direttore responsabile Goffredo Morgia
Registr. Trib. Roma n.338/2007 del 19-07-2007
INFORMAZIONI DEL GIORNO – NEWS PER GLI ITALIANI ALL'ESTERO

La rabbia dei genitori di Regeni: “Ora il governo reagisca al depistaggio delle autorità egiziane”

25. RASSEGNA STAMPA

Da “La Stampa.it” del 25.3.2016

Le autorità egiziane: «Giulio rapito da una banda di rapinatori». E mostra i suoi documenti trovati nella casa di uno di loro. La famiglia: una messinscena. Ecco tutte le incongruenze

 

IL CAIRO – «Siamo feriti ed amareggiati dall’ennesimo tentativo di depistaggio da parte delle autorità egiziane sulla barbara uccisione di nostro figlio Giulio che, esattamente due mesi fa, veniva rapito al Cairo e poi fatto ritrovare cadavere dopo otto giorni di tortura». È lo sfogo dei genitori di Regeni dopo i recenti sviluppi sulla vicenda del giovane ricercatore italiano che arrivano dal Cairo. Nelle ultime ore, infatti, l’Egitto ha rilanciato in queste ore la pista della criminalità comune: cinque banditi, appartenenti a una banda specializzate in rapine a stranieri, sono stati uccisi dalla polizia egiziana. «Siamo certi – aggiungono i genitori di Regeni – della fermezza con la quale saprà reagire il nostro Governo a questa oltraggiosa messa in scena che peraltro è costata la vita a cinque persone, così come sappiamo che le istituzioni, la nostra procura ed i singoli cittadini non ci lasceranno soli a chiedere ed esigere verità». «Lo si deve non solo a Giulio – concludono – ma alla dignità di questo Paese» 

UNA VERSIONE A CUI L’ITALIA NON CREDE  

Per avvalorare la nuova tesi, a cui in Italia non crede nessuno, il ministero degli Interni egiziano ha diffuso un comunicato in cui scrive che «i documenti di Giulio Regeni sono stati trovati nella casa di una sorella di uno dei banditi uccisi». «La residenza, nel governatorato di Qalyubiyya» nel delta del Nilo, a nord del Cairo, «della sorella del principale accusato, che si chiama Rasha Saad Abdel Fatah, 34 anni, è stata presa di mira perché le indagini hanno dimostrato che lui andava da lei di tanto in tanto», si legge nel comunicato. Il ministero degli Interni ha anche postato sulla sua pagina Facebook le foto del passaporto del ricercatore trovato morto il 3 febbraio scorso e del tesserino dell’università di Cambridge e dell’Università americana al Cairo. Sempre secondo la polizia egiziana «Le donne hanno confessato che le cose rinvenute sono il frutto di attività criminali del principale accusato. La donna ha confermato di conoscere le attività criminali di suo fratello che nascondeva presso di lei parte della refurtiva». 

L’EGITTO: RAPITO DA UNA BANDA  

Secondo il ministero degli Interni, i documenti si trovavano in «una borsa rossa con sopra la bandiera italiana», insieme ad altri effetti personali appartenenti a Giulio Regeni, come la sua carta di credito e due cellulari. L’appartamento nel quale sono stati rinvenuti è di proprietà della sorella di uno dei membri della banda che, secondo le autorità, era dedita al sequestro di stranieri, il 52enne Tarek Saad. La moglie, interrogata, ha sostenuto che la borsa rossa appartiene al marito. Ieri, Saad, insieme al figlio 26enne e ad altri due uomini di 40 e 60 anni, erano rimasti uccisi in uno scontro a fuoco con la polizia che li aveva individuati e stava cercando di arrestarli. Sulle notizie date dal ministero degli Interni egiziano è intervenuto con un tweet l’ex premier Enrico Letta che si dice scettico sulla versione ufficiale. 

I DUBBI DEGLI INQUIRENTI ITALIANI  

E gli investigatori italiani impegnati nell’inchiesta sulla morte di Giulio Regeni sollevano diversi dubbi sulla «svolta» arrivata dall’Egitto, ricordando che nonostante siano passati due mesi dalla scomparsa del ricercatore, le autorità italiane sono ancora in attesa di riceve dal Cairo alcuni documenti e atti dell’inchiesta egiziana, ritenuti fondamentali . «Il caso non è affatto chiuso. Non c’è alcun elemento certo che confermi che siano stati loro», sostengono.  

PIGNATONE: ASPETTIAMO ELEMENTI UTILI  

E da Roma, il procuratore Pignatone, rincara la dose: «Riteniamo che gli elementi finora comunicati dalla Procura egiziana al team di investigatori italiani presenti al Cairo non siano idonei per fare chiarezza sulla morte di Giulio Regeni e per identificare i responsabili dell’omicidio». La Procura di Roma, aggiunge Pignatone, «rimane in attesa che la Procura generale del Cairo trasmetta le informazioni e gli atti, da tempo richiesti e sollecitati, e altri che verranno richiesti al più presto in relazione a quanto prospettato ai nostri investigatori». 

TUTTE LE INCONGRUENZE  

Sono almeno tre le incongruenze nella ricostruzione del Cairo, secondo inquirenti ed investigatori. Il primo dubbio è legato proprio al ritrovamento dei documenti di Regeni: non è credibile, sottolineano fonti qualificate, che una banda di sequestratori e rapinatori abbia conservato per mesi passaporto e telefoni, con il rischio concreto di essere scoperti. Chiunque se ne sarebbe liberato all’istante. Il sospetto, dunque, è che quei documenti siano stati conservati da qualcun altro per poi farli saltare fuori al momento opportuno. 

PERCHE’ I SEGNI DI TORTURE?  

Un altro punto che lascia molti dubbi è legato alle sevizie riscontrate sul corpo di Giulio e confermate anche dall’autopsia egiziana consegnata agli inquirenti italiani: perché una banda che aveva come unico obiettivo quello di rapinare Regeni lo avrebbe torturato per almeno una settimana? Così come non è credibile, secondo le nostre autorità, la vicenda del conflitto a fuoco in cui sono morti tutti coloro che in qualche modo avrebbero potuto fornire informazioni utili. 

LE REAZIONI POLITICHE  

Sul caso si è anche scatenata la politica. Molti, dalla maggioranza all’opposizione, non credono alla nuova versione data dall’Egitto e chiedono al governo di pretendere chiarezza. «Se la vicenda non fosse così tragica ci sarebbe da ridere», così Felice Casson membro del Copasir commenta le ultime notizie provenienti dall’Egitto sulla morte di Giulio Regeni. Casson aggiunge che le informazioni fornite dagli investigatori egiziani sull’uccisione di cinque malavitosi responsabili, a loro dire, della morte del nostro connazionale «hanno tutta l’aria di essere una presa in giro: E ci sono stati ripetuti episodi di depistaggio».  (La Stampa.it del 25 marzo 2016)

Inform

 

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail
Powered by Comunicazione Inform | Designed by ComunicazioneInform