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Mario Giro: «La preghiera con i fratelli “infedeli”»

RASSEGNA STAMPA

Articolo del vice ministro degli Esteri su l’Unità del 31.7.2016

 

ROMA – I musulmani a messa questa domenica: è la fine del concetto di infedele, o almeno il principio della fine. Sugli infedeli, coloro che deviano dalla retta via , si è fondata larga parte della giurisprudenza conservatrice islamica negli ultimi secoli. A parte la moderazione con la quale veniva applicata, tale dottrina è stata a lungo la base del mondo salafita, sia quello istituzionalizzato del wahabismo saudita, che quello “rivoluzionario” dei Fratelli musulmani degli inizi, organizzazione islamica nata durante l’epoca coloniale e molto impregnata di ideologia anticolonialista.

I Fratelli musulmani sono poi evoluti verso una via più politica ma l’ala salafita ha sempre avuto come obiettivo quello di rinsaldare una comunità musulmana ritenuta troppo permeabile agli influssi esterni. Di conseguenza è stata connessa la rivoluzione nazionale e anticoloniale alla religione, intesa come «ritorno alle origini». Ciò ha fatto nascere il mito dell’ «epoca d’oro», quella di un Islam puro e incontaminato.

Ma tali miti non esistono per nessuna religione, come anche per nessuna dottrina umana. Da sempre gli uomini si influenzano a vicenda, e allo stesso modo si incontrano e mescolano ideologie e dottrine. Gli jihadisti  attuali, spaventati datale prospettiva, hanno addirittura spinto sull’idea di takfirismo, l’anatema lanciato su chi frequenta infedeli, tacciandoli di apostasia. Crimine gravissimo che richiede la pena di morte soprattutto per i musulmani trasgressori. Il takfìrismo è così divenuto l’ultima orrida frontiera dell’Isis e di tutti i movimenti simili, con le immagini che conosciamo.

Andare alla messa cristiana, entrare nei luoghi di culto dell’ altro, distrugge tali derive settarie in radice e riporta l’Islam come compagno di strada della storia dell’uomo, assieme alle altre religioni, e in particolare cristiani e ebrei. Una svolta importantissima, un gesto epocale, che va controcorrente di chi vuole la guerra di religione. Forse anche una strada per cambiare le posizioni islamiche sulla pena capitale. Siamo davanti a un importante segno di rispetto per la preghiera dell’altro: distinti ma non distanti, i credenti sanno che alla radice delle loro fedi c’è un solo e unico anelito: quello di andare oltre se stessi che si traduce nel non vivere per se stessi. Chi crede, chi prega, esprime il desiderio di non vivere per se stesso ma per tutti. È questo il messaggio di pace e convivenza nascosto nel gesto di oggi. Il messaggio è vero per tutti, anche per chi non crede: sappiamo infatti che il destino del genere umano è di vivere insieme, accettando le differenze. Non si tratta di rinnegare se stessi ma di trovare la via quotidiana del dialogo e dell’amicizia. (Mario Giro* – l’Unità del 31 luglio 2016)

* Vice ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale

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