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INFORMAZIONI DEL GIORNO – NEWS PER GLI ITALIANI ALL'ESTERO

Presentato alla Camera dei Deputati “La capra vicina al cielo” di Piero Taricchio

ESULI

 

ROMA – Piero Tarticchio, “il romanziere simbolo dell’Esodo” (così definito dalla moderatrice dell’incontro, la giornalista di Avvenire Lucia Bellaspiga), ha presentato il 6 ottobre il suo ultimo romanzo “La capra vicina al cielo” (Mursia, Milano 2015) presso la Sala del Refettorio della Camera dei Deputati. Si è trattato di un’iniziativa organizzata in concerto dalla Federazione delle Associazioni degli Esuli Istriani, Fiumani e Dalmati e dall’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia e la location ha dimostrato che da parte delle istituzioni si registra un crescente interesse per le tematiche della “complessa vicenda del confine orientale” (come recita la legge istitutiva del Giorno del Ricordo). Tra i relatori erano, infatti, previsti parlamentari provenienti dalla maggioranza e dall’opposizione, quali Ignazio La Russa (Fratelli d’Italia) e Luciano Violante (Partito Democratico), già presidente della Camera, nonché protagonista con Gianfranco Fini di un dibattito al teatro Verdi di Trieste che nel 1998 segnò un passaggio fondamentale per l’inserimento della tragedia delle Foibe e dell’Esodo nel patrimonio storico e culturale di tutta Italia.

Bellaspiga, introducendo l’incontro, ha segnalato che la trama dell’opera, fresca vincitrice del Premio nazionale di poesia e narrativa “I Murazzi”, estrae la sua essenza dal ricordo, ma rivolge al contempo uno sguardo al futuro, uno sguardo paziente e non revanscista, come è nell’indole del popolo istriano che per quasi sessant’anni ha sopportato il silenzio e l’oblio calati sulle vicende che sconvolsero la penisola nella quale risiedeva da generazioni e generazioni. Anticipando succintamente la trama del romanzo, ha spiegato che tutto comincia dall’eredità che un giornalista riceve da un amico d’origine istriana e lo porta sulle orme del pastore-filosofo Quinto, il quale custodisce il segreto del simbolo dell’Istria, la capra abbarbicata in cima ad una roccia su sfondo azzurro cielo: il protagonista del libro, così, si troverà ad agire in un contesto nel quale “non tutti coloro che partirono volevano partire e non tutti coloro che rimasero volevano restare”.

Aprendo il primo giro di interventi, Tarticchio ha ammesso che nella sua opera “c’è di biografico quel tanto che serve per aprire un dialogo”, ma soprattutto ha ricordato la catalessi creativa che l’ha colpito in seguito alla morte della moglie, avvenuta a Natale del 2009, e che si sarebbe risolta quattro anni dopo in concomitanza con un altro lutto: vedendo sulla bara dell’amico Alberto Durin il fazzoletto con il simbolo dell’Istria, lo scrittore e artista gallesanese ha tratto lo spunto per questa sua ultima fatica. Passi del libro sono stati poi magistralmente letti dall’attore Beniamino Marcone.

Impegnati nei lavori dell’aula di Montecitorio gli altri deputati invitati, è stata Laura Garavini a svolgere un intervento istituzionale, che però ha dimostrato una sensibilità ed un’attenzione tutt’altro che formali: riconosciuti i meriti lirici e letterari di quest’agile romanzo dal ritmo incalzante, la parlamentare eletta nella circoscrizione Estero ha fatto notare come Tarticchio sia stato bravo a infilare tante piccole vicende individuali nella cornice della tragica conclusione della Seconda guerra mondiale in Istria. Trattandosi di una storia rimasta a lungo, troppo a lungo, taciuta e sconosciuta, tale racconto ha il merito di dissipare l’ignoranza diffusa in merito alla durezza e alle violenze patite da cittadini italiani, portando alla luce storie di infoibamenti e di gente costretta ad abbandonare la propria casa. Garavini ha visto ne “La capra vicina al cielo” un prezioso strumento per raggiungere e informare il grande pubblico ed auspicato che dalle sedi istituzionali e dell’associazionismo dell’Esodo quest’opera letteraria possa ben presto raggiungere le scuole.

Analogo auspicio è stato formulato da Marco Tarquinio, direttore di Avvenire, una testata che ha il merito di parlare di Foibe ed Esodo non solo a ridosso del Giorno del Ricordo, concedendo frequentemente ampio spazio ai reportage ed agli approfondimenti di Lucia Bellaspiga.  Gli italiani ed i vincitori della Seconda guerra mondiale hanno perso memoria di queste crude vicende, sicché oggi è necessario impegnarsi per radicare la consapevolezza dell’appartenenza ad una comunità nazionale e per far comprendere che cosa abbiano patito i profughi istriani ieri così come quelli provenienti dalle aree di crisi odierne.

Tarticchio ha ricordato la sua vicenda personale: sette infoibati in famiglia, tra i quali il padre, prelevato da casa la notte tra il 4 ed il 5 maggio 1945 da quattro emissari dell’esercito partigiano di Tito e mai più tornato. Prelevato ufficialmente per un interrogatorio riguardante la gestione delle tessere annonarie nei difficili precedenti mesi di conflitto, il padre dell’autore è stato segregato nelle carceri di Dignano prima e di Pisino poi: da quest’ultima località furono poi caricati su dei camion, che ciclicamente partivano pieni e tornavano vuoti, gli 860 detenuti che avrebbero dovuto essere processati a Fiume, ma nessuno avrebbe raggiunto il capoluogo quarnerino, essendo stati tutti precipitati in qualcuna delle foibe che punteggiano l’entroterra istriano.

È stato quindi proposto un passaggio del romanzo che descriveva lo strazio dell’esodo da Pola a bordo della nave “Toscana”, un evento dettato dall’istinto di sopravvivenza, anche se gli esuli sparpagliati in giro per l’Italia e il mondo si sarebbero ben presto resi conto che la vera pace interiore l’avrebbero potuta ritrovare solo in Istria. E riguardo le difficoltà dell’inserimento in nuovi contesti è stato particolarmente prezioso l’intervento di Donatella Schürzel, presidente del Comitato di Roma dell’ANVGD, nata e cresciuta nel Quartiere Giuliano Dalmata, anche se il trauma del primo impatto con un nuovo ambiente, le difficoltà della quotidianità e della ricostruzione della preziosa “istrianità” le sono stati risparmiati, poiché se ne era fatta carico la prima generazione di profughi, che si adoperarono per rendere ovattata e familiare l’atmosfera del quartiere della capitale nel quale erano stati collocati. Miti, timidi e riservati, ma dalla grande forza interiore e dalla sostenutezza morale granitica, gli esuli erano riusciti a creare nella periferia romana un piccolo spicchio d’Istria, nel quale si sentiva la parlata istriota e si potevano conservare abitudini, tradizioni e consuetudini: da qui il passaggio nel mondo dell’associazionismo giuliano dalmata sotto la guida carismatica di Padre Flaminio Rocchi è stato automatico.

Dal medesimo contesto proviene pure il presidente di FederEsuli Antonio Ballarin, il quale ha precisato che il romanzo di Tarticchio è lo strumento ideale per trasmettere soprattutto ai giovani quelle emozioni che una conferenza accademica non è in grado di comunicare. Ballarin ha rilevato come quest’opera parli di persone che dopo settant’anni cercano le loro radici, rivendicano il diritto al ritorno ed alla propria identità, tuttavia non si tratta di un amarcord, bensì di una memoria che crea valori, socialità ed una prospettiva futura. È finita l’epoca della mera testimonianza di un’appartenenza, adesso si tratta di giungere al grande pubblico, operazione che può avvalersi di strumenti come lo spettacolo teatrale “Magazzino 18” di Simone Cristicchi e la mostra sull’Esodo presentata al recente Meeting di Comunione e Liberazione a Rimini e già richiesta in tutta Italia da scuole, associazioni ed enti locali dopo aver ricevuto migliaia di visitatori. Il prossimo obiettivo delle associazioni dell’Esodo è quello di rendere consapevoli e partecipi di queste pagine di storia tutti gli italiani, affinché istriani, fiumani e dalmati e loro discendenti raccontando tali tragedie non debbano più patire quel traumatico impatto con la società italiana che in molti affrontarono allorché uscirono dall’atmosfera intimistica e raccolta dei quartieri giuliano-dalmati.

Concludendo la sequenza di interventi, Bellaspiga ha rilevato i primi segnali di cambiamento nell’affrontare queste tragedie del Novecento italiano: alcuni anni or sono aveva rischiato il licenziamento da un noto quotidiano per aver proposto articoli riguardanti le foibe, argomento ritenuto “fascista”, mentre adesso ha potuto vedere nell’Arena di Pola esuli e rimasti cantare assieme in istrioto, sventolando il Tricolore in occasione del recente concerto di Renzo Arbore e della sua Orchestra Italiana.

La platea, nella quale erano presenti fra gli altri l’attore Gianni Garko, di origine zaratina, l’attrice Beatrice Fazi, il giornalista e scrittore Diego Zandel ed il vicesindaco del Libero Comune di Pola in esilio Tito Lucio Sideri, ha infine sentito Piero Tarticchio spiegare che il suo libro sta riscuotendo interesse pure oltreconfine, ad esempio da parte del direttore del Centro di Ricerche Storiche di Rovigno Giovanni Radossi, tanto che il prossimo 3 novembre verrà presentato a Fiume. Questo significa, secondo l’autore, che bisogna procedere prima che sia troppo tardi a riunire le due metà di una mela rimasta staccata per settant’anni: finché sono ancora in vita i testimoni di quell’epoca buia bisogna abbattere le barriere mentali e ideologiche che hanno finora precluso il ritorno in Istria, a tutto beneficio delle generazioni future. In conclusione Tarticchio, fiero di portare ogni anno in decine di scuole la sua testimonianza, ha citato una recensione della sua “Capra vicina al cielo”: il recensore non aveva rilevato nelle sue pagine odio e rancore, bensì la consapevolezza che solo Dio sarà in grado di valutare vittime e carnefici. (Lorenzo Salimbeni -Inform)

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