

Infatti, con le buone o con le cattive, Lega, M5s, Fi e partiti minori, non nascondono che la posta in gioco non sono la Costituzione e la riforma, ma mandare via Renzi. E anche nel Pd ci sono esponenti del “no”, primo fra tutti l’inossidabile Massimo D’Alema, che stanno facendo le loro piccole battaglie di politica interna al partito, per indebolire e ridimensionare Renzi, “rottamatore” delle vecchie facce del Pd.

Anche all’estero il Pd mostra posizioni incerte sul referendum. In alcuni paesi sono stati costituiti comitati per il Sì, in altri comitati oppositori, sempre presieduti da esponenti dei dem. In Argentina, alcuni dirigenti dei democratici si impegnano in campagne per il sì, altri per il no. O fanno “non campagne”, parlando d’altro, per non mettere in evidenza le divisioni interne.

A Buenos Aires, la circoscrizione consolare con il maggior numero di cittadini italiani iscritti all’estero, la nascita del Comitato per il Sì è stata una iniziativa nata fuori dal Pd, fatta da persone convinte del fatto che la riforma è indispensabile, che sarà utile all’Italia e che potrà aprire le porte a un necessario cambiamento della politica italiana.

Il voto all’estero, il nostro voto, potrebbe rivelarsi determinante e se ne accorgono anche in Italia. Per questo esponenti di partiti tradizionalmente avversi al nostro voto o indifferenti verso gli italiani all’estero, come è il caso della Lega, di Forza Italia, o di partiti della sinistra, ora hanno riscoperto l’importanza degli italiani all’estero, lanciando messaggi per convincerci a respingere la riforma. Il loro argomento principale è che perderemo la rappresentazione nel Senato. Infatti la riforma prevede che non avremo più i sei senatori eletti nella Circoscrizione Estero. Evitando la modifica costituzionale, per loro non cambierebbe niente e quindi continuerebbero ad avere a disposizione i 315

seggi del Senato, con tutto ciò che comporta in termini di soldi e di potere.

“Il mercato delle vacche”, si diceva all’epoca di Prodi e dell’ultimo governo Berlusconi, in riferimento al mercanteggiamento dei voti al Senato, indispensabili per far passare alcune leggi.

Alcuni solo ora ci riscoprono. Manifestiamo con la nostra partecipazione numerosa al referendum, che per noi il legame con l’Italia, va molto al di là di uno o sei posti al Senato. (Marco Basti – Tribuna Italiana /Inform)  marcobasti@tribunaitaliana.com.ar

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail
Powered by Comunicazione Inform | Designed by ComunicazioneInform