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Comitato 11 Ottobre: Un appello alle istituzioni per limitare lo spopolamento dell’italia con il contributo dell’emigrazione italiana all’estero

ASSOCIAZIONI

ROMA – La settimana scorsa il “Comitato 11 Ottobre d’iniziativa per gli italiani nel mondo” ha promosso, a Roma, un seminario di studio sul tema: Lo spopolamento dell’Italia e il contributo dell’emigrazione italiana”. Il Comitato 11 Ottobre, in tale occasione, ha redatto un documento che sarà inviato alle istituzioni che si occupano di tale tema e che possono dare un contributo importante per affrontare il problema. Di seguito il testo del documento:

I TEMI DELLO SPOPOLAMENTO DELL’ITALIA E IL CONTRIBUTO DELL’EMIGRAZIONE ITALIANA

Il Comitato 11 Ottobre d’iniziativa per gli italiani nel mondo

PREMESSO che opportunità politica e obiettivi di benessere collettivo, pur nell’indispensabile distinzione di interessi e di esigenze, suggeriscono di perseguire linee di intervento il più possibile comuni e concordanti  tra italiani residenti all’estero e italiani residenti in Italia;

CONSIDERATO che l’Italia è destinata nel breve tempo a risentire degli effetti della denatalità e dell’invecchiamento della sua popolazione;

CONSIDERATO  che, invece, altre aree del pianeta, segnatamente quelle dell’America meridionale e centrale caraibica, in cui a suo tempo si insediò buona parte dell’emigrazione italiana, presentano caratteristiche e attitudini per contribuire a risolvere parzialmente questi ordini di problemi sul territorio italiano;

CONSIDERATO, infine, che il problema dell’esodo dal paese di considerevoli masse di giovani adulti in età lavorativa, di cui gran parte con elevata formazione scolastica e professionale, è percepita alla stregua di emergenza dalle istituzioni e dai settori più sensibili della società del nostro paese;

rivolge alle istituzioni in indirizzo il seguente documento

Come Comitato, dal 2018, anno della nostra istituzione, grazie anche a diversi seminari organizzati in ambito parlamentare, abbiamo per quanto possibile seguito, monitorato e preso atto delle preoccupazioni emergenti nel nostro paese per un futuro che sarà verosimilmente caratterizzato dalla diminuzione della popolazione, principalmente per effetto del suo invecchiamento e della denatalità. Abbiamo registrato a questo proposito anche quelle che provengono ai massimi livelli istituzionali per le ripercussioni che questo fenomeno avrà sul futuro economico e sulla sostenibilità del relativo sistema pensionistico e del welfare.

Abbiamo analizzato alcune delle soluzioni avanzate in sede tecnica e politica, e da tempo ampiamente presenti in letteratura, in particolare quelle che mirano al potenziamento e al sostegno della famiglia italiana con agevolazioni finanziarie e istituti di tutela appositi. In linea di massima non crediamo che queste, pur essendo encomiabili e indispensabili, siano risolutive sia sotto il profilo quantitativo sia sotto quello degli effetti.  Infatti, questi ultimi in termini positivi si potrebbero produrre verosimilmente solo tra quindici/vent’anni mentre il problema si pone al momento in tutta la sua drammaticità soprattutto per le urgenze di un quadro economico che nel medio periodo esige l’immissione di nuove forze, dall’agricoltura all’edilizia, al turismo, ecc. Egualmente poco compatibile con i tempi a disposizione appare lo sforzo, per ora solo verbale, di aumentare le opportunità lavorative per i giovani che stanno ancora in Italia onde evitarne l’esodo verso l’estero (o dalle regioni del sud a quelle del nord). In verità, ancora scarsamente competitivo appare il sistema italiano nell’ambito dei paesi più avanzati perché un giovane, non solo come “cervello”, ma anche come artigiano o lavoratore specializzato possa scegliere di restare in un contesto come quello italiano con nodi strutturali da risolvere nel mercato del lavoro (retribuzioni, meritocrazia, efficienza, ecc.). A proposito della necessità di affrontare senza ulteriori indugi questi temi si può prendere come punto di riferimento e di raffronto l’affermazione dell’Agenzia federale tedesca del lavoro che ha quantificato in 400 mila persone all’anno la necessità di immigrati per la Germania già nell’immediato.

E qui si arriva alla terza soluzione, più controversa ma storicamente più risolutiva, quella del ricorso all’immigrazione, l’unica in grado di garantire nel breve e medio periodo a un paese carente di giovani una disponibilità di mano d’opera, anche qualificata (o agevolmente qualificabile per il livello di formazione scolastica di base di cui sembra largamente in possesso chi giunge in Italia da alcune periferie del mondo), in grado di colmare le lacune del sistema economico e sociale nostrano. Le resistenze emergono soprattutto a livello politico, e appaiono prevalentemente il riflesso di una società chiusa e, appunto, invecchiata, in ultima analisi intimorita dalla presenza di stranieri che provengono da aree etnicamente e culturalmente più distanti dalla nostra.

Il tutto, infine, si scontra con la competitività dei paesi più o al pari avanzati del nostro che da anni hanno posto in atto strategie non solo di attrazione di cervelli (i test d’ingresso in Australia e in Canada, per esempio) ma anche di mano d’opera qualificata (come capita in Germania e in Polonia), indipendentemente dal fatto che per altri versi i medesimi erigano sbarramenti giuridici e materiali all’immigrazione generica costituita sia dai cosiddetti migranti economici sia dai richiedenti asilo (una prassi questa che, per inciso, sta contagiando sempre di più anche i paesi africani rispetto alle migrazioni interne del loro continente). Questa realtà ha fatto parlare ad alcuni di un nuovo tipo di cittadinanza che si andrebbe delineando nel mondo moderno accanto alle figure tradizionali: lo “ius pecuniae” grazie ai visti generosamente pagati agli stati che li ricevono (che, secondo l’Economist di qualche anno fa avrebbe fatto incassare ai soli Stati Uniti circa due miliardi di dollari mentre in Europa sarebbe stata rimproverata allo stato di Malta la facilità con cui concede ai migranti la cittadinanza che poi consente di muoversi nel resto del Continente).

In questo quadro, con riferimento alla situazione italiana, in considerazione anche dei sentimenti della maggioranza della popolazione e della facilità con cui molte forze politiche antepongono alla soluzione dei problemi esigenze elettorali immediate, una posizione realistica potrebbe essere di attingere dalla vasta massa di oltre ottanta milioni di italiani e loro discendenti, di cui circa sei sono in possesso della nostra cittadinanza, professionalità interessate a rientrare nel paese di origine. In particolare, senza scartare nessuno e lasciando il discorso sulla sorte degli ultimi expat alle logiche della domanda e dell’offerta, una via di uscita realistica potrebbe consistere nel fare perno su quella parte che, per le condizioni socio economiche relativamente inferiori del paese di residenza, ritiene più attrattivo il nostro e che il nostro Comitato ha individuato soprattutto nell’America meridionale e centrale caraibica. Si tratta di una realtà,  caratterizzata in genere da un elevato livello di formazione scolastica, anche apparentemente interessata e motivata a entrare o rientrare in Italia. A questo proposito un vantaggio rispetto ad altre ipotesi di ingresso nel nostro paese che si rivelano più divisive, questa appare culturalmente più omogenea ai valori della cultura storicamente prevalente che non dovrebbe quindi attirare eccessive obiezioni da parte di quei settori della nostra società più preoccupati del possibile stravolgimento dei valori fondanti.

Su questo tema è bene tenere presente quella che oramai da tempo, sulla scia delle tesi sviluppate da Piero Bassetti, viene presentata come italicità. Con questa espressione si intende quel comune sentire che caratterizza milioni di persone sparse nel mondo che si riconoscono in un’origine comune: l’Italia e la cultura italiana. Questo mondo fatto da italiani all’estero, oriundi ma anche italofili rappresenta una risorsa importante e determinante dalla quale attingere per le soluzioni che intendiamo proporre e che ricordiamo essere valutata in 250 milioni di persone.

Queste indicazioni,  tuttavia, per tradursi in soluzioni concrete presentano tutta una serie di risvolti pratici da tenere in considerazione, che impongono necessari approfondimenti sulle forme grazie alle quali queste proposte diventino realizzabili e soprattutto si tramutino in politiche di immediata realizzazione (per esempio attivazione di scambi di professionalità tra i diversi paesi sia a livello universitario sia a livello scientifico, protocolli di reciprocità, riconoscimento di titoli, ecc.). A questo scopo il Comitato ha individuato tre passaggi fondamentali. Il primo è dato dal tema dell’ingresso di queste persone per le quali si nutre tale specifico interesse, che attualmente avviene alla luce della normativa generale che regola quello degli stranieri e dei migranti (che, oltretutto, nella parte relativa alle quote non potrà mai essere in linea con le proposte che avanziamo in questa sede in quanto discriminatorie nei confronti degli italodiscendenti e che nel concreto hanno fallito riguardo al caso venezuelano). Per questa ragione, se si entra nell’ordine di idee di favorire un’eventuale immigrazione di ritorno occorre procedere con appositi ritocchi alla normativa attuale attribuendo, per esempio, poteri specifici ai consolati in materia di visti.

In secondo luogo, è necessario “preparare” tale rientro attraverso una preventiva azione di formazione culturale, professionale e linguistica (tenendo anche conto che il passaggio dalle lingue latinoamericane – prevalentemente parlate in quell’area – alla nostra è relativamente più facile che da altri idiomi). Queste operazioni possono essere affidate alle numerose strutture di formazione che con il sostegno dello Stato e delle Regioni già operano all’estero, cui si possono aggiungere eventualmente la Dante Alighieri e le università italiane con sedi all’estero.

Il terzo passaggio è costituito dal coinvolgimento delle regioni e degli enti locali italiani, ai quali poi concretamente si riferirà chiunque rientra nel paese. Le regioni da tempo si misurano con i problemi dello spopolamento (alcune anche con stanziamenti di somme significativi e iniziative qualificanti soprattutto in materia turistica), anche perché più direttamente risentono delle conseguenze dell’invecchiamento della popolazione e della denatalità che stanno colpendo inesorabilmente vaste aree dei loro territori deprimendo la crescita economica. In questa direzione molte hanno messo a disposizione risorse, che si tratta solo di incanalare in direzioni che rendano la spesa efficiente, organica e più finalizzata non senza un occhio al PNRR.

Tanto si propone e si auspica nell’interesse esclusivo del paese e per una nuova visione delle comunità italiane residenti all’estero aperti a una riflessione e a un contributo qualificato.

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