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INFORMAZIONI DEL GIORNO – NEWS PER GLI ITALIANI ALL'ESTERO

L’orgoglio e la valigia: l’emigrazione italiana in “Ugolina di Biella” di Jean Webster

ITALIANI ALL’ESTERO

Da “La Voce di New York”

Mai pubblicato sul mercato americano e conservato dall’autrice al Vassar College, esce ora per la prima volta nella lingua originale e in seconda edizione italiana

 

NEW YORK – Nella grande storia migratoria a cavallo tra Ottocento e Novecento, quando milioni di italiani attraversavano l’Atlantico in cerca di pane e riscatto, la letteratura d’oltreoceano ha spesso restituito un’immagine patetica o stereotipata dell’immigrato: una figura indistinta, sopraffatta dalla miseria o schiacciata da un’integrazione difficile. Ugolina di Biella spezza questa narrazione con un tocco leggero, ironico e acuto. Scritto intorno al 1907 e nato da un’esperienza autobiografica dell’autrice, il racconto accompagna i centocinquant’anni dalla nascita di Jean Webster. L’interesse principale sta nella capacità di Webster — formata al Vassar College con studi di economia incentrati proprio sul pauperismo italiano — di osservare il fenomeno migratorio senza preconcetti paternalistici. Attraverso Ugolina, contadina piemontese assunta come domestica nella casa newyorkese dell’autrice, il racconto offre uno spaccato dell’emigrazione femminile di inizio secolo. Ugolina non è semplicemente una vittima della povertà rurale: è una donna tenace, di una pragmaticità disarmante, animata da una profonda brama di autonomia finanziaria. Dopo essersi spezzata la schiena nei campi e a servizio nei palazzi nobiliari piemontesi per garantirsi un’indipendenza economica e acquistare i suoi amati “sette terreni”, l’emigrazione negli Stati Uniti diventa per lei l’estremo strumento di autodeterminazione. Il suo percorso americano — fabbriche oppressive, ristoranti e infine il servizio domestico — ricalca la traiettoria classica dell’emigrazione contadina, eppure rivela una modernità inattesa: Ugolina rifiuta il matrimonio come sistemazione e rivendica con orgoglio il valore del proprio lavoro.

Certo, la voce narrante non rinuncia all’ironia affettuosa con cui la borghesia americana osservava i costumi dei nuovi arrivati. La devozione religiosa, la cieca fedeltà a Sant’Antonio, la ritrosia ad assimilare la lingua e i cibi americani, le bizzarre interpretazioni della realtà cittadina offrono pagine di irresistibile comicità. Ma sotto la superficie dell’aneddoto Webster coglie la sostanza umana dell’emigrante: arriva a criticare la freddezza dei rapporti di lavoro americani e a rivendicare la dignità delle radici culturali. Per Ugolina l’America non è mai una nuova patria in cui radicarsi, ma un luogo di passaggio, una parentesi necessaria a consolidare la propria posizione nella terra d’origine, a cui resterà sempre legata.Leggere oggi Ugolina di Biella significa anche misurare la distanza che separa quell’epopea dal presente. Se agli inizi del Novecento l’emigrazione verso gli Stati Uniti era un fenomeno di massa dettato dalla sussistenza, fatto di braccia contadine in fuga dalla fame, oggi la parabola si è ribaltata. L’Atlantico non si attraversa più con la valigia di cartone, spinti dalla disperazione o chiamati dai parenti arrivati prima: molti degli italiani che oggi scelgono gli Stati Uniti rientrano nella cosiddetta “fuga dei cervelli”. Sono giovani altamente qualificati — ricercatori, accademici, ingegneri, creativi — che lasciano l’Italia non per fame di cibo, ma di opportunità, di merito e di riconoscimento professionale. Eppure tra la contadina piemontese e il giovane ricercatore di oggi corre un filo comune: il desiderio di veder riconosciuto il proprio valore in un contesto che offra mobilità e riscatto. Ugolina trovava negli Stati Uniti un salario che in Italia avrebbe richiesto mesi di lavoro; i giovani di oggi vi trovano un sistema capace di valorizzare il talento e l’ambizione. Ugolina misurava il proprio riscatto in sette terreni, e attraversò l’oceano per comprarli. Cambiano le unità di misura — oggi si chiamano un laboratorio, una cattedra, un contratto — ma nella valigia di chi parte c’è ancora la stessa domanda: quanto vale il mio lavoro, e dove me lo riconoscono? (Biancastella Antonino*-La Voce di New York/Inform)

*Giornalista pubblicista, già direttrice della Biblioteca Universitaria di Bologna, amministratore del blog “Biancastella e le sue amiche. Indomite Over”

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