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INFORMAZIONI DEL GIORNO – NEWS PER GLI ITALIANI ALL'ESTERO

Pietro Grasso: “Al sacrificio di quegli uomini noi dobbiamo il riconoscimento, a tutti i lavoratori che si trovano in Unione europea, di diritti e garanzie”

MARCINELLE 60 ANNI DOPO

Il presidente del Senato alla cerimonia commemorativa

 

MARCINELLE – Si è detto onorato e commosso di rappresentare l’Italia, ha detto questa mattina al Bois du Cazier il presidente del Senato Pietro Grasso, “in occasione della commemorazione di quella terribile mattina di sessant’anni fa, uno dei momenti più dolorosi della storia del lavoro in Europa e della storia nazionale”. Ha ringraziato i familiari e tutti coloro che hanno voluto esserci ed ha espresso gratitudine alle autorità del Belgio “che non hanno mai mancato di coltivare la memoria di quella disgrazia e di quei momenti e il ricordo delle vittime, lavorando insieme alle associazioni dei parenti dei minatori scomparsi, alle altre associazioni e alle autorità italiane. Anche la comune sofferenza in quella vicenda ha rafforzato un legame profondissimo e sincero fra i nostri popoli, che condividono storia e valori e, oggi più che mai, futuro e prospettive, nei rapporti bilaterali e in Unione europea. Un legame forte, che si è espresso nella affettuosa solidarietà di tutti gli italiani al popolo belga, soprattutto quando questo Paese è stato colpito dalla follia terroristica”. Ed ha colto l’occasione per augurare pronta guarigione alle due agenti che l’altro ieri sono state brutalmente ferite proprio a Charleroi.

Dopo aver letto il messaggio del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il presidente del Senato ha così proseguito.

“Alle 8 e 10 di quell’8 agosto 1956 cominciarono ore, giorni, mesi, anni di angoscia e dolore per centinaia di famiglie e intere comunità. Le operazioni di soccorso si protrassero fino al 23 agosto; solo allora si spense la speranza di trovare altri sopravvissuti e il dolore sordo dell’ansia e della paura si trasformò in una tristezza senza fine. Dino Buzzati, il 9 agosto sul Corriere della Sera, scrisse: fu come se fosse sprofondato un intero paese con i suoi abitanti; provate con l’immaginazione a figurarvi quei minatori tutti in fila e dietro a loro le famiglie, padri, madri, fratelli: centinaia, forse migliaia di creature. I 136 italiani inghiottiti dalle viscere di questa terra venivano da Abruzzo, Friuli, Puglia, Marche, Molise e Sicilia. Il sacrificio di quei minatori e delle loro famiglie è diventato uno dei simboli della storia dell’emigrazione italiana, che è la storia di donne e uomini che cercavano dignità e l’opportunità di contribuire con il proprio sacrificio a risollevare il Paese dal Secondo Conflitto Mondiale. Solo in Belgio dal 1946 al 1950 si trasferirono oltre 83.000 italiani per lavorare in miniera, seguiti da 21.000 familiari. Le condizioni di lavoro erano pericolose e al limite della sopportazione umana: sei giorni a settimana per più di otto ore al giorno, tra il nero del carbone e le esalazioni del gas. La qualità della vita per le famiglie era misera. L’immagine di questi uomini afflitti dalle malattie professionali mi ricorda le parole del giovane minatore siciliano protagonista del racconto L’Antimonio di Leonardo Sciascia, autore a me molto caro. Arruolatosi volontario per partecipare alla guerra civile spagnola dopo essere scampato ad una esplosione di gas grisou in una delle tante miniere di zolfo in Sicilia (le zolfare), commenta: La zolfara mi faceva paura, al confronto la guerra di Spagna mi pareva una scampagnata.

Da allora sono cambiate molte cose. Dopo la tragedia cadde nel nulla l’Accordo fra Italia e Belgio, sottoscritto il 23 giugno del 1946, settanta anni fa, che prevedeva la partenza di decine di migliaia di lavoratori italiani per le miniere belghe e la corresponsione al governo italiano di 200 chili di carbone al giorno per lavoratore. Sono state introdotte quelle misure di sicurezza fondamentali che fino ad allora erano state ignorate. Dopo la firma dei Trattati di Roma, dagli inizi degli anni sessanta, molti passi in avanti sono stati compiuti per definire in modo diverso lo status giuridico del lavoratore nei paesi aderenti al Mercato Economico Comune europeo. Quello della civiltà del lavoro è stato un processo lungo e doloroso: risale a pochissimi anni fa, nel 2004, la chiusura dell’ultima miniera degli emigrati italiani: Creutzwald, in Francia, al confine con il Lussemburgo.

Concludo. Siamo qui tutti insieme per onorare la vita dei minatori di Marcinelle e per trasmettere ai nostri figli e a chi verrà dopo di noi il senso profondo di una storia che ha segnato la vita di tre generazioni di europei. Al sacrificio di quegli uomini noi dobbiamo il riconoscimento, a tutti i lavoratori che si trovano in Unione europea, di diritti e garanzie. Per mantenere viva la memoria di questo luogo il Senato ospiterà in autunno una mostra dedicata a Marcinelle, rivolta soprattutto ai più giovani. Marcinelle è un luogo di dolore ma sempre di più anche di speranza, perché anche da qui è partito il processo dell’integrazione europea, che ha prodotto libertà e diritti, assicurando la dignità e la sicurezza del lavoro come uno dei suoi principali obiettivi. Ricordare quel lungo cammino, ripensare a come eravamo e vivevamo rafforza la nostra determinazione ad accogliere con spirito di solidarietà chi oggi è costretto a migrare e ha diritto alla protezione internazionale, senza trascurare il dovere di ridurre le diseguaglianze e le marginalità che rendono le nostre società più vulnerabili al fondamentalismo e all’illegalità. Il luogo per realizzare compiutamente questi valori – ha concluso Grasso – è la nostra Unione europea, un’utopia che Italia e Belgio, insieme ad altri, hanno trasformato in realtà. Ad essa noi affidiamo, tutti insieme, le nostre speranze e i nostri principi” (Inform)

 

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