CULTURA
Di Michele Santoriello
(Foto @Michele Santoriello)
FRANCOFORTE SUL MENO – La musica produce un genere di piacere di cui la natura umana non può fare a meno. E la musica dell’Otello di Verdi, con quella energia quasi primordiale che permea l’opera, – composta da una tessitura organica, un continuum emotivo e tumultuoso, tra le più drammatiche e ricche di sonorità del maestro – impone con forza tutto questo. Dalla prima all’ultima battuta il succedersi degli eventi non consente in nessun punto di abbassare il livello e la tensione né al pubblico né all’orchestra, fino ai protagonisti in scena, nemmeno al coro, tutti concentrati a mantenere sempre alta l’intensità del dramma. Questo ci ha regalato in primis il direttore d’orchestra Myung-Wung Chung, straordinario interprete della partitura verdiana, nelle serate dell’Otello alla Fenice d Venezia che con cinque appuntamenti in cartellone ha aperto la stagione del teatro veneziano di quest’anno. La forza, la complessità dello spartito, capace di ben riflettere le sfumature psicologiche che danno rilievo e scolpiscono i quattro personaggi più importanti su cui ruota tutta la messa in scena ed il dramma shakespeariano, si avvale del libretto di Boito che è distillato e capolavoro di stile di parole in musica dove l’endecasillabo trova il suo apice e si conforma e si adatta alle note. Vascello di animo umano, quello del generale Otello, scosso non solo dalla tempesta iniziale, da cui si salva, ma da ben altre tempeste del suo sentire, dove il prismatico e complesso personaggio di Jago infonde poco a poco, ma con costante pervasività, quel veleno che lo agita in un crescendo tal che „lo assale una malia che d’ogni senso il priva“, conducendo il Moro di Venezia ad una cecità del e nel reale dove l’insistente ricerca della prova, „il fazzoletto“ – indizio di un presunto tradimento della sfortunata Desdemona – lo rende un personaggio bipolare ed ossessivo, non solo psicologicamente, ma anche nelle parole e negli atti di violenza sia verbale che fisica nei confronti dell’angelo-donna amato, la sua Desdemona.
Opulenta e spettacolare la scenografia pensata e realizzata dal regista Fabio Ceresa – con le scene di Massimo Checchetto – il quale ci regala uno scrigno-basilica bizantina, con giochi musivi, pietre preziose, colori dorati e pale di scena a mo’ di riquadri, costruita su due piani di azione e recitazione dove il solenne trova collocazione nella zona alta, come fosse un altare, mentre il confronto-scontro degli inquieti animi umani, dall’intrigo, agli alterchi, alle scenate di gelosia e ossessione di Otello, fino all’uxoricidio della sfortunata Desdemona, trova nella parte bassa della scena la sua quanto mai terrena dimensione. Otello, Jago, Desdemona, Cassio sono personaggi che non perdono mai la loro singolarità ed attualità e ben vengono rappresentati anche nei costumi di Claudia Pernigotti – che ci regala un Jago Dandy in contrasto con costumi marziali e insegne dorate di Otello e Cassio – e nella particolare scelta di figure angeliche che accompagnano Desdemona, messaggeri di una sincerità e purezza quasi divina e di un leone veneziano che se all’inizio ruggisce alla fine vien decollato. Per non sottacere della presenza di idre striscianti e avvolgenti che si attorcigliano a Otello quando Jago via via arrovella e percuote col suo intrigo la sicumera del generale. I mostruosi serpenti ci parlano di quella forza della menzogna e dell’istigazione, della volontà distruttiva di un personaggio che fin dall’inizio dell’opera non nasconde la delusione di essere stato bistrattato e non amato, lui alfiere, dal generale Otello che preferisce Cassio, il fantoccio ignaro, a lui. Luca Micheletti interpreta magistralmente queste sfaccettature del personaggio Jago, con chiarezza esponi i temi, preciso negli attacchi, sulla scena è padrone e perno di ogni significativa variazione e mutevolezza, assecondando le incertezze crescenti di Otello. Ben canta Francesco Meli, con perizia tecnica e precisione, cercando di dare al suo Otello quegli elementi di variazione del suo mutar d’animo e di intenti, rinunciando ad un canto stentoreo e potente, ponendo invece in rilievo le tante sfumature psicologiche del personaggio che oscilla pericolosamente in cerca di un ultimo „bacio ancora“ che lo plachi. Sorprende con piacere la Desdemona interpretata dalla soprano coreana Karah Son, nel cui canto, e in particolare in quei passaggi tanto delicati e soavi quali l’Ave Maria e la Canzone del salice, con finezza vengono ad emergere, fermezza, timore e dolcezza. Essendo poi l’Otello opera fortemente corale, ancora una volta il coro della Fenice, ottimamente preparato da Alfonso Caiani, ha dato ottima prova di grande capacità e professionalità. Otello rimane un mito moderno attorniato da quei personaggi che ritornano costantemente a farci interrogare sulle pulsioni umane, dalle più nobili alle più oscure, sulle incertezze proprie o istillate a cui rispondiamo talvolta con meccanismi ed automatismi primigeni. La messa in scena dell’Otello al Teatro La Fenice per l’apertura di stagione lirica ha invitato il numeroso pubblico italiano ed internazionale presente in sala – oltre a godere della bellezza e potenza della musica del maestro Bussetano – a riflettere appieno su questa opera intima e sofferta nella quale Verdi riesce a ridare al melodramma italiano quella nuova linfa e forza delle emozioni in una piena maturità di uomo e compositore italiano che ancor oggi ci stupisce e ci incanta.( Michele Santoriello*/Inform)
*Ufficio culturale del Consolato generale d’Italia a Francoforte