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Registr. Trib. Roma n.338/2007 del 19-07-2007
INFORMAZIONI DEL GIORNO – NEWS PER GLI ITALIANI ALL'ESTERO

Ovunque, Vangelo: la Chiesa non aspetta, cammina

ITALIANI ALL’ESTERO

La relazione conclusiva di mons. Gennaro Matino al Convegno nazionale delle Missioni Cattoliche Italiane in Germania ha rovesciato la prospettiva sulla migrazione: non più soltanto una realtà da accompagnare, ma una provocazione capace di insegnare alla Chiesa che cosa significa essere comunità

 

NAPOLI – “E se fossero stati proprio quelli che partivano a insegnarci che cosa significa essere Chiesa?”. È da questa domanda, forse la più provocatoria dell’intero Convegno nazionale delle Missioni Cattoliche Italiane in Germania, che mons. Gennaro Matino ha fatto partire la sua riflessione conclusiva. Teologo, scrittore, accademico e Pro-Vicario Generale dell’Arcidiocesi di Napoli, Matino ha chiuso i lavori del Convegno dedicato al tema “Oltre le frontiere. Essere Chiesa ovunque tu vada”, in un intervento dal titolo altrettanto significativo: “Ovunque, Vangelo: essere Chiesa. Sempre”. Ha moderato l’incontro Licia Linardi, giornalista e caporedattrice del Corriere d’Italia.Matino non ha scelto la strada del semplice riassunto delle giornate precedenti. Ha spiegato di aver seguito le relazioni, le analisi e le esperienze del Convegno e di voler restituire, più che una sintesi, una prospettiva: «uno sguardo profetico», capace di aprire nuovi orizzonti pastorali.

Dalla domanda “come conservarli?” alla domanda “che cosa ci insegnano?”

Per decenni la pastorale degli italiani emigrati ha avuto una domanda fondamentale: come non perdere i cristiani italiani che partivano? Come accompagnarli? Come conservare la fede, la lingua, le tradizioni, il senso di appartenenza? Come fare perché, lontani dall’Italia, non si sentissero completamente stranieri? Domande legittime, che hanno segnato la nascita e la storia delle Missioni Cattoliche Italiane. Matino ha ricordato quelle prime generazioni attraverso immagini concrete: le valigie di cartone, le donne che lasciavano famiglie e paesi, i treni verso il Nord, le stazioni tedesche, le fabbriche, le miniere, le baracche, le stanze condivise. E poi la domenica, quando il lavoro si fermava e la nostalgia diventava più forte.

In quel contesto le Missioni furono “una casa lontano da casa”: una porta aperta, una lingua conosciuta, una Messa nella quale finalmente si comprendevano le parole, un sacerdote con cui parlare e una comunità nella quale sentirsi nuovamente a casa. Ma oggi, secondo Matino, è necessario fare un passo ulteriore. La domanda può essere rovesciata: non soltanto come portare la Chiesa a chi parte, ma che cosa la Chiesa ha imparato da chi è partito? È un cambiamento di prospettiva profondo. L’emigrazione, per troppo tempo considerata soprattutto un problema pastorale da affrontare, può diventare una provocazione ecclesiale, una ricchezza capace di interrogare la Chiesa sul proprio modo di essere.

Una Chiesa che cammina

Per Matino, la Bibbia stessa racconta una storia fatta di partenze. Abramo riceve una promessa e parte. Mosè attraversa il deserto. Israele impara Dio camminando. Maria parte in fretta. Gesù nasce lontano da casa, conosce la fuga, diventa straniero e profugo e attraversa continuamente villaggi, case e rive. Anche la parola “parrocchia”, ha ricordato, richiama il termine greco paroikeo, legato alla condizione di chi vive in terra straniera. Il messaggio è chiaro: la Chiesa non è nata per stare ferma. E proprio qui Matino ha pronunciato una delle immagini più forti della sua relazione: una Chiesa può avere templi, strutture, uffici, programmi, calendari, documenti e persino molte risposte, ma se rimane immobile rischia di non avere più domande. E quando una Chiesa non ha più domande, rischia di incontrare soltanto le proprie strutture e non più gli uomini e le donne reali, che invece sono “domande che camminano”.

Le frontiere più difficili non hanno dogane

Il titolo del Convegno parla di frontiere. Ma quali frontiere? Certamente quella tra Italia e Germania, quella tra il Paese di partenza e quello di arrivo. Ma Matino ha invitato a guardare oltre la geografia. Le frontiere più difficili, ha detto, non hanno dogane. Passano dentro le città, nelle comunità, nelle parrocchie e talvolta dentro le stesse Chiese. Passano dentro ciascuno di noi. Sono le frontiere tra chi appartiene e chi arriva, tra chi parla la nostra lingua e chi ne conosce appena qualche parola, tra chi conosce i nostri codici e chi li ignora. E soprattutto tra “noi” e “gli altri”. Italiani e tedeschi. Europei e migranti. Credenti e non credenti. Chi è dentro e chi è fuori. È proprio quella parola – gli altri – che Matino ha invitato a guardare con attenzione. Perché, ripetuta troppo spesso, può trasformarsi in un muro. Il Vangelo, invece, utilizza una grammatica diversa: rompe continuamente i confini, mette al centro chi è stato lasciato ai margini, restituisce dignità a chi non aveva diritto di parola.

Non chiedersi chi appartiene a noi, ma a chi apparteniamo

Nel cuore della riflessione c’è anche la parabola del Buon Samaritano. Matino ne ha sottolineato il rovesciamento della domanda. Non si tratta soltanto di chiedersi chi sia il mio prossimo, cioè chi meriti la mia attenzione e il mio aiuto.

La domanda evangelica diventa un’altra: “A chi tu sei disposto ad appartenere?” È un cambio di prospettiva che riguarda direttamente anche le Missioni. Perché il compito della Chiesa non può essere soltanto quello di accogliere chi arriva dentro un sistema già definito. È necessario chiedersi quanto siamo disposti a lasciarci cambiare dall’incontro con l’altro.

Custodire la memoria, ma non trasformarla in museo. Un altro passaggio centrale della relazione ha riguardato la memoria dell’emigrazione italiana. Le Missioni devono custodire la storia. E devono farlo, perché quella storia è fatta di volti, sacrifici, umiliazioni, conquiste e di una fede semplice e tenace. È un patrimonio che non può essere cancellato. Ma custodire non significa trasformare la memoria in un museo. Matino ha utilizzato una metafora molto efficace: un seme può essere conservato perfettamente dentro una teca. Rimarrà intatto, ma non nascerà nulla. Oppure può essere consegnato alla terra: si sporcherà, si romperà, si trasformerà. E proprio attraverso quella trasformazione nascerà qualcosa di nuovo. Da qui la sfida per le Missioni: passare da una pastorale della conservazione a una pastorale della generazione.

Non chiedersi soltanto come conservare gli italiani cattolici in Germania, ma quale nuova Chiesa possa nascere dall’incontro tra italiani, tedeschi, europei, migranti, credenti e non credenti, giovani e persone che cercano Dio senza sapere ancora come chiamarlo.

I giovani non sono un problema da conservare

In questa prospettiva entra anche il tema delle nuove generazioni. I giovani italiani in Germania, e più in generale i giovani delle comunità di migranti, non possono essere considerati semplicemente il futuro da mantenere dentro strutture costruite per le generazioni precedenti. Per alcuni di loro, ha osservato Matino, una comunità definita esclusivamente come “italiana” può persino apparire come una forma di ghettizzazione. E allora non basta difendere ciò che esiste. Occorre seminare. Seminare significa creare condizioni perché possano nascere nuove forme di appartenenza, nuovi linguaggi, nuove responsabilità e nuovi modi di vivere la fede.

Pentecoste non cancella le differenze

Il passaggio sulla Pentecoste è stato uno dei momenti teologicamente più forti dell’intervento. Matino ha ricordato che lo Spirito Santo non insegna a tutti una sola lingua. A Pentecoste le differenze non vengono cancellate: diventano comunicanti. Non una lingua unica, non una cultura unica, non un unico modo di pregare o di essere Chiesa. Ognuno continua a parlare la propria lingua, ma gli altri possono comprenderlo. È qui che Matino colloca una delle chiavi del futuro della Chiesa: la comunione non consiste nel diventare uguali, ma nel riuscire a comprenderci restando differenti.

Non uniformità, dunque, ma comunione. Non assimilazione, ma incontro. E soprattutto non chiedere all’altro di diventare come noi per poter camminare insieme. Piuttosto: “Resta ciò che sei e proviamo a scoprire insieme ciò che ancora nessuno dei due è”.

La memoria degli italiani interpella il presente

Qui la storia degli italiani emigrati torna ad assumere un significato attuale. Gli italiani hanno conosciuto la condizione di stranieri. Hanno conosciuto il sospetto verso chi parlava con un accento diverso, i cartelli che li respingevano, la fatica di essere considerati prima forza lavoro e soltanto dopo persone. Per questo, ha detto Matino con particolare forza, la memoria dell’emigrazione non può diventare soltanto nostalgia. Se ricordiamo il pane ricevuto quando avevamo fame, non possiamo chiudere la porta a chi oggi bussa alla nostra. Se ricordiamo quanto faceva male essere chiamati stranieri, dobbiamo stare attenti a come pronunciamo oggi quella stessa parola. La memoria cristiana, dunque, deve diventare responsabilità. Non basta ricordare. La memoria deve anche metterci in discussione.

Napoli, città che non è mai stata soltanto sé stessa

Non è casuale, nella lettura di Matino, che questo Convegno si sia svolto proprio a Napoli. Napoli è stata parte del percorso, non soltanto lo scenario. Una città che da millenni conosce partenze e arrivi, popoli, lingue e culture diverse. Greci, romani, normanni, svevi, angioini, aragonesi, spagnoli: una lunga storia di incontri e contaminazioni. Per questo, ha osservato Matino, Napoli è se stessa proprio perché non è mai stata soltanto se stessa. È un’immagine che può essere applicata anche alla Chiesa e alle Missioni: un’identità non diventa più debole perché incontra l’altro. Può, al contrario, diventare più consapevole e più ricca. “Ovunque”: la parola da portare a casa. E alla fine arriva la parola sulla quale Matino ha concentrato il senso dell’intero Convegno: ovunque. Non soltanto dove ci sono le condizioni giuste. Non soltanto dove siamo accolti. Non soltanto dove ci comprendono. Ovunque. Perché, nella prospettiva evangelica proposta da Matino, Dio arriva prima di noi. Noi pensiamo di attraversare una frontiera per portare il Vangelo e possiamo scoprire che il Vangelo era già là, dall’altra parte. Pensiamo di evangelizzare qualcuno e scopriamo che è quella persona, magari, a evangelizzare noi. È una delle immagini più forti con cui si può concludere un Convegno dedicato alle Missioni: Dio non ha bisogno delle nostre frontiere, né dei nostri passaporti. Le frontiere sono nostre. Il Vangelo, invece, le attraversa.

Dal Convegno alla vita quotidiana

La relazione di mons. Matino non ha offerto una ricetta conclusiva. Ha lasciato, piuttosto, una responsabilità. Perché un Convegno prima o poi finisce. La realtà, invece, continua. E proprio qui comincia la parte più difficile: tornare nelle proprie comunità, nelle proprie Missioni, nelle proprie parrocchie e trasformare le parole ascoltate in scelte concrete. Il futuro delle Missioni Cattoliche Italiane in Germania non può essere soltanto quello di custodire ciò che è stato. Deve essere anche quello di generare ciò che ancora non c’è. Custodire la memoria senza rimanerne prigionieri. Difendere l’identità senza trasformarla in una barriera. Conservare la lingua e le tradizioni aprendole all’incontro. Dare spazio ai giovani. Accogliere chi arriva. Lasciarsi interrogare dalle differenze. Passare dalla pastorale “per” alla pastorale “con”. E soprattutto continuare a camminare. Perché, alla fine, il messaggio consegnato da Matino alle Missioni può essere riassunto proprio in quella parola scelta come chiave del Convegno: ovunque. Ovunque si trovi una persona, lì può esserci una Chiesa da costruire.

Ovunque ci sia una frontiera, lì può esserci un incontro. Ovunque ci sia qualcuno che arriva, lì può esserci qualcuno disposto ad ascoltare. E ovunque il Vangelo torni a scorrere nella vita degli uomini e delle donne del nostro tempo, lì la Chiesa può tornare a essere, semplicemente, Chiesa.(“Corriere d’Italia” di Francoforte/Inform)

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