direttore responsabile Goffredo Morgia
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INFORMAZIONI DEL GIORNO – NEWS PER GLI ITALIANI ALL'ESTERO

Mario Giro in Uruguay

STAMPA ITALIANA ALL’ESTERO

Da “La Gente d’Italia”,1.3.2015

Il sottosegretario agli Esteri a Montevideo in visita alla redazione di Gente d’Italia

 

MONTEVIDEO – Arriva puntualissimo, il sottosegretario Mario Giro, insieme con il capo della sua segreteria, Luis Cavalieri e il nostro ambasciatore Vincenzo Palladino. “Ispeziona”la redazione, si ferma colpito dalle prime pagine del giornale immortalate in grandi quadri appesi alle pareti, chiede notizie sui giornalisti e collaboratori, si affaccia al balcone a mirare la spiaggia brulicante di bagnanti, poi chiede un bicchier d’acqua e dice:”Sono pronto… Ma ricordate che alle 18 devo essere alla Casa degli Italiani…..”

Onorevole sottosegretario Mario Giro, finalmente un politico del governo arriva in Uruguay, domani ( oggi per i lettori ) rappresenterá il nostro Paese all’insediamento del nuovo Presidente  Tabaré Vasquez, che succede a Don Pepe Mujica molto apprezzato a livello internazionale…

“Sì, è un personaggio molto amato, anche in Italia, perché ha saputo interpretare in modo del tutto originale il rapporto con la politica. Il suo stile è unico, ci ha dato a tutti noi una lezione su come poter diminuire le disuguaglianze nella società ed essere coerente con i principi. È stata, inoltre, una figura fondamentale nel panorama delle sinistre in America Latina…

Che cosa si aspetta il governo italiano dal nuovo Presidente uruguayo Tabarè Vazquez?

Da Tabaré Vázquez mi aspetto un rilancio, soprattutto a livello economico delle relazioni tra Italia e Uruguay. Naturalmente l’Uruguay è un paese con tre milioni di abitanti però è comparabile ad altri paesi perché è un paese che cresce.  E quindi cercheremo  di entrare anche in Uruguay in alcuni settori con i nostri progetti:  tenteremo di fare con l’Enel Green Power un primo passo, però non è sufficiente….

Certo, ma se l’Italia continua a ridurre la propria presenza – storicamente importante – in America Latina, come sta facendo, e proprio nel momento in cui la regione è invece tornata ad essere protagonista dell’economia mondiale… addio nuovi progetti…

Per molti, tanti anni l’America Latina è rimasta sullo sfondo dell’interesse italiano istituzionale. E’ vero, ma dal governo Letta e poi col governo Renzi, questo è cambiato. Lo si vede soprattutto nelle visite istituzionali. Ma anche, e sottolineo, dall’interesse maggiore che le imprese italiane stanno avendo sempre di più per l’America Latina. Quindi io direi che siamo in una fase duplice: da una parte l’Italia ritorna, comincia a rientrare in America Latina, con le sue imprese e con le istituzioni. Dall’altra parte capisco il riferimento quando mi rivolgete la domanda, l’Italia qui non è l’Italia, ma è lo Stato, continua la politica di spending review e questo significa la riduzione di strutture, Ambasciate, Consolati, Istituti di Cultura, e tutta quanta strutturazione all’estero…

Però la nostra idea è quella di vedere se si riesce on minori risorse perché le risorse sono calate e continueranno a calare, a inventarci in maniera creativa e concreta nuovi strumenti pubblico privati di presenza. C’è l’esempio tedesco. Quando ho chiuso l’Istituto di Cultura di Wolfsburg, città storica della Volkswagen, ci siamo inventati una partnership con il comune e quindi adesso esiste ancora un Istituto italiano, non è più quello ufficiale, ma un istituto culturale italiano pagato dai tedeschi con il nostro personale.

Quindi non ci sono più il sostentamento pubblico, l’intervento del pubblico come prima; vale per i ministeri e vale per tutte le parti dell’amministrazione pubblica italiana anche all’estero. Abbiamo una grandissima rete consolare, più grande in comparazione a quella del resto dell’Europa, che hanno invece una rete delle Ambasciate più espansa. Io ho anche scritto che l’idea èdi inventare nuovi strumenti di presenza diplomatica più flessibili, più leggeri. Non è mia intenzione chiudere e basta. Però è chiaro che non possiamo più permetterci quello che abbiamo avuto fino adesso, in termini generali.

La nuova emigrazione, sempre più italiani, soprattutto giovani arrivano in America Latina. Come vede il governo italiano questo fenomeno?

È un fenomeno interessante che riguarda alcuni punti in particolare. In Italia i giornali ne parlano come di “la fuga dei cervelli” è vero. Però è anche vero che i giovani di oggi che emigrano non sono più quelle delle generazioni passate. Si muovono più facilmente. C’è sempre un certo movimento, la cosiddetta generazione Erasmus come dicono in Europa.  Ho incontrato per esempio a San Paolo, in Brasile, la vecchia comunità e la nuova comunità: sono perfettamente fuse insieme. A differenza con il passato, i giovani che vanno via sono mediamente più formati, hanno una laurea, a differenza dei loro nonni e bisnonni.  Esiste comunque nel dna del nostro Paese questa tendenza allo spostamento, è nei nostri geni quella di muoverci.

Guardiamo a questo fenomeno: da una parte il problema di evitare che succedano fenomeni di emulazione come avviene nel caso di Londra. Succede per esempio che essendo una città molto popolare, i ragazzi partano senza avere molto chiaro che cosa vanno a fare. Ma esistono anche delle collettività nuove italiane, che si creano nel mondo e che vediamo con interesse: i ricercatori. È il caso di Norvegia e Danimarca, dove non c’erano italiani e ora ci sono. Addirittura ce ne sono tanti al livello che si potrebbe avere un Comites, quindi più di 3000. Ed è tutta gente di un certo livello di studi. Le elezioni dei Comites servono anche a questo, che io ho voluto fare,e lo sottolineo perché volevo dei Comites rinnovati con integranti più giovani e con i quali discutere caso mai la riforma e il sistema della rappresentanza degli italiani all’estero.

Ecco, la nuova emigrazione…

È chiaro che c’è sì la nuova emigrazione all’estero, ma sono emigrazioni di due tipi: da una parte c’è l’aspetto fuga, nel senso che non essendoci opportunità, si vanno a cercare altrove. Dall’altra parte però c’è anche l’aspetto ricerca del meglio, che è sempre stato presente, che non vuol dire che uno non torna, è una circolarità che si è creata. Ma dovremmo aspettare per capire meglio. Ci sono dei Consolati come per esempio quello di Londra che hanno messo su un programma che si chiama “Primo approdo” specifico per questi ragazzi che partono e approdano senza obiettivi chiari, ma solo sull’onda si quello che vedono alla tivù o leggono.

Tornando al discorso della presenza dell’America Latina in Italia, c’è stato un momento in cui non c’era molto interesse, adesso se ne sente più parlare, si ricomincia a parlarne ai giornali… Quarantatré delle 50 città più violente del 2014 in zone non interessate da guerre o conflitti si trovano in America Latina, mentre tutte e 50, eccetto tre, si trovano nell’emisfero occidentale – queste le stime di un report pubblicato lunedì mattina al centro di ricerca messicano Seguridad, Justicia y Paz. Anche qui in Uruguay si avverte una certa insicurezza… L’Italia come potrebbe aiutare a risolvere questo problema?

Noi stiamo collaborando con i nostri partner centroamericani. Sappiamo che è un grossissimo problema, un problema della violenza diffusa in zone non di guerra o di post guerra. Che è per esempio quello a cui temiamo si dovrà preparare anche la Colombia una volta che ci sarà l’accordo di pace.

Questo problema riguarda da tanto tempo, il narcotraffico e della presenza de “las pandillias” e quindi delle piccole gang giovanili in Centro America con Guatemala, Honduras e Salvador, questi i paesi più “afectados”. Abbiamo già applicato e svolto a questo riguardo un Plan de Apoyo a la Estrategia de Seguridad para Centro America e adesso siamo alla fase due. È un programma che ci costa, però lo vogliamo fare e continuare, perché ci importa tantissimo, perché l’Italia a causa della sua storia ha un’eccellenza di contrasto delle mafie del nostro paese. È il Paese che più ne sa di questo. Questo significa: antiriciclaggio, intercettazioni, sequestro dei beni, la repressione e poi c’è la parte prevenzione che riguarda i giovani.

Questo programma ha dato adito a un aumento di relazioni su questo tema con il Messico. In Honduras abbiamo mandato magistrati, compreso l’attuale Presidente del Senato, Piero Grasso, quando era ancora magistrato ed è rimasto mesi in Centro America. E ancora: poliziotti, carabinieri, finanzieri, prefetti, ecc.

Quindi questo ha attirato l’attenzione dei messicani, anche loro molto “afectados”. Ma almeno loro hanno la forza, come grande stato, di opporsi a questi fenomeni, mentre nel caso dei piccoli come Salvador e Honduras sono presi completamente da questo tsunami criminale. Ora quindi anche la cooperazione si sta allargando con il Messico e aggiungo, anche l’Argentina si sta interessando a questo nostro programma.

Abbiamo quindi in animo aumentare le nostre relazioni con l’America Latina in generale e fare in modo che la nostra eccellenza nel contrasto al narcotraffico globale diventi un terreno di cultura comune. Anche se ce ne vogliono di anni…

E a Montevideo, qui in Uruguay?

Adesso vedremo, ma dipenderà dalle nostre relazioni bilaterali…

Le elezioni per il Comites erano inizialmente previste il 19 dicembre e poi sono state rinviate ad aprile. Molti cittadini hanno percepito una certa confusione riguardo l’organizzazione e ci sono state proteste per l’esclusione di alcune liste, come é successo qui a Montevideo dove in pratica correranno sempre gli stessi: esponenti politici e dei patronati, quindi altro che cambio…  In base a questo che rappresentatività potranno avere i nuovi Comites?

“La legittimità sicuramente è maggiore dei Comites eletti dieci anni fa. Questo è un punto fondamentale da capire. Avevamo due soluzioni: o eliminarli completamente come suggerivano molti o rinnovarli dopo questi continui ed impopolari rinvii.

È opportuno ricordare che le consultazioni elettorali erano state rinviate in passato non per i tagli alla spesa, ma per altri motivi. Il Governo doveva mantenere la promessa di nuove elezioni così come chiesto dagli stessi membri dei comitati. Sul fatto del rinvio bisogna chiederlo al Senato che ha preso la decisione. Volevamo mandare un messaggio di chiarezza ed almeno farle si ma con più tempo.

Perché solo in alcune circoscrizioni è stata riaperta la presentazione di nuove liste?

Anche questa scelta è dovuta al Senato. La legge dice che il Console indice le elezioni e se si presenta una lista sola, sono comunque valide. Le liste sono state riammesse solo in quelle città dove non se ne era presentata nessuna. Voglio però sottolineare una cosa: abbiamo agito in perfetta legalità.

Oggi assistiamo ad un crescente distacco tra le comunità italiane e le istituzioni di rappresentanza nel mondo. Questa delusione è dimostrata anche dalla bassa partecipazione che sta avendo la registrazione per le elezioni del Comites. Qui in Uruguay siamo forse a ottomila… Ridicolo… Come vede questo fenomeno? È preoccupato?

“È vero che c’è una bassa partecipazione, ma io comunque distinguerei tra paesi e la situazione non è uguale in tutto il mondo. Anzi, in alcune nazioni ci sono interessanti novità. Sono cosciente che si tratta comunque di un tema delicato ma noi non possiamo convincere la gente a votare. In ogni caso, c’è un aspetto positivo: almeno rinnoveremo questa istituzione con un voto democratico.

Ci sono nuove modalità per il voto dei cittadini italiani all`estero come il sistema elettronico che consentono di risparmiare molti soldi. Il governo italiano pensa di prendere questa idea in considerazione?

“Magari ci potessimo arrivare al voto elettronico! Ci eravamo informati su questa modalità ma costava tantissimo. Un altro discorso, poi, è quello sulle abitudini degli elettori di ogni paese. Gli italiani votano in modo diverso rispetto ai brasiliani o ai francesi e, sinceramente, non credo che se noi mettessimo un sistema elettronico questo possa essere ben accettato dalla popolazione. C’è una cultura del voto da rispettare. Addirittura, gli italiani all’estero ci chiedono di poter venire a votare dentro i consolati o le ambasciate affinché il rito del voto sia rispettato anche fuori. Possiamo dire che le prossime elezioni del Comites saranno un test per le prossime politiche. Vedremo… stiamo lavorando sui possibili nuovi scenari.

I cittadini italiani all’estero, in Uruguay così come nel resto del mondo, hanno avuto reazioni molto negative sulla tassa introdotta pochi mesi fa dal Governo che prevede il pagamento di 300 euro per il rilascio della cittadinanza italiana. Che messaggio vuole mandare ai connazionali?

Credo che sia doveroso pagare qualcosa per ottenere il documento di un grande paese come l’Italia ed entrare in una comunità. Alle critiche rispondo con i fatti: le richieste per prendere la nazionalità italiana sono aumentate, non c’è stato nessun timore e questo credo che sia l’aspetto più importante.

Come giudica lo stato della lingua e della cultura italiana in America Latina, e in Uruguay in particolare? Sono previste nuove iniziative?

È chiaro che, attualmente, abbiamo un sistema troppo ampio che non possiamo più reggere per via dei tagli alla spesa. Dobbiamo inventarci nuove soluzioni, come ad esempio coinvolgere i privati e continuare a mantenere i servizi. La cultura, inoltre, dovrebbe essere mescolata ad altri aspetti che possono portare alta l’italianità nel mondo e penso ad esempio alle canzoni, al made in Italy o alla gastronomia. Tutto ciò è stato dimostrato con le iniziative per l’anno dell’Italia in America Latina. Stiamo valutando varie possibilità per capire come poter migliorare le nostre scuole ed i nostri centri di cultura.

Con quali settori dell’economia dell’America Latina l’Italia può collaborare?

La meccanica e l’elettronica soprattutto. Il Messico, ad esempio, sta diventando una potenza nel settore del manifatturiero e ha delle caratteristiche che sono molto simili con l’Italia. Noi dobbiamo venire in questi paesi latinoamericani ed iniziare a produrre qui. Un altro aspetto molto importante sono i lavori infrastrutturali: le strade, i ponti, le dighe, ma anche le trivellazioni e tutto ciò che ha a che vedere con il petrolio. Poi c’è il settore delle piccole e medie imprese, che è un settore molto particolare ed ha bisogno di molto tempo per essere riprodotto. In definitiva, posso dire che stiamo studiando le diverse ipotesi per poter meglio sfruttare le relazioni commerciali con questo continente.

Che importanza potrà avere l’Expo di Milano nelle relazioni con i paesi latinoamericani?

È un evento fondamentale su cui puntiamo molto. Ci aspettiamo che da questo continente vengano tante persone. Si tratta di un’occasione d’oro anche per gli stessi paesi sudamericani e cito il caso dell’Uruguay che, per la prima volta nella storia, avrà il suo padiglione. I turisti dovranno venire in Italia anche e soprattutto per scoprire le nostre eccellenze. Dobbiamo dimostrare al mondo il nostro valore. L’Expo è anche una grande manifestazione in chiave futura, dato che si affronteranno temi di straordinaria importanza come l’alimentazione…

La gran parte degli italiani d’Italia considera gli italiani all’estero diciamo “ingombranti”… che non pagano le tasse… insomma come un “sassolino nella scarpa”…

È vero, è un problema, Però è anche una contraddizione. Quando vado all’estero mi capita di sentire: “ma sono quasi tutti falsi questi italiani…”, “…ma diamo corsi che sono un imbroglio”, se voi pensate questo di voi stessi, perché gli italiani che sono in Italia dovrebbero pensare meglio di voi? Quindi è un vero problema che già s’inizia dall’estero, la percezione da fuori. E se già la percezione è negativa in loco, figuriamoci quale può essere il giudizio dall’altra parte dell’oceano.

È vero anche che non è coscienza culturale comune il fatto di avere 5 milioni di italiani all’estero. È una cifra che non possiede nessuno. Siamo la seconda diaspora mondiale dopo i cinesi.

Ma c’è una seconda riflessione da fare: gli italici, cioè gli italiani che perdono la lingua rimangono italiani o quanto meno legati all’Italia. È quindi interessante che è italiano per via della famiglia, non parla la lingua ma rimane comunque legato al nostro Paese.

Terzo punto: ogni comunità italiana, collettività italiana o italo-discendenti che si è installata in un Paese all’estero, non ha mai creato problemi. Anzi da questi Paesi non riceviamo mai lamentele, ma solo complimenti. Questa capacità d’integrazione fa quindi riflettere.

Io sono di quelli, tra pochissimi, che é convinto che tutto questo va valorizzato, un valore che va rinnovato e non solo perché ho vissuto 15 anni all’estero. Non più e solo l’antico valore della bandiera di Garibaldi che va anche bene, ma i tempi sono cambiati…

 L’internazionalizzazione delle PMI richiederebbe un maggior supporto da parte delle istituzioni rispetto a quella dei grandi gruppi, e al di là del supporto finanziario che è spesso un importante nodo da scegliere per le PMI, uno strumento che potrebbe essere reso più attivo è quello dei centri tecnologici italiani, che potrebbero contribuire alla creazione di partenariati tra PMI italiane e latino-americane…

Per fortuna è sempre più diffuso il made in Italy, il senso e gusto italiano, il senso del bello del buono, quello che è cultura esprime in tutte le sue forme, perché anche fare piccola e media impresa come la facciamo noi è una questione culturale. Quindi tutto questo va valorizzato, ma dobbiamo trovare un sistema, uno strumento per farlo. Per ora il mezzo che abbiamo è l’internazionalizzazione delle imprese italiane. È lì che gli italiani d’Italia lo capiscono subito!

Siccome c’è un piano di questo governo per l’internazionalizzazione dell’Italia nel mondo, io ho fatto aggiungere a questo piano la parte che riguarda le collettività, cioè cultura e impresa anche degli italo-discendenti. Le nostre imprese sono molto interessate soprattutto nel Messico perché è un paese manifatturiero esattamente come l’Italia. È molto più manifatturiero del Brasile, e qui potremmo avere una somiglianza con anche con la Colombia, andare a produrre lì. Ma non delocalizzando, così come hanno fatto tante imprese italiane perché i messicani stanno diventando una vera potenza manifatturiera.

Quindi qui i settori sono legati tantissimo alla meccanica, elettronica, alla bionica, alle macchine. Poi ci sono i grandi lavori infrastrutturali come in Perù: strade, ponti, dighe, ma anche l’aspetto dei grandi lavori con il petrolio.

Poi abbiamo sicuramente dei settori di eccellenza come l’Eni, la Pirelli, la Fiat. E ancora i treni sono anche un punto di forza.

C’è anche l’aspetto agroindustriale. Qui siamo ancora a livelli di studio. Si lega al discorso delle PMI. Che sono un ecosistema che non si può prendere e riprodurre, ci vuole tempo, perché cultura del lavoro, relazionale, credito locale, tante cose da tenere a mente.

Da sottolineare l’importanza delle PMI che sono state internazionalizzate in questi anni, e lo facciamo vedere alle PMI presenti in Italia, sono le uniche che sono riuscite a reagire meglio alla crisi, a differenza di quelle non internazionalizzate che sono cadute. Quindi deve esistere una cultura di andare all’estero, in particolare passare il confine dall’altra parte dell’Oceano.

Il discorso invece sulla cultura e sulle scuole all’estero come si affronta in Italia?

Dobbiamo ammettere che noi abbiamo un sistema abbastanza ampio si scuole qualificate e statali che non possiamo più reggere con i soldi pubblici. Quindi torniamo al discorso del principio come dell’istituto di Wolfsburg e cercare di inventarci una partnership con i privati.

A questo proposito ho lanciato l’anno dell’Italia in America Latina, che consiste nel mescolare generi diversi. Non ho voluto che fosse “l’anno della cultura italiana in America Latina”, ma l’Italia in generale per farci entrare tutto e tutto si deve mescolare. In questo modo la gente s’incontra e nascono le connessioni, non solo per vedere “la mostra”, ma anche per fare la scuola per la formazione della piccola media impresa per esempio e da lì nasce anche un’altra collaborazione. O la FIAT che apre un centro culturale a Belo Horizonte, che adesso è aperto solo per l’anno dell’Italia.

Quindi si mescola la cultura vera e propria con la cultura d’impresa, con la canzone, la bellezza e tutto ciò che ha che fare con l’Italia.

Certo è, che sto cercando di capire come fare per le scuole, che è un discorso importante… Come fare a difendere, ma addirittura a far aumentare il nostro sistema scolastico.

Durante il decennio compreso tra il 2003 ed il 2012 l’economia dei Paesi dell’America Latina è stata nel complesso caratterizzata da un trend di forte crescita: perché questo percorso continui e si completi, un ruolo chiave è giocato dall’energia elettrica, che rappresenta senza dubbio un fattore fondamentale di sicurezza nonché di sviluppo sostenibile. Tutti i cittadini e le imprese latinoamericane devono infatti poter contare sulla disponibilità di energia elettrica in ogni momento, a prezzi accessibili ed a condizioni sostenibili dal punto di vista ambientale. In questo contesto, l’esperienza maturata dall’Italia in ambito europeo in termini di liberalizzazioni e di sviluppo delle infrastrutture di rete e di generazione da fonti rinnovabili può rappresentare un esempio utile ed un supporto fondamentale per completare il percorso di crescita della regione latinoamericana?

È l’unico settore su cui siamo veramente messi bene, perché abbiamo acquisito Entel. Un’operazione veramente intelligente realizzato in questi ultimi anni. Cosa che non è successo a livello di banche per esempio: ci sarebbe bisogno di banche italiane in America Latina e quando c’è stato il momento della ripresa e crescita, noi siamo andati via… È stato quindi un errore.

L’Enel sta lavorando moltissimo. Il problema è l’interconnessione tra paesi. Loro sono disponibili a costruire le interconnessioni tra paesi per esempio tra il Chile e l’Argentina o Chile e Perù, ma è molto difficile perché questo è un problema politico.

(Al Forum hanno partecipato il Direttore Mimmo Porpiglia e Letizia Baz, Stefano Casini, Matteo Forciniti)

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