SOCIETA’
ROMA – E’ stato presentato a Roma , presso la Sala Capitolare – Chiostro del Convento Santa Maria Sopra Minerva – Senato della Repubblica, il volume “Stare nel Mondo. Giovani e anziani nell’Italia longeva e multiculturale”. Il volume nasce da una ricerca dell’Istituto Tonio, della Fondazione Migrantes, unitamente all’Istat per i dati forniti. Il libro, edito da Il Mulino, è stato curato da Fabio Introini e Cristina Pasqualini (Università Cattolica, Osservatorio Giovani dell’istituto Tonioli), Delfina Licata (sociologa Fondazione Migrantes). La ricerca mette in evidenza un paese che cambia, un’Italia che invecchia, un paese ormai multiculturale “abitato da persone con un background migratorio, e un paese longevo, con una popolazione sempre meno costituita da giovani”, come si legge nella quarta di copertina. A questo va aggiunto l’Italia che vive fuori dai propri confini, numeri che continuano a salire, l’Italia “che vive in mobilità, di discendenza italiana o nata all’estero da cittadini italiani”. Le pagine narrano di una complessità socio-demografica attraverso una “originale ricerca quanti-qualitativa che si focalizza su due segmenti della popolazione. Un interessante confronto che viene fuori tra i giovani compresi tra i 18 e i 34 anni e gli over 65. Da questo emerge un’Italia che ha bisogno di un patto intergenerazionale. Con questo lavoro sono state gettate le basi per un prossimo approfondimento, come durante l’incontro hanno anticipato i curatori della ricerca. Dal punto di vista demografico, la ricerca fotografa un Italia anziana, prima in Europa per longevità, ci sono 100 giovani ogni 140 anziani in media, perché in alcuni casi si va oltre i 157 over 65 su ogni 100 giovani tra i 18 e i 34 anni. Se si pensa che negli anni 80 c’erano 52 anziani ogni 100 giovani, c’è stato un sorpasso notevole. Gli anziani oggi rappresentano il 24,3% della popolazione italiana, i giovani sono solo il 17,5%. I curatori della ricerca sottolineano come con questo lavoro non si vogliano solo snocciolare dati, ma si cerchi di comprendere come giovani e anziani vivano questa trasformazione, scegliendo come chiave di lettura proprio la relazione tra nonni e nipoti. I lavori sono stati aperti con i saluti istituzionali del senatore Graziano Delrio (Pd), unitamente al direttore della Fondazione Migrantes, Pier Paolo Folico e a Giuseppe Fioroni vicepresidente dell’Istituto Toniolo. Gli interventi sono stati coordinati dalla giornalista Elisabetta Soglio, Corriere della Sera – Buone Notizie. In un video messaggio anche i saluti e l’intervento del presidente ISTAT Francesco Maria Chelli.
Nel prendere la parola il senatore Delrio, si è soffermato sul problema della denatalità sul peggioramento della povertà minorile nell’ultimo ventennio. I giovani – ha rilevato il senatore – continuano a desiderare figli, ma le condizioni concrete possono ostacolare la realizzazione di questo progetto; quindi vi è un nesso tra fecondazione, condizioni economiche, servizi e sostegni. Per Delrio vi è quindi la necessità di non considerare inevitabili né la partenza dei giovani né le difficoltà del Mezzogiorno.
Secondo Delrio, “bisogna che la politica si interroghi in maniera intelligente, non con misure generalizzate, superficiali, ma con interventi che vadano ad intercettare la vita delle persone, accompagnando i soggetti nelle loro scelte di vita”. “I giovani – aggiunto Delrio – hanno il diritto di scegliere se rimanere o se invece andarsene”. Dal canto suo monsignor Felicolo, Direttore Fondazione Migrantes, si è ricollegato alla recente giornata che Papa Francesco ha voluto dedicare ai nonni che sono “i custodi terreni della famiglia”. “Gli anziani possono e devono avere – ha rilevato Felicolo – la responsabilità di custodire con cura e la pazienza di tramandare con attenzione”. Congratulandosi per il lavoro portato avanti dai curatori del volume, il direttore ha sottolineato come dalla ricerca emerga il fatto che sia i giovani che gli anziani sentono forte il desiderio di impegnarsi nella loro vita, nonostante i tanti ostacoli da superare, primo tra tutti la considerazione limitata che si ha sia dell’una (nonni) che dell’altra categoria (i giovani). Poi in riferimento ai tanti che partono e ai tanti che arrivano nel nostro Paese, Felicolo ha rilevato la necessità di un nuovo patto generazionale “tra chi parte e chi arriva, chi ritorna e chi decide di ripartire e tra chi, invece, decide di restare e di non partire, al di là della cittadinanza posseduta o acquisita, del luogo in cui è nato, del territorio in cui risiede, del luogo del mondo che ha scelto come casa per sé e per la sua famiglia”. Anche per Giuseppe Fioroni, questa interessante ricerca racconta “chi arriva, chi parte e chi resta, spesso anziani soli che diventano però un ponte tra culture e distanze”. Senza dimenticare che i giovani italiani che vanno all’estero sono raddoppiati in dieci anni. Da queste pagine, piene di notizie, di grafici, di numeri, emerge “una cura reciproca”, sottolinea Fioroni, “prima sono i grandi ad accompagnare i piccoli, poi accade il contrario”. Da qui l’invito a istituzioni e comunità è di costruire “un patto tra età e culture diverse, in cui nessuno venga dimenticato”, riconoscendo “il contributo degli anziani”, ma dando anche “spazio ai giovani come portatori di risorse e non solo di bisogni”. Un patto tra generazioni “che sia interculturale, perché le relazioni tra età sono ormai anche relazioni tra culture e cittadinanze”. Dopo questi primi interventi si è svolto un nuovo panel con i curatori della ricerca: si sono susseguiti Sabrina Prati, (demografa dell’Istat) Cristina Pasquini (Istituto Toniolo), Delfina Licata (Fondazione Migrantes), e Fabio Introini (Istituto Toniolo). A prendere la parola con un intervento, supportato da grafici e tabelle dal titolo “Il quadro demografico e sociale: generazioni a confronto” è stata Sabrina Prati, “Oggi – ha esordito – presentiamo come ISTAT le principali evidenze del come è cambiato il contesto demografico e sociale del nostro paese, con una particolare attenzione al confronto tra giovani generazioni, quindi orientativamente chi ha meno di 34 anni, e le generazioni più mature dai 65 anni in su”. Prati si è soffermata sul tema dell’invecchiamento della popolazione e sulle cause e le conseguenze che questo porterà nell’immediato e nel prossimo futuro. Però – ha aggiunto – la chiave di lettura che “vogliamo dare è positiva , perché se è vero che il disequilibrio della struttura per età della popolazione comporta anche delle criticità che nessuno vuole sottacere”, è anche vero “che tanto i nuovi giovani quanto gli anziani sono delle risorse su cui il paese può contare se si costruisce un nuovo patto tra le generazioni che punti al benessere collettivo”. Prati ha poi ricordato che la fascia degli ultra 65enni più del 25% possiede un diploma. Quindi non è a digiuno di tecnologia. Una delle dimensioni particolari di questa ricerca, ha inoltre ricordato, è una lettura che introduce la multiculturalità, che è una caratteristica che sempre più connota la società italiana. “Nelle giovani generazioni, – ha spiegato Prati – sono numerosissimi i ragazzi stranieri o di origine straniera e nel nostro lavoro, in questa ricerca, facciamo vedere che questi ragazzi si sentono molto spesso italiani, ipotizzando un progetto di vita nel nostro paese, anche se dal punto di vista delle politiche c’è molta strada da fare. Sono infatti forti i divari con i coetanei italiani, sono forti i divari economici tra famiglie straniere e famiglie italiane, insomma c’è da investire sul futuro investendo su queste generazioni”. La professoressa Cristina Pasquini (Istituto Toniolo) ha preso la parola con un intervento intitolato “La ricerca: metodo e differenze tra generazioni”, un’indagine che studia giovani e anziani attraverso dati statistici e un approfondimento qualitativo. La novità della ricerca consiste nell’esaminare insieme nonni e nipoti in una composizione multiculturale: italiani dalla nascita, nuovi cittadini italiani, persone non italiane ed expat. La ricerca si concentra sul rapporto tra le generazioni nella giovinezza e nell’età molto avanzata, definito per la professoressa “tempo della restituzione”. Cioè, in questa fase della vita, che cosa i nipoti restituiscono ai loro nonni. “È molto bello ascoltare queste storie. E la cosa che posso dire è che ci sono delle differenze generazionali – ha rilevato Pasquini – perché sicuramente c’è un miglioramento della qualità della vita sia per gli anziani che per i giovani rispetto al passato. Ci sono anche tante nuove fragilità che si aggiungono, tipo quelle relazionali”. “Ecco perché – ha aggiunto – lavorare anche sulle relazioni è molto importante, a partire dalle famiglie”. “Risorse e fatiche delle età della vita”, è questo il tema dell’intervento illustrato della sociologa Delfina Licata, della Fondazione Migrantes, nonché curatrice del RIM – Rapporto italiani nel Mondo. Licata ha spiegato come ai dati statistici siano state affiancate le esperienze delle persone attraverso con circa 200 interviste della durata di un’ora e mezza ciascuna. “Il lavoro, svolto -riferisce la sociologa – insieme a colleghi dell’ISTAT e del Toniolo, ha richiesto un’analisi complessa e un approccio fondato su rispetto e gratitudine per le voci raccolte: dalle loro testimonianze sono emerse fragilità territoriali da cui partire per immaginare un cambiamento”. “Quello che a me preme dire – ha proseguito Licata – è che in un quadro di riferimento negativo, fatto di denatalità, indice di invecchiamento e spopolamento, ci sono anche tanti aspetti positivi dati dalla possibilità di vivere una vita migliore”. Infatti – ribadisce – uno dei dati anagrafici quantitativi interessanti è che “sì, siamo il secondo paese più vecchio al mondo, il primo in Europa, ma questo lo dobbiamo al nostro sistema sanitario che, ringraziando insomma medici ma anche la formazione medica nel nostro paese, permette questa longevità”. Licata ha poi evidenziato come la nostra epoca offra possibilità sia per i giovani che per gli anziani che si trovano di fronte alla possibilità di attingere da una vasta conoscenza. Una libertà di scelta che però comporta per i giovani anche difficoltà per l’individuazione dell’indirizzo giusto. Quindi “insieme a tante possibilità, c’è bisogno poi di qualcuno che sappia orientare i giovani. Viceversa gli anziani di fronte alle tante possibilità hanno un ausilio importante che è quello della loro esperienza che li aiuta poi nelle scelte migliori”. “Da una parte quindi – ha concluso Licata – abbiamo i giovani che vogliono avere dei punti di riferimento, punti importanti, dall’altra parte abbiamo gli anziani che effettivamente avrebbero bisogno di dialogare meglio e di più con i giovani”.
Da segnalare anche l’intervento di Fabio Introini (Istituto Toniolo), sul tema “I bisogni spirituali di giovani e anziani”. Introini ha evidenziato come dalla ricerca si evidenzi che i giovani cattolici siano passati dal 56% al 33,7%, mentre gli anziani rimangono i protagonisti della pratica religiosa e del ricordo alla preghiera. E’ emerso anche che la fede oramai si trasmette attraverso la testimonianza e le relazioni affettive e non più principalmente attraverso l’insegnamento. Introini ha poi invitato a non fermarsi alla retorica delle differenze generazionali, le esperienze di anziani e giovani presentano anche analogie. Tra queste ha citato, soprattutto, modi simili di raccontare la fede. Sottolineato inoltre come dai racconti degli anziani si evidenzino scelte religiose tradizionali spesso influenzate dai genitori, ma anche la capacità di lasciare maggiore libertà ai figli. Concludendo, Introini ha suggerito una ricostruzione della storia della trasmissione della fede che prenda in considerazione anche il ruolo dei nonni e i passaggi tra generazioni, oltre al rapporto diretto tra genitori e figli.
A chiudere il dibattito la professoressa, Anna Maria Tarantola, vicepresidente Fondazione Cecchettin e consigliere Fondazione EDUCatt, con un intervento sul tema “Per un nuovo patto sociale tra le generazioni”. “Sarebbe utile – ha spiegato Tarantola – un nuovo patto sociale tra generazioni e etnie che restituisca equilibrio tra chi dà e chi riceve, tra chi lavora e chi ha lavorato, tra chi nasce e chi arriva in un contesto di turbolenta innovazione tecnologica”. In questo contesto, secondo la professoressa – appare fondamentale diffondere una cultura del rispetto della dignità di tutti gli esseri umani. Per Tarantola inoltre l’integrazione intergenerazionale e interculturale rappresenta un processo a doppio senso che richiede aperture e sforzi di comprensione da parte di tutti: giovani e anziani, nativi e immigrati. “Ma tutto questo – ha aggiunto – non è possibile se non è accompagnato da un cambiamento culturale che riporti al centro dell’agire politico, personale e comunitario il valore della cura, della solidarietà e della continuità tra età diverse della vita e tra diverse etnie”. Per Tarantola dunque occorre costruire un “ponte intergenerazionale” capace di “superare le contrapposizioni e integrare le esperienze del passato degli anziani con le aspettative dei giovani”. (Nicolina Di Benedetto- Inform)