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Divina Commedia Opera Musical

SPETTACOLO

Dal Messaggero di sant’Antonio per l’estero, maggio 2020

I tre cantici di Dante in un allestimento strepitoso, fatto di musica, danza, effetti speciali, e interpretazioni che entusiasmano i giovani. Perché l’uomo medievale e quello tecnologico hanno molto in comune

Tradurre nel linguaggio della musica, del canto, della danza, dell’azione scenica uno dei più grandi capolavori della letteratura di tutti i tempi, è stata un’impresa titanica, non priva di rischi e difficoltà. Ad ammetterlo sono Marco Frisina, autore delle musiche, e Andrea Ortis, regista oltre che curatore dei testi (insieme a Gianmario Pagano) e financo interprete di Virgilio. Eppure questa grandiosa Divina Commedia Opera Musical (www.divinacommediaopera.it) risente di quella genuina freschezza, frizzante gioventù e ingenua spregiudicatezza che fanno percepire Dante, tolto dai piedistalli celebrativi, come uno di noi: un uomo con le sue passioni, le debolezze, i patemi e gli slanci ideali.

Forse è per questo che lo spettacolo riesce a sbancare i botteghini italiani, e a dialogare con i giovani attraverso un linguaggio visivo, musicale e con soluzioni tecnologiche convincenti e apprezzate: 200 costumi e 70 scenari con effetti 3D in cui si muovono 8 cantanti-attori e 14 ballerini-acrobati. «La nostra Divina Commedia – riconosce Ortis – grazie all’idea di Marco Frisina e al produttore Gabriele Gravina, ha al primo posto il bene di chi, con impegno e sacrificio, viene a teatro a seguirci».

La modernità sta proprio nel concetto della Divina Commedia: «Dante la scrive per rispondere a un’esigenza sua – precisa Frisina –: quella di capire la sua vita, la sofferenza vissuta, dalla morte di Beatrice in poi, l’esilio, la perdita dei propri beni. Rilegge la sua esistenza come qualcosa di esemplare per l’uomo. Non dimentichiamo quello che dice all’inizio: “nel mezzo del cammin di nostra vita”. Dante vede nella sua esperienza personale la condizione umana. Il suo è un viaggio che va dalla disperazione all’angoscia della Selva oscura fino alla luce di Dio attraverso un percorso di conversione, di iniziazione, di purificazione. E in questo è attualissimo. L’uomo di oggi è come Dante: qualcuno che cerca il senso della vita. Nella Divina Commedia è l’amore che alla fine trionfa».

L’inizio della catarsi

Dante compie un viaggio dentro se stesso, la propria esistenza, la nostalgia, i rimpianti, le paure e le ossessioni, condite dalla cultura teologica e proto-scientifica del suo tempo. E, parallelamente, evoca i protagonisti della grande storia, non solo i suoi contemporanei, per indagarne vizi e virtù, peccati e perversioni attraverso l’ineguagliabile voce narrante di Giancarlo Giannini. Chi, in vita sua, non si è mai perso, almeno una volta, come Dante nella Selva oscura? «Il dolore profondo e inguaribile, la solitudine senza soluzione, sono mali moderni dei quali anch’io soffro – ammette Ortis –. La Selva oscura torna spesso, presentandosi con varie sembianze, a tratti più o meno intricati, e a maglie più o meno fitte. La Selva oscura è il buio, ma spinge a cercare soluzioni, è miccia del cammino, del viaggio. Abita in me, è radicata nella mia inquietudine ancestrale, e nella mia inestinguibile voglia di vivere».

In Dante ogni personaggio è un microcosmo. Per questo Frisina ha creato una sapiente alchimia musicale fatta di stili e sfumature diverse, come racconta egli stesso: «Per esempio in Francesca c’è il mondo lirico e anche un po’ melodrammatico perché lei è un personaggio melodrammatico, con una musica più vicina al mondo romantico-lirico. Che vira al rock più graffiante per Pier delle Vigne, suicida in una situazione drammatica che mi ricordava la rabbia, il dolore, lo strazio anche di tanti giovani d’oggi. Diversamente, quello di Ugolino è un mondo musicale molto vicino alla serialità del ’900, cupo, dissonante, introverso, fissato dentro quel dolore disperato. Beatrice, invece, è puro lirismo a livello di innocenza, di dolcezza assoluta».

Dante vuole liberarsi dal dramma della Selva oscura, quindi alterna la sua angoscia con la speranza. Eppure intraprende questo viaggio, questa catarsi, partendo proprio dagli inferi dove conosce Francesca da Rimini e le sue pene d’amore condivise con Paolo. «Quella di Francesca è una storia universale – osserva Frisina –. Una ragazza trascinata dalla passione, quasi inconsapevolmente si ritrova alla morte. Lei dice: “Amor condusse noi ad una morte” esprimendo l’idea che la fragilità umana è sempre dietro l’angolo». Ma è l’uomo a scegliere l’amore che intende perseguire. «Dice Dante: l’amore destina l’uomo. Ciò che l’uomo ama, lo destina. Nell’episodio di Francesca, il poeta fiorentino è stato capace di raccontare la fragilità umana».

Dante avverte la minaccia delle creature infernali, incontra Pier delle Vigne, poi Ulisse; Ugolino, il padre che divora i propri figli. «Dante è un uomo immerso nella condizione del dubbio che lo rende simile a noi, all’incertezza del nostro tempo – aggiunge Ortis –. È la condizione del difetto che lo anima. Egli si interroga, nell’altezza della sua poesia, su tutti gli aspetti dell’esistenza, osservando e indagando le strade che portano al male e quelle che conducono al bene. Entra nel cuore degli uomini, nel mondo mai risolto dei vizi, così come esplora il cammino virtuoso del bene. Disegna un caleidoscopio di sfumature umane nelle quali tutti, oggi, ci possiamo trovare e riconoscere. Interpreta le inquietudini e gli smarrimenti terreni superandoli ed elevandoli a un progetto più ampio, desideroso di cielo. È l’uomo il centro. Questo rappresenta la sua inestinguibile modernità».

Un personaggio che non c’è nell’Inferno ma che avrebbe indisposto Ortis è quello del razzista, «non quello barbaro e urlato, pericoloso certo, ma distinguibile, quanto piuttosto quello latente, borghese, annidato nelle pieghe nascoste e meno palesi di tante persone che si scansano, che non prendono posizione, e sono ciniche verso la vita».

La salita al Paradiso

Nel Purgatorio Dante incontra Catone che «si batté in difesa della propria libertà di pensiero contro Cesare». Poi è la volta di Pia de’ Tolomei, assassinata dal marito; e delle «anime che confidano nell’espiazione»; prima di imbattersi, insieme al fedele Virgilio, nei poeti Guido Guinizelli e Arnaut Daniel. «Virgilio è sì una guida – sottolinea Ortis –, ma nella nostra Divina Commedia Opera Musical è piuttosto un compagno di viaggio, molto coinvolto nelle sorti del “suo” Dante. I mille perigli ai quali vanno incontro, non lo lasciano inerme, lo sfiancano, ma egli è sorretto dal valore più alto del suo compito. È un Virgilio che ha dei dubbi, che non è sempre pronto alle risposte. Grazie a Dante scopre la passione. Mentre nella Divina Commedia letteraria, la regia è di incomparabile bellezza e virtù: è la Vergine che conduce e muove l’insieme, sede d’intelletto e amore, grembo vero del mondo».

A commuovere Frisina sono «i personaggi di Manfredi e di Bonconte da Montefeltro, nel Purgatorio. Manfredi è uno scomunicato che alla fine si converte, e in punto di morte esprime parole sulla misericordia di Dio che sono di una bellezza assoluta: “(…) io mi rendei,/ piangendo, a quei che volontier perdona” perché “la bontà infinita ha sì gran braccia, /che prende ciò che si rivolge a lei”». Al momento di accomiatarsi da Virgilio, è Beatrice, colei che reca beatitudine, a diventare il viatico di Dante verso il Paradiso terrestre. Matelda «lo conduce al fatidico incontro con l’amata, simbolo di quell’ “amor che move il sole e l’altre stelle”, unica possibile chiave d’accesso alla felicità». Anche se, dice Ortis, «nelle straordinarie figure dei virtuosi aggiungerei un cerchio dedicato ai gentili, alle persone cortesi, garbate, educate, a quella moltitudine di italiani che fanno mestieri umili, ma con grande passione e umanità, e ai quali non è mai riservato un applauso».

Vista dalla prospettiva salvifica del Paradiso, la Selva oscura appare come uno sbiadito ricordo. L’orrore e la paura hanno ormai ceduto il passo all’amore e alla speranza. «L’uomo è una creatura straordinaria – commenta lapidario Frisina –. È fatto per l’assoluto, non per il potere, il denaro e il piacere. E se l’uomo dimentica questa tensione verso l’alto, si ripiega verso il basso, nell’infelicità, perché poi non si accontenta, non trova né pace, né gioia, né felicità. E questo diventa una sorta di prigione. Oggi, come sempre. Stiamo smarrendo la dimensione del soprannaturale, la stiamo dimenticando», conclude Frisina che è impegnato nella composizione di un’opera dedicata a Guernica di Picasso, e che sogna di mettere in scena L’idiota di Dostoevskij «perché è una storia attuale e straordinaria». (Alessandro Bettero – Il Messaggero di sant’Antonio, edizione italiana per l’estero /Inform)

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