STAMPA ITALIANA ALL’ESTERO
Spunti
BUENOS AIRES – Spunti”, titolo ideale per un fondo scritto a una colonna, come stiamo facendo da quando abbiamo ripreso le pubblicazioni il mese scorso. Ma anche titolo utile per parlare di vari argomenti, com’è il caso di questa edizione. Perché gli argomenti sono vari, tutti pesanti, o interessanti, o ineludibili.
Partiamo con uno spunto leggero, quello che ci offre la notizia qui accanto, sul sorpasso del Consolato di Londra su quello di Buenos Aires, come sede consolare dove più numeroso è il numero degli iscritti. Nella capitale britannica la crescita è dovuta prima di tutto al crescente flusso di italiani che emigrano nel Regno Unito. In secondo luogo è dovuto anche alla chiusura di altre sedi consolari nel Regno, ragion per cui Londra ha accumulato cartelle di cittadinanza che si trovavano in varie sedi. Comunque sia, conta poco ch ha qualche migliaio in più o in meno di iscritti. Conta invece, e molto, il fatto che continuando con la politica di revisione della spesa, messa in atto da anni dai successivi governi italiani, ora alla Farnesina stanno vedendo dove tagliare altri 150 milioni del loro budget. Vorremmo sbagliare, ma scommettiamo che finiranno per chiudere qualche altra sede consolare, qualche Istituto Italiano di Cultura, o, comunque sia, qualcosa, con qualcosa che abbia a che vedere con gli italiani all’estero. L’Italia continua a non rendersi conto di quale è il suo tesoretto nascosto all’estero. O forse si, se si crede alle parole proNunciate ieri, proprio in occasione della presentazione del Rapporto della Fondazione Migrantes sugli Italiani nel Mondo. Ad essa è intervenuto il sottosegretario agli Esteri Mario Giro, il quale fra le sue competenze ha anche quella di occuparsi degli italiani all’estero.
Nel suo intervento il sottosegretario Giro ha detto, tra l’altro: È ora di “rivalutare la storia della nostra emigrazione, non solo in senso nostalgico, ma come fonte di ispirazione e di politiche, perché essa è fatta di esperienze ricche da cui trarre stimoli importanti per la nostra società, la nostra cultura, la nostra politica”. Grave l’assenza dei Governi che si sono succeduti fino a noi: “a parte il voto all’estero – osserva il sottosegretario – non c’è mai stata una politica reale sulle comunità italiane all’estero; al contrario, c’è stata una rimozione di massa, un silenzio, una sorta delusione reciproca” che però “non è mai diventata ripudio”.
“Non è una questione di colpe”, annota Giro, ma “il risultato di una indifferenza, di una distanza non colmata, e ora ritrovarsi è più difficile, anche se rimaniamo uguali”. Il primo passo del riavvicinamento rimane la reciproca conoscenza, ma stavolta “senza nostalgia”. L’Italia “deve darsi una politica per i connazionali all’estero; il voto non basta, occorre creare constituency nel popolo italiano” ma anche nelle istituzioni che non possono considerare questi cittadini “un po’ una grana”, gente che “affolla i consolati” e basta. Insomma, “non c’è sensibilità” e in questi anni “gli eletti all’estero non hanno cambiato questa situazione”. Parole da analizzare, ma comunque rispecchiano una situazione reale.
Altro tema, anch’esso presente in questa prima pagina, e sul quale abbiamo parlato anche nelle ultime due edizioni. E’ cambiato il sistema per accedere al voto. Prima tutti quelli che erano iscritti all’Anagrafe del ministero dell’Interno, che a sua volta riceveva i dati dai Comuni, ricevevano la busta per poter votare, sia alle elezioni dei Comites, che alle politiche italiane o ai referendum. Ora è necessario iscriversi prima. Quanta gente lo sa? Quanti andranno a vortare? Lo stesso sottosegretario Giro spiega: “Mi si dice “voterà poca gente”, rispondo meglio un Comites legittimato dal 5% di votanti che un Comites abbandonato a se stesso da 10 anni, che nel tempo ha perso anche i suoi consiglieri, perché sono morti”. “Tutti sono contro i Comites, ma io li difendo perché penso che abbiamo bisogno di una rappresentanza degli italiani nel mondo”, ha sottolineato Giro.
Si vedrà in definitiva quanti sono gli elettori e quante le liste, perché anche la possibilità di iscrivere una lista è limitata dalla mancanza di informazione, dai tempi ristretti e dal disinteresse della gente.
Ultimo spunto, ma non abbiamo altro spazio. Poniamo solo una domanda: Domenica prossima è 12 ottobre. A New York parteciperanno in 70 mila. noi cosa faremo? (Marco Basti – Tribuna Italiana dell’8 ottobre 2014 /Inform)
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