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INFORMAZIONI DEL GIORNO – NEWS PER GLI ITALIANI ALL'ESTERO

Ricerca, il modello inglese

ITALIANI NEL MONDO

Dal “Messaggero di sant’Antonio” per l’estero, dicembre 2020

Il presidente dell’Associazione dei Ricercatori Italiani nel Regno Unito, Antonio Guarino, fa un bilancio dell’attività della nostra comunità scientifica oltre Manica

In Gran Bretagna vivono oltre cinquemila scienziati italiani. L’Associazione dei Ricercatori Italiani del Regno Unito (www.aisuk.org) ne raccoglie una fetta significativa, oltre 700, che lavorano in tutte le discipline scientifiche. Oggi si trova un italiano praticamente in ogni università britannica, da quelle londinesi fino a Cambridge, Oxford ed Edimburgo. L’associazione ha contatti con la Royal Society, con l’UK Science and Innovation Network e con tante altre istituzioni. Presidente dell’Aisuk è il professor Antonio Guarino, docente di Economia all’University College di Londra.

Msa. Tra le conseguenze della Brexit e quelle della pandemia che ha colpito duramente anche il Regno Unito, quali sono le maggiori difficoltà che stanno vivendo gli scienziati italiani oltre Manica?

Guarino. Sono entrambi fenomeni negativi, ma molto diversi. La pandemia ha colpito la società e l’economia del Regno Unito in maniera grave, anche a causa di una gestione politica mediocre. Questo ha serie ricadute sul sistema universitario: lavorare è complicato, con accesso limitato ad aule e laboratori, e con conseguenze sui salari, poche assunzioni e possibili licenziamenti. Tenga presente che gli studenti internazionali sono una grossa fonte di reddito per le università: le alte rette universitarie aiutano a finanziare la ricerca. Gli scienziati italiani ne soffrono come il resto degli accademici in questo Paese. Per quanto riguarda la Brexit, è un fenomeno molto diverso: un cambio strutturale con effetti di lungo periodo. È un danno frutto di un misto di ideologie nazionaliste, nostalgia di un impero che, per fortuna non c’è più, un senso di «eccezionalismo» inglese e, soprattutto, molto opportunismo politico. Gli scienziati italiani, al pari di tutti gli altri cittadini dell’Unione europea, si sono trovati d’un tratto emigranti in questo Paese, e hanno dovuto richiedere permessi di soggiorno o cittadinanza.

Quali sono le principali iniziative della vostra associazione?

Abbiamo organizzato spesso seminari divulgativi insieme alla British Science Association, all’Ambasciata d’Italia a Londra e ad altri soggetti. Siamo in contatto con altre associazioni di scienziati di diverse nazionalità con cui discutiamo di problemi comuni, come la Brexit. Abbiamo creato una borsa di studio Aisuk per aiutare i ragazzi italiani che vogliono iniziare un PhD qui in Gran Bretagna.

Il Regno Unito sembra non voler penalizzare, in futuro, l’ingresso e la permanenza nel Paese di laureati o scienziati che possano essere utili al Paese. Quindi ci sarà una corsia preferenziale anche per altri italiani?

L’Italia ha una bassa percentuale di laureati e gli studenti italiani nei test internazionali non vanno oltre la media. A volte i tanti ricercatori italiani all’estero vengono considerati come una «dimostrazione» del fatto che gli italiani hanno un’alta preparazione. Mi lasci dire che è una maniera scorretta di ragionare. Per capire il livello di preparazione di una popolazione, vanno guardate la media o la mediana, o, meglio ancora, l’intera distribuzione. I bravissimi ci sono in tutti i Paesi.

Cosa chiedete alle istituzioni italiane?

Non siamo una lobby, non chiediamo nulla. Siamo per cultura cittadini del mondo. Piuttosto ci dichiariamo sempre disponibili a dare una mano, a dialogare con le istituzioni e i colleghi italiani, il governo e chiunque voglia e possa lavorare per migliorare il sistema della ricerca italiana.

Perché il Regno Unito è stato finora una delle mete più gettonate dai ricercatori italiani?

Siamo lavoratori come tutti gli altri, con una forte passione per quello che facciamo, per cui la qualità scientifica dell’università che ci offre lavoro ha un’importanza primaria. Poi ci sono altre considerazioni: il salario, le condizioni lavorative, la possibilità di una buona carriera, la vita personale e familiare. Il Regno Unito ha creato un buon sistema di ricerca, e così è riuscito ad attrarre tanti ricercatori.

La mobilità ha favorito la circolazione dei «cervelli» italiani. Da un lato questo è positivo, ma dall’altro si tratta di risorse umane di cui l’Italia non riesce a giovarsi. Perché?

La politica italiana non ha mai posto la ricerca tra i suoi obiettivi prioritari, mentre dovrebbe farlo vista anche la bassa crescita economica dell’Italia. Forse i nostri politici non sanno che la crescita economica dipende dall’innovazione, e l’innovazione è legata alla ricerca scientifica. Sono problemi difficili che non hanno soluzioni semplici. Qualche governo ha creato incentivi fiscali per favorire il rientro. Possono aiutare: qualche ricercatore può trovare l’offerta più attrattiva e decidersi a tornare. Ma non è la soluzione al problema. La mia personale opinione è che l’università italiana abbia bisogno di essere ristrutturata in base al principio dell’eccellenza. Ogni ateneo può essere forte in qualche disciplina, ma non in tutte. Ognuno dovrebbe cercare delle aree di eccellenza. I sistemi valutativi e retributivi, l’allocazione dei fondi dovrebbero incentivare la ricerca dell’eccellenza. L’Italia deve considerare il proprio sistema universitario all’interno di quello dell’Unione europea, creare rapporti con istituzioni di altri Paesi, confrontarsi con altri sistemi, non arroccarsi sulle proprie posizioni. C’è bisogno di maggiori investimenti, ma anche di cambiamenti profondi. (A cura di Alessandro Bettero – Il Messaggero di sant’Antonio, edizione italiana per l’estero /Inform)

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