STAMPA ITALIANA ALL’ESTERO
Su “Tribuna Italiana” del 18.6.2014 l’editoriale del direttore Marco Basti
BUENOS AIRES – Cercare una scorciatoia per non affrontare il nocciolo dei problemi e non assumersi le relative responsabilità e pagarne i costi è un vecchio vizio dei politici in genere. Si tratta di assecondare le richieste della gente. Poi si vedrà come si pagano gli eventuali costi o come si rimediano le conseguenze oppure si lascerà il problema a chi domani prenderà il loro posto.
Questa sembra essere la storia della questione cittadinanza, di colpo tornata di stringente attualità grazie alla tassa di 300 euro che dovranno pagare i futuri richiedenti il riconoscimento della cittadinanza, quando vorranno iniziare la pratica, secondo un emendamento all’Irpef, del senatore del partito democratico Giorgio Tonini, approvato dalla commissione Bilancio e Finanze del Senato.
La storia viene dagli ormai lontani anni ‘60, ‘70 e ‘80, quando quella della cittadinanza era una delle questioni al’ordine del giorno dell’agenda dell’emigrazione. Le situazioni politiche e storiche di allora, sia in Italia, sia in America Latina e specialmente in Argentina, portarono ad una interpretazione generosa del diritto alla cittadinanza italiana. Da una parte c’era chi lo proclamava per salvare i discendenti di italiani, perseguitati dai regimi dittatoriali che governavano questo continente in quegli anni.
Avere la cittadinanza – e quindi il passaporto italiano per partire – poteva significare la differenza tra la vita e la morte. Buona parte dei politici argentini, memori di quei giorni, hanno preso la cittadinanza italiana proprio per avere quella via di uscita negli anni della dittatura e nei primi anni della democrazia quando questa si stava consolidando e ancora c’era chi temeva che potesse essere capovolta. Anche politici, che poi (o già allora) hanno manifestato poche simpatie verso l’Italia.
Un altro motivo per promuovere quella interpretazione generosa, è stato il convincimento dell’esistenza di un’altra Italia fuori d’Italia, di una comunità di origine italiana, della famosa risorsa sulla quale costruire una specie di Commonwealth italiano. I sessanta o più milioni di persone di origine italiana, discendenti degli emigrati, sparsi in tutto il mondo. Rendere più semplice l’accesso alla cittadinanza italiana a quei discendenti, è stato un modo di aprire le porte alla costruzione di quella comunità, che dovrebbe rivelarsi una risorsa per l’Italia.
Durante le due crisi argentine, della fine degli anni ‘80 e di inizi del millennio, ma anche di fronte a problemi economici e sociali di altri paesi dell’area latinoamericana, la cittadinanza italiana è stata una via di uscita verso paesi e società – prima l’Italia e poi gli altri paesi dell’Unione europea quando si aprirono le frontiere – che offrivano lavoro, stabilità e benessere. Infine quella porta aperta, fu intravista da tanti che ne approfittarono sia come carta per emigrare in altri paesi, sia come passaporto per entrare senza dover chiedere il visto per viaggiare in paesi come gli Usa.
Quindi l’interpretazione generosa dello jus sanguinis, poi plasmata nel testo della riforma della legge sulla cittadinanza, finì per aprire le porte alla domanda di cittadinanza italiana (ma anche di altri paesi europei) spesso fatta solo in base alla convenienza. Per cui non è difficile trovare che chi si reca nei consolati per chiedere il riconoscimento della cittadinanza, non solo non parla una parola d’italiano, ma non ha neanche una minima idea della terra da dove partirono i suoi avi.
Come è noto, quasi la metà della popolazione argentina può vantare un antenato italiano che potrebbe trasmettere la cittadinanza, cioè circa venti milioni di persone. In Brasile, dicono, gli eventuali richiedenti la cittadinanza italiana sarebbero oltre trenta milioni. Tutti i quali a loro volta, ottenuto il riconoscimento, trasmetterebbero la cittadinanza ai loro discendenti.
Una situazione che era affrontata con la stessa rete consolare di prima, quasi con lo stesso numero di addetti e con l’ausilio efficace, ma non sufficiente, della tecnologia informatica. Così siamo arrivati ad avere un consolato come Buenos Aires, nel quale sono registrati trecentomila cittadini italiani, cioè più di Venezia, quasi come Catania. I nodi sono venuti al pettine con la crisi in Italia e i tagli nella pubblica amministrazione. Di fronte ad una domanda di cittadinanze che si mantiene inalterata, e alla decisione di chiudere sportelli consolari nel mondo, ci si è resi conto che questi non sono sufficienti per affrontare il problema.
Allora, come quasi nessun politico vuole affrontare la grana che significherebbe proporre una modifica alla legge sulla cittadinanza per portarla ad uno status ragionevole, si pensa alla tassa, come in precedenza alcuni funzionari e diplomatici hanno pensato di scoraggiare la valanga di nuovi cittadini con turni ridotti, numeri chiusi, ecc.
Quella proposta dal sen. Tonini è una tassa evidentemente pensata per scoraggiare i più affamati di cittadinanza italiana, che sono i latinoamericani. La zona del pianeta dove le domande inevase sono migliaia e migliaia e l’utenza potenziale è di milioni di persone. Ma anche l’area del pianeta dove 300 euro significano per molti, tanto quanto uno stipendio mensile. Nordamericani e canadesi, australiani o residenti in paesi europei, non dimostrano altrettanto interesse nella cittadinanza italiana e se volessero fare la pratica, 300 euro non sono per loro, in genere, una cifra da capogiro.
Quindi ha ragione chi sostiene che si stabilisce un privilegio per chi ha soldi. Una tassa che non serve per scoraggiare quelli che vogliono il passaporto italiano per andare a fare turismo e shopping a New York o a Miami, senza affrontare la grana della visa americana, ma che non sono neanche minimamente interessati all’Italia o agli italiani all’estero.
Sarebbe più logico chiedere altre condizioni e non una tassa. Ad esempio un esame di italiano, o di cultura italiana. O fermare la possibilità di chiedere il riconoscimento nella terza generazione, cioè che la cittadinanza non sia trasmissibile oltre i nipoti. Oppure aumentare i diritti sui passaporti, visto che chi viaggia per affari o per turismo, in genere può pagare anche una tassa più cara.
Ma soprattutto l’Italia dovrebbe dotarsi di un progetto strategico che coinvolga le comunità all’estero, che possa sviluppare la famosa risorsa costituita da milioni di cittadini italiani sparsi in tutti i continenti. Altrimenti continuerà a vivere questo tema come un problema, una complicazione e una spesa inutile, specialmente in tempi di vacche magre.
Con la tassa sulla cittadinanza i partiti italiani hanno dimostrato un’altra volta di non conoscere gli italiani all’estero, di non capirli e di non sapere cosa fare con “l’altra Italia”. Intanto però, hanno scoperto che potrebbe servire per fare cassa. (Marco Basti – Tribuna Italiana /Inform)
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