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INFORMAZIONI DEL GIORNO – NEWS PER GLI ITALIANI ALL'ESTERO

Missione tra i migranti: una sfida scalabriniana

MONDO SCALABRINIANO

Una tre giorni di studio sulle realtà parrocchiali affidate ai missionari nelle differenti aree geografiche del mondo

 

AMORA (Lisbona) – È in corso ad Amora, sede scalabriniana a sud di Lisbona, in Portogallo, una tre giorni di studio sulle realtà parrocchiali affidate ai missionari scalabriniani nelle differenti aree geografiche del mondo. Una ventina di missionari, rappresentanti delle regioni o province, stanno condividendo la propria riflessione e la propria pratica pastorale con i migranti, le sfide e le inevitabili difficoltà incontrate quotidianamente in un mondo costantemente in movimento.

«La domanda sulla pastorale migratoria è una domanda sulla Chiesa», così ha esordito padre Ermenegildo Baggio, segretario generale della Congregazione scalabriniana, nel suo intervento basato sugli studi di confratelli esperti nel settore teologico-pastorale, e tra questi quelli del compianto cardinale Velasio De Paolis, recentemente scomparso. «Quale pastorale migratoria si intenda organizzare dipende da quale Chiesa si vuole essere. Quale sia la risposta più appropriata in questo momento, nella chiesa di una data regione, è qualcosa che deve emergere dall’autocoscienza della Chiesa, dalle linee guida che essa ha tracciato su questo aspetto specifico, e dalle circostanze del momento presente» ha aggiunto padre Baggio.

Oggigiorno, sottolinea il segretario generale, facendo eco agli interventi di ogni referente di area geografica, esiste un presupposto spesso indiscusso e accettato acriticamente della integrazione degli stranieri nelle varie società come obiettivo da perseguire e quindi valido conseguentemente anche nella Chiesa per la gestione dei rapporti tra cattolici autoctoni e immigrati, quasi «rendendo implicitamente sinonimi integrazione e comunione nella vita intra-ecclesiale». Integrazione e comunione, però, sono due dimensioni opposte: le iniziative politiche d’integrazione si muovono secondo le esigenze di una dinamica centripeta mentre la comunione implica una dinamica centrifuga, che ci spinge fuori da noi.

In ultima analisi sono almeno tre gli orizzonti all’interno dei quali una pastorale tra i migranti va condotta:

-l’orizzonte della giustizia e della solidarietà. I migranti sono un’espressione del crescente divario tra nazioni e rispondervi non è un atto di benevolenza, bensì di giustizia ed è proprio sulla base della giustizia che oggi più che mai va impostato anche il delicato tema delle politiche migratorie;

-l’orizzonte missionario, evidenziato ancor più dal fatto che attraverso le migrazioni la missione giunge alla nostra porta e le comunità cristiane possono vivere la gioia di rafforzare la fede donandola;

-l’orizzonte della cattolicità, che si fonda nel dono dello Spirito della Pentecoste, ma in cui la migrazione è un’occasione per «fare un’esperienza di fraternità universale».

Per i missionari scalabriniani, da 130 anni al servizio di migranti e rifugiati, un servizio pastorale specifico in contesto di migrazione richiede però una formazione teologico-pastorale specifica sul tema: ciò implica il conoscere bene il fenomeno, le sue dimensioni, le sue cause e l’impostazione ecclesiale e politica per la sua gestione e accompagnamento. Altro tratto necessario è la creatività nella memoria che sarà davvero fruttuosa se emergerà dalla contaminazione delle tradizioni missionarie (quella ad gentes, quella del dialogo ecumenico e interreligioso, quella dei migranti), che sono chiamate a coinvolgersi. (Inform)

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