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INFORMAZIONI DEL GIORNO – NEWS PER GLI ITALIANI ALL'ESTERO

Mobilità italiane e lavoro di fronte all’emergenza Covid-19 in Europa, webinar del Centro Altreitalie e Fondazione Di Vittorio

ITALIANI ALL’ESTERO

 

ROMA – Il Covid-19 sta avendo effetti dirompenti sulle società e le economie dell’Ue. Si è allargato lo spettro delle diseguaglianze. La pandemia influirà sulle nuove mobilità che si sono affermate nell’Unione e che coinvolgono in prima fila centinaia di migliaia di italiani e italiane che hanno lasciato il Paese negli anni più recenti. Che esperienza stanno vivendo, e quali prospettive intravedono? Quale risposta viene loro data dagli Stati membri? Una condizione incerta e in divenire che interroga istituzioni, parti sociali e società civile italiana e mette in discussione il sistema di protezione sociale europeo. Di questo si è parlato, partendo dalla pubblicazione del Centro Altreitalie “Il mondo si allontana? Il Covid-19 e le nuove migrazioni italiane”, in un webinar della Fondazione Di Vittorio  e del Centro Altreitalie, moderato da Elisa Castellano e dedicato al tema delle mobilità italiane di fronte all’emergenza Covid-19 in Europa quale argomento di questa  ricerca  condotta attraverso lo strumento del questionario sul rapporto tra mobilità italiana, lavoro e pandemia.

Maddalena Tirabassi, coordinatrice del Centro Altreitalie, per questa analisi del fenomeno è partita proprio dall’Europa, una delle mete storiche delle migrazioni contemporanee italiane. Tirabassi ha messo in luce uno degli aspetti ancora da evidenziare nelle diverse analisi sul fenomeno migratorio contemporaneo ossia proprio “l’aspetto europeo e il sentimento verso l’Europa sviluppato durante la pandemia: un’idea di Europa mutata quando invece prima si parlava di sovranismi e nuovi muri”, ha puntualizzato la studiosa evidenziando come la stessa percezione degli altri europei verso gli italiani sia stata, anche in questo periodo, ben più benevola di quanto venisse generalmente supposto. Tirabassi ha citato il pensiero di Marilena Rossi, Presidente di Ital-Uil Germania e del Comites di Dortmund attraverso alcune diapositive che, tra le diverse affermazioni, riportava in particolare: “Forse in Italia non si sa ma una gran parte della popolazione tedesca è per un’Europa solidale”. I connazionali all’estero sono stati oggetto di una ricerca e di interviste a campione analizzando genere, fasce d’età, titoli di studio, tipologia di lavoro e tutele, adempimenti burocratici come per esempio l’iscrizione all’Aire. Sempre citando Marilena Rossi, Tirabassi ha evidenziato come, soprattutto durante la pandemia, un grande problema abbia riguardato gli stagionali o coloro che lavoravano in nero. “Ci sono stati numerosi casi a Monaco e Berlino; per queste persone non ci sono ammortizzatori sociali – si leggeva nelle diapositive – e non hanno accesso ai sussidi assistenziali facilitati fruibili durante l’emergenza Coronavirus: molti di loro sono rientrati in Italia”. Alvise Del Prà (Centro Altreitalie), coautrice con la Tirabassi della pubblicazione “Il mondo si allontana? Il Covid-19 e le nuove migrazioni italiane”, ha a sua volta ricordato come gli stessi dati Istat abbiano evidenziato un incremento lineare nelle emigrazioni italiane fino a tutto il 2019 con un particolare incremento proprio verso il Regno Unito nonostante incombesse l’ombra della Brexit poi divenuta realtà nel 2020. Il periodo preso in analisi da Altreitalie per quanto riguarda il trend migratorio italiano è compreso nell’arco temporale 2007-2019, basandosi sui dati ufficiali Aire. Del Prà ha illustrato anche alcuni dati relativi alle modalità lavorative durante il lockdown dove lo smartworking ha raggiunto quota 52%, soltanto un 15% ha continuato a lavorare normalmente e appena l’11% ha goduto della cassa integrazione. “Dobbiamo sperare che in futuro avremo una vera circolarità dei cervelli e dei saperi”, ha concluso Del Prà. Rodolfo Ricci, segretario nazionale Fiei e membro del Comitato di Presidenza del Cgie, ha ricordato come il tessuto associativo all’estero sia stato molto attivo per monitorare le evoluzioni della pandemia nei diversi Paesi e dare un contributo informativo e soprattutto assistenziale, quest’ultimo nato spontaneamente come mutuo soccorso. “Molte famiglie temporaneamente all’estero vi sono rimaste anche per mesi prima di poter rientrare e sono state ospitate da altri nuclei di emigrati che erano invece stanziali: ci sono stati casi di questo tipo in America Latina e Australia”, ha rilevato Ricci andando all’analisi a ritroso del fenomeno migratorio italiano. “Già prima della pandemia abbiamo visto un’accentuata precarietà nell’emigrazione e alla base della stessa, nel senso che si partiva già da una situazione precaria in Italia tanto nel Meridione quanto in alcune aree periferiche del Nord. Tolti coloro che hanno un elevato titolo di studio o sono ricercatori, per il resto parliamo di persone che vanno all’estero per inserirsi in un mondo lavorativo fatto di precariato, per quanto in condizioni migliori rispetto a quelle italiane”, ha aggiunto Ricci sottolineando come la pandemia abbia accentuato ulteriormente questi problemi strutturali di precarietà già esistenti: effetti che riguardano peraltro l’intera vicenda migratoria contemporanea nel mondo con perdite di posti di lavoro – e fino al 30% delle rimesse a livello globale – in Paesi storicamente accoglienti verso gli immigrati.  Ricci ha rimarcato il concetto già espresso dell’esistenza di una fetta consistente di persone particolarmente in difficoltà con il lockdown che prima di riuscire a tornare in Italia hanno potuto contare sul mutuo soccorso di altri connazionali. Un dato interessante è quello della Calabria con 20 mila rientri tra aprile e maggio scorsi, secondo le statistiche del Sistema Sanitario Nazionale: ovverosia con persone che andavano in quarantena rientrando da fuori. Il Cgie aveva stimato intorno alle 100 mila unità le persone che stavano rientrando in Italia con il primo lockdown. “Londra, Berlino, Parigi o Bruxelles: sono stati diversi i casi di persone cui è stato consentito di poter lavorare a distanza pur rientrando in Italia e questo apre un’opportunità su cui riflettere con delle politiche attive per il recupero di competenze per esempio nei borghi dove lo spopolamento va avanti in modo serio”, ha aggiunto Ricci che ha concluso ricordando come, proprio rispetto alle tutele del lavoro, lo stesso Cgie abbia dedicato un documento al mondo degli invisibili e al lavoro cosiddetto informale. Andrea Malpassi, responsabile Esteri Inca nazionale, ha ricordato come la presenza del Patronato Inca arrivi ad oggi a coprire ben 27 Paesi con una rete di 100 uffici. Malpassi ha evidenziato un dato molto particolare che fa però riflettere sulla portata dei bisogni delle persone. “Su circa 250 mila persone residenti all’estero che ci hanno contattato, poco meno di 21 mila hanno fatto richiesta di pratiche inerenti la pensione, quindi meno del 10% delle persone da noi assistite: questo indica che oltre il 90% chiede altro. In grandi città come Londra e Bruxelles ormai quasi un terzo degli assistiti non è né italiano né nato in quel Paese ma si tratta di cittadini di altri Paesi ancora che vengono da noi a porre domande inerenti il mondo del lavoro e del welfare oppure questioni relative alla cittadinanza e all’accesso alla sanità”, ha spiegato Malpassi. “Tradizionalmente il primo Paese di emigrazione italiana in Europa era la Germania, seguito dalla Svizzera; nonostante la Brexit, da tre anni a questa parte, il Regno Unito è diventato il primo Paese”, ha aggiunto Malpassi evidenziando la differenza esistente tra dati ufficiali e dati rilevati anche da altri fonti:  se è vero che gli italiani iscritti all’Aire nel Regno Unito erano fino a poco tempo fa circa 300 mila, per l’Home Office (il Ministero dell’Interno britannico) essi erano quasi 800 mila. Beppe De Sario, ricercatore presso la Fondazione Di Vittorio, si è soffermato sull’aumento lineare dell’emigrazione italiana relativamente al cambio di residenza e sull’aumento altresì rilevante che ha riguardato anche gli stranieri che hanno spostato la residenza dall’Italia all’estero con un picco registrato sempre nel 2019: quindi tutt’altro che marginale è la posizione dei cosiddetti ‘nuovi italiani’ che decidono di lasciare il nostro Paese. Poi è arrivato l’impatto della pandemia che è stato forte anche per i lavoratori migranti in Italia. Non tutte le misure emergenziali intraprese dal Governo sono state esenti da contraddizioni o discrimine tra casistiche, a volte proprio nella loro stessa applicazione in ambito locale. Massimo Brancato, Cgil nazionale, ha sottolineato l’aspetto qualitativo che emerge dalla ricerca che ha avuto il pregio di rendere visibile la cosiddetta invisibilità di una buona parte del fenomeno migratorio. Scelte politiche, culturali e di comunicazioni – secondo il pensiero di Brancato – sarebbero alla base di questa precarietà. “Dei profughi della rotta balcanica per esempio non parla quasi nessuno”, ha ammonito il sindacalista che sulle migrazioni ha in generale auspicato il superamento di decenni di retorica populista e nazionalista. “L’idea politica di Europa non è più solo un desiderio ma diventa una necessità: una necessità per ridefinire le politiche industriali, del lavoro, del welfare, della formazione. Parliamo di politiche che, per essere davvero tali, non possono che essere pubbliche e integrate tra loro”, ha precisato Brancato sostenendo che l’Europa a più velocità che fa emergere le disuguaglianze non può invece più essere una risposta ai problemi. Fulvio Fammoni, presidente Fondazione Di Vittorio, ha ricordato come la fondazione sia arrivata ormai al nono rapporto biennale di ricerca del fenomeno migratorio e le sue evoluzioni nel tempo abbiano visto cambiamenti intensi: il primo rapporto fu incentrato sulle immigrazioni, poi poco alla volta si arrivò a comprendere il fenomeno migratorio nelle sue diverse sfaccettature. “La pandemia stessa ha dettato cambiamenti nel modo di pensare il fenomeno della mobilità da parte degli Stati e delle persone. Più avanti rifletteremo probabilmente anche sui fenomeni di rientro: spesso dimentichiamo che nel mondo abbiamo almeno 60 milioni di persone che vantano origini italiane e che, nel tempo, hanno pensato di puntare ad un ritorno alle origini dei propri antenati”, ha spiegato Fammoni che ritiene determinanti gli anni 2021-2022 per la definizione dei nuovi scenari sul fronte migratorio a livello nazionale e globale: scenari che saranno certamente condizionati dalla longevità della virulenza del Covid e dall’impatto delle campagne vaccinali. Fammoni ha quindi invitato a ragionare sulla duplice valenza del fenomeno migratorio, come scelta o al contrario come necessità, che chiama in causa una diversa chiave di lettura dal punto di vista del diritto soggettivo. “Se il tema della scelta ha conquistato posizioni importanti, per esempio nella cosiddetta generazione Erasmus, non c’è però dubbio che anche in Europa l’emigrazione per necessità continui ad avere una sua rilevanza: persino tra i laureati alla base non c’è sempre e soltanto una scelta”, ha spiegato Fammoni. (Simone Sperduto/Inform)

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