ITALIANI ALL’ESTERO
La seconda giornata del Convegno nazionale delle Missioni cattoliche italiane in Germania ha messo al centro la storia dell’emigrazione italiana, ma soprattutto le persone che quella storia l’hanno vissuta. Francesco Dandolo e Generoso Picone hanno ripercorso settant’anni di migrazione attraverso accordi, lavoro, pregiudizi, sacrifici e storie individuali
NAPOLI – Dopo il racconto della fede, della missione e delle frontiere, la seconda giornata del Convegno nazionale delle Missioni cattoliche italiane in Germania ha scelto di guardare alla storia. Una storia che non è fatta soltanto di date e accordi internazionali, ma soprattutto di persone, di partenze, di lavoro, di solitudine e di nuove identità costruite lontano da casa. A introdurre i lavori è stata Delfina Licata, che ha sottolineato l’importanza di mettere insieme discipline diverse – storia, economia e informazione – per comprendere meglio le trasformazioni della comunità italiana all’estero. Conoscere i luoghi e le persone, ha spiegato, significa anche avere strumenti più adeguati per accompagnare chi vive l’esperienza della mobilità. Il primo intervento è stato affidato a Francesco Dandolo, professore ordinario al Dipartimento di Scienze politiche dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, esperto di storia economica e delle migrazioni. Il suo viaggio nella storia dei rapporti tra Italia e Germania è partito dal secondo dopoguerra, quando i due Paesi si trovarono impegnati nella ricostruzione e in una nuova stagione di cooperazione. Al centro del racconto l’accordo del 1955, che aprì la strada alla partenza di migliaia di lavoratori italiani verso la Germania. I cosiddetti Gastarbeiter, lavoratori ospiti, furono una componente importante della manodopera che contribuì alla crescita economica tedesca.
Ma dietro i grandi numeri c’erano uomini e donne. E soprattutto c’erano esperienze spesso difficili. Dandolo ha ricordato come i primi emigrati italiani si siano trovati a vivere in condizioni di precarietà, dentro una società nella quale il pregiudizio nei confronti degli italiani era ancora molto forte. La figura del lavoratore ospite raccontava una contraddizione: indispensabile per l’economia, ma contemporaneamente percepito come straniero. La storia di Lorenzo Annese, arrivato dalla Puglia e primo Gastarbeiter assunto alla Volkswagen di Wolfsburg nel 1961, è stata indicata come esempio di questo percorso. Da giovane operaio Annese riuscì progressivamente a conquistare un ruolo anche nella rappresentanza dei lavoratori, diventando un punto di riferimento per molti altri lavoratori stranieri. Una storia individuale che, come ha ricordato Dandolo, permette di leggere una vicenda molto più ampia: quella di una generazione che arrivò in Germania con l’idea di lavorare, risparmiare e tornare, ma che nel tempo finì per costruire nuove forme di appartenenza. Su questo passaggio si è inserito l’intervento di Generoso Picone, giornalista e responsabile della redazione politica de Il Mattino di Napoli. Il suo approccio è stato diverso, ma complementare a quello di Dandolo: dalla grande storia alle singole storie. Picone ha raccontato innanzitutto il suo rapporto personale con l’emigrazione. Originario dell’Irpinia, terra profondamente segnata dalla partenza di generazioni di uomini e donne, ha spiegato di essersi sempre sentito parte di una “comunità viaggiante”. Ovunque sia andato – dalla Germania alla Svizzera, dalla Francia all’Inghilterra – ha incontrato un irpino, un figlio, un nipote, una famiglia partita dalla stessa terra. Ed è proprio dalle storie che Picone ha scelto di guardare alla migrazione. Una delle immagini più forti richiamate nel suo intervento è quella del migrante come “ultimo”. Non una categoria astratta, ma una persona che parte portando con sé il proprio corpo, la propria anima, i propri sentimenti e il proprio senso della vita. Migrare, ha sottolineato, significa spesso vivere una frattura: lasciare una realtà conosciuta e affrontare un mondo nuovo. Una rottura che può diventare anche occasione di costruzione, ma che porta con sé sofferenza, nostalgia e disillusione. Picone ha ricordato le condizioni nelle quali molti italiani vissero nei primi decenni dell’emigrazione in Germania: alloggi precari, marginalità, difficoltà linguistiche e soprattutto la sensazione di essere stranieri. Il pregiudizio nei confronti degli italiani fu un elemento importante di questa esperienza. Gli italiani erano spesso identificati attraverso stereotipi legati alla loro provenienza meridionale, al lavoro manuale e, in alcuni casi, anche a rappresentazioni negative legate alla criminalità. Picone ha ricordato, tra gli altri esempi, la copertina di Der Spiegel del 1977, con la pistola accanto al piatto di spaghetti, come una rappresentazione particolarmente significativa dello stereotipo italiano nella Germania di quegli anni. Ma la storia dell’emigrazione non può essere ridotta ai pregiudizi. Accanto alle difficoltà ci furono le associazioni, le comunità, le organizzazioni sociali e religiose che aiutarono gli emigrati a superare le barriere e a costruire una vita possibile nel nuovo Paese. In questo percorso, le Missioni cattoliche italiane ebbero un ruolo importante nel creare luoghi di incontro, sostegno e appartenenza. La seconda parte dell’intervento di Picone ha portato il discorso verso una parola oggi molto utilizzata: identità. L’esperienza degli italiani in Germania dimostra infatti che l’identità non è qualcosa di immobile. Si costruisce attraverso gli incontri, le partenze, i ritorni, le lingue e le esperienze vissute. A raccontarlo sono anche le storie di uomini e donne che hanno costruito la propria vita tra Italia e Germania. Picone ha citato, tra gli altri, Giovanni Di Lorenzo, direttore di Die Zeit, e Vinicio Capossela, nato ad Hannover da genitori emigrati dall’Irpinia. La storia della famiglia Capossela diventa così emblematica di una nuova condizione: quella di chi non appartiene più soltanto a un luogo, ma porta dentro di sé più luoghi, più lingue e più esperienze. La Germania, per molti emigrati italiani, non è stata soltanto il Paese del lavoro. È diventata anche il luogo nel quale si è formata una parte della propria identità. E in questo processo hanno avuto un peso anche le rimesse inviate in Italia. Picone ha ricordato come il denaro guadagnato dagli emigrati abbia contribuito, in molti territori, alla costruzione di case, alla ripresa economica e persino alla ricostruzione dopo eventi drammatici come il terremoto dell’Irpinia. Da una parte, dunque, la storia economica e sociale raccontata da Dandolo. Dall’altra, le storie personali, i volti e le esperienze richiamate da Picone. Due prospettive diverse che finiscono però per incontrarsi su un punto essenziale: la migrazione non può essere raccontata soltanto attraverso i numeri. Dietro ogni partenza c’è una persona. E dietro ogni comunità italiana all’estero ci sono migliaia di storie individuali che hanno contribuito a trasformare non soltanto la società di arrivo, ma anche quella di partenza. È forse proprio questa la chiave per comprendere l’evoluzione delle comunità italiane in Germania: non più soltanto una storia di emigrati partiti per lavorare, ma una storia europea fatta di generazioni, famiglie, contaminazioni culturali e nuove appartenenze. Una storia che continua ancora oggi. (“Corriere d’Italia” di Francoforte/Inform)