QUIRINALE
(Fonte foto Presidenza della Repubblica)
ROMA – Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, è intervenuto all’assemblea di apertura di “Osare la Pace”, 39° incontro internazionale promosso dalla Comunità di Sant’Egidio, in programma a Roma fino al 28 ottobre. La sessione inaugurale, moderata da Valérie Régnier, responsabile della Comunità di Sant’Egidio in Francia, è stata aperta dal saluto di Roberto Gualtieri, Sindaco di Roma Capitale e dalla relazione introduttiva di Andrea Riccardi, Fondatore della Comunità di Sant’Egidio. Sono, quindi, intervenuti il Presidente Mattarella, Sua Maestà la Regina Mathilde dei Belgi, Manuel Castells, Sociologo dell’Università di California Berkeley, Ahmed Al-Tayyeb, Grande Imam di Al-Azhar-Egitto, il Rabbino Capo Pinchas Goldschmidt, Presidente della Conferenza dei Rabbini Europei, il Cardinale Matteo Zuppi, Presidente della Conferenza Episcopale italiana. Ha portato la sua testimonianza Kondo Koko, “Hibakusha”, sopravvissuta al bombardamento atomico di Hiroshima. L’Incontro Internazionale per la Pace, quest’anno intitolato “Osare la pace”, riunisce i rappresentanti delle grandi religioni, del mondo della cultura, della società civile e della politica, per affrontare insieme le sfide più urgenti del nostro tempo: la convivenza pacifica, la solidarietà e la costruzione di nuove visioni di pace. “Il riconoscersi tra i popoli come eguali, gli scambi, il permettere accesso reciproco alle rispettive risorse, – ha esordito nel suo intervento il Capo dello Stato – ha sconfitto, nel Novecento, l’idea che, per sopravvivere, fosse necessario combattere per sottrarre beni a qualcun altro. Il nazionalismo da opporre ad altri nazionalismi nasce dal considerare gli altri popoli come nemici, se non come presenze abusive o addirittura inferiori per affermare con la prepotenza e, sovente, con la violenza, pretese di dominio. Per un trentennio tutto questo sembrava avviato ad essere archiviato nel passato. La fine della Guerra Fredda, con il dialogo Reagan-Gorbaciov e l’apertura a un’accentuata interdipendenza globale, sembrava aprire un’era di pacificazione. Oggi – ha continuato Mattarella – ci confrontiamo con uno scenario molto diverso, anche in Europa. Il tema della forza pretende nuovamente di essere misura delle relazioni internazionali. Abbiamo costruito, con l’Unione Europea, una condizione – sin qui realizzatasi tra i suoi membri – per cui le armi avrebbero taciuto per sempre. E questo per volontà democratica dei suoi popoli liberi, non per imposizione imperiale o di uno dei dittatori, protagonisti di disumani esperimenti del secolo scorso. Una condizione e valori che hanno pesato, influenzando tante altre aree del mondo, avviando una fase destinata a globalizzazione dei diritti e a colmare gradualmente il divario tra popoli del Nord e del Sud del mondo. Non è stata una stagione priva di tensioni e di prezzi pagati duramente dalle popolazioni civili, come nei vicini Balcani. A fronte delle crisi sono stati apprestati, tramite l’Organizzazione delle Nazioni Unite, gli strumenti per una ricerca perseverante di percorsi di pace, come antidoto alla tentazione del ricorso all’uso della forza e della prevaricazione. Protagoniste sempre più significative, nel tempo, le opinioni pubbliche, i movimenti popolari per la pace, le comunità, come quella di Sant’Egidio che hanno sviluppato percorsi in direzione della pace. Un impegno prezioso che, nell’attuale scenario geopolitico, appare più che mai indispensabile. Lo “Spirito di Assisi”, che viene riproposto in questi incontri- ha proseguito il Presidente della Repubblica – rammenta a tutti noi che la pace non è un risultato destinato ad affermarsi senza dedicarvisi con costanza. La pace va cercata, coltivata e “osata”, per citare l’evocativo titolo scelto quest’anno. Come ha ricordato Sua Santità Leone XIV, «serve disarmare gli animi e disarmare le parole per poter realmente favorire la pace». Faccio mio il suo appello di pochi giorni fa, in occasione della visita al Quirinale, affinché si ‘continui a lavorare per ristabilire la pace in ogni parte del mondo e perché sempre più si coltivino e si promuovano principi di giustizia, di equità e di cooperazione tra i popoli, che ne sono irrinunciabilmente alla base’. Di fronte a queste parole e osservando l’instabilità, le tensioni, i conflitti, la violenza – anche verbale – che caratterizzano la nostra contemporaneità, si registra la diffusione di atteggiamenti che, se applicati alla convivenza all’interno delle nostre società nazionali, meriterebbero l’appellativo di teppistici. Risulta oscuro come comportamenti ritenuti generalmente riprovevoli, se non severamente censurabili, se relativi alle normali relazioni umane, abbiano la pretesa, nelle relazioni internazionali, di essere considerati fatti politici. Mentre, alla parola “dialogo”, viene attribuito, anziché il carattere della fortezza, il segno di una debolezza, di una remissività.
Le azioni di forza e i ‘fatti compiuti’ pretendono di assumere la natura di situazioni definitive, mentre non sono che la premessa dell’esplodere di future contrapposizioni. È doveroso contrastarle. Con insensatezza e, ancor più, con cinismo, il “costo”, anche in vite umane, della guerra viene spesso percepito dai belligeranti come inferiore a quello della pace. Chiediamoci: cosa induce a usare immani risorse per bruciarle sull’altare della guerra e non, invece, per costruire la pace? Occorrono cambiamenti radicali nella mentalità e nella condotta prescelte. Certo, per la pace occorre grande coraggio e molto lavoro, ma la pace conviene, la pace è vita, è sviluppo”. “Le notizie giunte nei giorni scorsi da Gaza, dopo gli accordi di Sharm El-Sheikh, con i primi passi di intesa tra le parti in conflitto in Medio Oriente e con il rilascio degli ostaggi, – ha poi aggiunto Mattarella – ci ricordano che i processi di pace hanno bisogno di perseveranza, di pazienza, di lavoro di mediazione, di assunzione di responsabilità. Istituzioni, diplomazie e numerosi altri ‘facilitatori di pace’, incluse le comunità religiose, svolgono quest’opera giorno dopo giorno, spesso lontano dai riflettori e senza ambire a superflui riconoscimenti esteriori. Vorrei qui – anche come viatico per gli sviluppi futuri – richiamare una frase del Grande Imam di Al-Azhar, Ahmad Al-Tayeb che, parlando di pace e di fratellanza interreligiosa, ha ribadito la necessità per tutti di innalzare ‘lo stendardo della pace, anziché quello della vittoria, e [sedersi] al tavolo del dialogo’. Alla forza della prepotenza va contrapposta la forza tranquilla delle istituzioni di pace. L’auspicio – ha rilevato il Capo dello Stato – è che la ‘scintilla di speranza’, come l’ha definita Leone XIV, innescata in Terra Santa si estenda anche all’Ucraina, dove le iniziative negoziali stentano ancora a prendere concretezza mentre le sofferenze di bambini, donne, uomini procurate dalla spietatezza dell’aggressione russa non accennano a diminuire. Quanto avviene ci impone di perseverare in una risposta comune, equilibrata, mossa dal senso di giustizia e di rispetto per la legalità internazionale, dalla vigenza universale dei diritti dell’uomo. Sono i principi in cui si riconosce la Repubblica Italiana”. (Inform)