SENATO DELLA REPUBBLICA
La parola integrazione non si può lasciare ai sociologi e agli specialisti. Integrazione vuol dire politiche per la scuola e politiche per il lavoro.
ROMA – L’assemblea del Senato,nella seduta di oggi, ha approvato definitivamente il disegno di legge già approvato dalla Camera dei deputati che istituisce, il 3 ottobre, la Giornata nazionale in memoria delle vittime dell’immigrazione. Un provvedimento che ricorderà la data del naufragio, avvenuto nel 2013 a largo di Lampedusa, nel quale morirono 366 migranti. Il fine è diffondere un più forte senso di solidarietà civile e sensibilizzare, soprattutto i giovani, ai valori dell’accoglienza e dell’integrazione.
Tra gli interventi di ieri nell’aula di Palazzo Madama quello di Claudio Micheloni (Pd), presidente del comitato per le questioni degli italiani all’estero, che nel considerare un dovere morale l’istituzione della “Giornata”, ha invitato i colleghi a volgersi indietro, a guardare alla storia dell’emigrazione italiana. Lo ha fatto riportando le parole di giornalisti e di scrittori che hanno raccontato le terribili condizioni di vita dei nostri emigranti a bordo delle navi durante le traversate transoceaniche e all’arrivo nei porti di destinazione. Per non parlare delle decine di naufragi in cui furono coinvolti gli emigranti italiani, con migliaia di morti.
Tante le testimonianze riportate da Micheloni che ad un certo punto si chiede: “la situazione odierna è così diversa? Il mondo è così cambiato? La situazione delle persone, dei bambini, delle donne e degli uomini che hanno fatto questa triste storia dell’Italia è diversa da quella dei bambini, delle donne e degli uomini di oggi? Gli immigrati sono troppi, saremo invasi. Queste erano parole che in Svizzera dicevano di noi negli anni Sessanta e Settanta, perché eravamo quasi un milione in quel Paese e in quegli anni la nostra invasione della Svizzera fece nascere i primi movimenti politici xenofobi”. Una situazione, quella della Svizzera, che Micheloni, figlio di un emigrato abruzzese, ha vissuto sin da bambino. “Eppure oggi in quel Paese, che era a rischio di invasione di italiani, la nostra seconda generazione fa parte integrante della classe dirigente: oggi i nostri figli sono deputati cantonali o federali, sono giudici e dirigenti nel campo dell’economia, ma negli anni Settanta si diceva che noi volevamo distruggere la Svizzera.”
Nell’ultima parte del suo intervento Micheloni è tornato alla situazione di oggi, invitando i colleghi a riflettere partendo dai fatti drammatici di Parigi, “perché i terroristi che hanno colpito quella città erano tutti emigranti stranieri: di fatto erano francesi e belgi, ovvero cittadini europei nati in Europa; erano figli di emigrati. Come è possibile allora una cosa del genere? Perché vogliamo rimuovere questa realtà senza riflettere? Perché questo ci metterebbe di fronte al fallimento generale di varie politiche nazionali rispetto alla parola integrazione”. Ad esempio la Francia, per anni, ha sostenuto che l’integrazione non era una strada percorribile, ma che la strada giusta era l’assimilation, che vuol dire che se io arrivo in Francia devo assimilarmi ai francesi. Gli inglesi hanno sostenuto un’altra teoria, non so neanche bene come definirla: la multietnicità, salvo accorgersi che nelle periferie inglesi scoppiano degli scontri perché quando una comunità vive richiusa su se stesse non è integrata.
Per Micheloni “integrazione” è una parola complicata, è una parola nella quale si può mettere tutto e il contrario di tutto. “La parola integrazione non si può lasciare ai sociologi e agli specialisti. La parola integrazione riguarda la società, l’insieme delle politiche, anche l’urbanesimo. La politica di urbanesimo di una città può essere un elemento di isolamento e dunque di problemi. Integrazione vuol dire politiche per la scuola e politiche per il lavoro”.
“Perché non aprire questa riflessione e questo dibattito in Italia e in Europa? Perché in Europa non c’è un commissario alle migrazioni e alle integrazioni? Perché non abbiamo mai sollevato questo tema? Perché l’Italia non avanza proposte che rispettino la nostra storia che è ricca di esperienze di emigrazione? Io credo – dice Micheloni – che questo dovremmo fare e se lo facciamo con serietà allora alla parola integrazione si può tentare di dare un senso”. (Inform)