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INFORMAZIONI DEL GIORNO – NEWS PER GLI ITALIANI ALL'ESTERO

Il Rapporto “Immigrazione e Imprenditoria” 2014 presentato questa mattina a Roma

IMMIGRAZIONE

Realizzato dal Centro studi e ricerche Idos in collaborazione con Unioncamere, Cna, Camera di commercio di Roma e MoneyGram

Circa 500 mila le imprese di immigrati presenti in Italia, l’8,2% del totale delle aziende che produce il 6% del valore aggiunto, microimprese che resistono alla crisi pur condividendo le problematiche delle aziende italiane: accesso al credito, burocrazia, oneri fiscali. Le conclusioni affidate a Claudio Micheloni, presidente del Comitato per le questioni degli italiani all’estero del Senato, e a Natale Forlani, direttore generale Immigrazione e Politiche di integrazione del Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali

 

ROMA – Sono 497.080 le imprese condotte in Italia da cittadini immigrati, l’8,2% del numero complessivo di aziende, quota importante che testimonia quanto essi siano a tutti gli effetti integrati nel tessuto economico del nostro Paese, condividendo con le imprese “autoctone” caratteristiche, problematiche e difficoltà esacerbate dalla crisi. Ad illuminare il profilo ancora poco conosciuto di questa realtà il Rapporto “Immigrazione e Imprenditoria” 2014, analisi curata dal Centro studi e ricerche Idos in collaborazione con Unioncamere, Cna, Camera di commercio di Roma e MoneyGram presentata questa mattina a Roma in un incontro promosso insieme all’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni.

Un’analisi “innovativa” perché indirizzata alla comprensione di un fenomeno sino ad oggi trascurato – ha rilevato Franco Pittau, presidente di Idos coordinatore degli interventi di presentazione, rimarcando come sia importante promuovere la vocazione imprenditoriale degli immigrati, vocazione che già esiste e in forma tutt’altro che trascurabile – apprendiamo dal Rapporto – e che può rivelarsi fondamentale per la ripresa del Paese. Un protagonismo riconosciuto dalla stessa Commissione Europea, che nel suo piano di azione Imprenditorialità 2020 ha rimarcato l’importanza di supportare espansione e qualità di questo tipo aziende, che possono dare un importante contributo al rilancio dell’Unione e del suo sistema economico-produttivo. “Una realtà in crescita e con segnali chiari di dinamismo e di evoluzione, che offre un contributo non trascurabile al sistema produttivo nazionale e un segnale tangibile di quella integrazione che rappresenta un obiettivo importante per la complessiva crescita civile del nostro Paese – ha ribadito il ministro del Lavoro e delle Politiche sociali, Giuliano Poletti, nel suo messaggio inviato per l’occasione.

Ed in questo lavoro sinergico, che si basa sulla capacità del “sociale” di fare innovazione chiamando a concorrervi pubblico e privato – evidenzia Pittau – sono presi in considerazione dati sulla materia che riguardano lo scenario europeo, quello italiano e via via i diversi contesti territoriali, per un affresco completo delle caratteristiche dell’imprenditoria immigrata nel nostro Paese. Se l’Italia risulta essere, secondo i dati Eurostat, il Paese con la maggior presenza di imprenditori (il 16% della popolazione), la maggior concentrazione di imprenditori di origine immigrata viene registrata soprattutto in Germania (sono un quarto del totale), seguita da Regno Unito, Spagna e Italia al quarto posto, con un settimo circa delle aziende che formano il tessuto imprenditoriale del nostro Paese. Ci seguono, per numero complessivo di imprenditori invece, Germania (13%), Regno Unito (12%) e Spagna (9%). Nella sintesi dei dati, illustrata dalla curatrice del volume Maria Paola Nanni, si evidenzia come l’imprenditoria immigrata sia fortemente allineata con quelle che sono le caratteristiche del tessuto produttivo italiano, riconducibile quasi per intero alle piccole o micro-imprese (cui è associato l’80% dell’occupazione). Nel caso degli immigrati, 8 su 10 sono le imprese individuali, il 10% società di capitali, l’1,7% cooperative. Queste tipologie di impresa però fanno registrare negli ultimi anni dei ritmi d’aumento che attestano una vivacità che le differenzia da quella italiana, che sembra soffrire maggiormente l’impatto della crisi: se il saldo delle imprese guidate da immigrati è positivo dal 2011 ad oggi e non scende mai al di sotto delle 20mila unità (registrata una crescita del 9,5% dal 2011 al 2013), nel 2012 e 2013 sono diminuite le imprese guidate da nati in Italia, passate dai 5.615mila circa (nel 2012, -0,7% rispetto al 2011) ai 5.564mila circa (nel 2013, -0,9%). In questo modo diviene evidente, oltre alla rilevanza strategica dell’imprenditorialità immigrata per la tenuta economica del Paese in tempo di crisi – un sostegno alla nostra economia quantificato nel 6,1% del valore aggiunto, – anche il “contributo determinante” apportato al mantenimento di un equilibrio nel nostro tessuto produttivo: le piccole imprese degli immigrati – sottolinea la curatrice del Rapporto – sostengono l’occupazione, sviluppano settori strategici ed innovativi e concorrono alla rigenerazione di territori in sofferenza dal punto di vista demografico. L’incremento di imprenditori immigrati è dovuto però anche alla difficoltà che essi incontrano nella mobilità sociale e nell’inserimento in un contesto di lavoro dipendente, difficoltà che accentuano la precarietà sociale del migrante, per cui talvolta la creazione di impresa pare essere l’unica strategia di sopravvivenza e proseguimento del progetto migratorio nel nostro Paese. Tra i settori di attività di questa imprenditoria vi sono in primis il commercio e l’edilizia, mentre la maggiore presenza sul territorio si registra al Centro-Nord, principalmente in Regioni come Lombardia, Veneto, Piemonte, Emilia Romagna e Lazio, e in città come Roma e Milano. Da segnalare anche un numero non trascurabile di italiani nati all’estero e poi rientrati in Italia, in particolare nel caso dei principali Paesi meta dell’emigrazione storica italiana, la cui rilevanza imprenditoriale si accentua nel Mezzogiorno.

Questi i principali Paesi di origine degli imprenditori immigrati in Italia (tre quarti dei quali provengono da Paesi extra-europei): Marocco (15%), Romania (13%), Cina (11%), Albania (7%), Bangladesh e Senegal. Agli ultimi posti di questa classifica si trovano invece ucraini e filippini. Gli interventi individuati per il sostegno a questo tipo di imprenditoria riguardano in primo luogo le agevolazioni in materia creditizia, la semplificazione degli adempimenti burocratici, l’alleggerimento del carico fiscale, l’assistenza alla creazione di start up, l’individuazione di settori di attività anche diversi da quelli più tradizionali, la maggiore apertura ad imprese diverse rispetto a quelle individuali, l’ampliamento del raggio d’azione che coinvolga i Paesi d’origine, l’apertura all’associazionismo di categoria e alla formazione di consorzi.

Ha parlato della sua esperienza imprenditoriale Radwan Khawatmi, di origine siriana, fondatore e presidente di Hirux International, sottolineando come sia importante lavorare contro i pregiudizi in particolare per l’accesso al credito e soffermandosi sul ruolo degli immigrati imprenditori quale fattore di internazionalizzazione del sistema imprenditoriale italiano e come fattore di co-sviluppo in relazione al Paese di origine (una percentuale superiore al 10% mantiene contatti con i Paesi di provenienza). “L’anno scorso gli immigrati hanno prodotto in Italia una quota del Pil pari all’11% – prosegue Khawatmi, segnalando come tale quota equivalga alla metà della cifra per cui Grecia e Portogallo rischiavano di dichiarare bancarotta. “Stiamo diventando parte essenziale dello sviluppo del Paese – aggiunge, segnalando anche l’importante gettito versato nelle casse dell’Inps (1 miliardo di euro ogni mese e a fronte di un numero di pensionati ridotto, visto che la maggior parte degli immigrati è in età lavorativa). Oltre a ciò, “per sfatare falsi miti”, l’italo-siriano fa notare come gli immigrati vadano a colmare posti vacanti spesso lasciati dagli italiani nei settori dell’edilizia, dell’acciaieria, della conceria. “Non rubiamo il lavoro a nessuno – afferma – e spesso le nostre aziende sopravvivono perché siamo più flessibili e abbiamo una maggiore propensione al rischio, paragonabile a quella degli emigrati italiani di inizio secolo”. Alla classe politica viene però chiesto un intervento chiaro, non più rinviabile, sul fronte del diritti: la cittadinanza dei figli nati in Italia, in primo luogo, e il voto amministrativo. Sulla tenuta delle imprese di cittadini nati all’estero in tempi di crisi si sofferma anche l’intervento di Daniele Vaccarino, presidente della Confederazione nazionale dell’artigianato, che annuncia ora un “potenziale rischio di conflittualità” tra imprese guidate da immigrati e imprese italiane nei settori dell’edilizia, del commercio, del trasporto merci, qualora la crisi dovesse perdurare. Massimo Canovi, vice presidente per il Sud Europa di MoneyGram, illustra iniziative messe in campo per premiare e valorizzare l’imprenditorialità oggetto del Rapporto, mentre Lorenzo Tagliavanti, vice presidente della Camera di commercio di Roma, rileva la maturità acquisita del fenomeno migratorio nel nostro Paese, in un tempo breve, di circa 20 anni, caratterizzati dal costante incremento delle presenze straniere. Una presenza che l’Italia deve con analoga maturità riconoscere quale elemento nazionale – aggiunge, – associando ad essa diritti di voto e cittadinanza. Tornando al tema dell’accesso al credito Tagliavanti illustra un’iniziativa messa in campo per il sostegno delle nuove imprese – mortalità e precarietà sono fattori che caratterizzano le giovani aziende, specie quelle a guida immigrata – e suggerisce meccanismi di garanzia che potrebbero coinvolgere anche l’importante quantità di rimesse destinate dagli immigrati ai loro Paesi di origine. Un intervento sull’importanza della formazione, della conoscenza della lingua italiana e dell’imprenditoria femminile immigrata, molto cresciuta in questi ultimi anni, quello di Victoria Terrones Castro, imprenditrice e vice presidente della Confcooperative di Roma.

Si è soffermato sull’importanza delle donne nei percorsi di integrazione dell’emigrazione italiana all’estero anche Claudio Micheloni, senatore eletto per il Pd nella ripartizione Europa e presidente del Comitato per le questioni degli italiani all’estero del Senato, cui sono state affidate le conclusioni della mattinata. “I problemi dell’immigrazione sono uno specchio della società che riceve i flussi – afferma Micheloni, segnalando come le problematiche richiamate – accesso al credito, burocrazia, carico fiscale, pubblica amministrazione – siano questioni che riguardano tutti gli imprenditori, tutto il Paese, e interpellano dunque la responsabilità della politica. “Nostra responsabilità è anche il rischio del conflitto tra imprese: se tutti rispettano le stesse regole, la competizione è leale e non si crea il rischio prospettato – prosegue il parlamentare, ribadendo l’importanza delle rimesse come fattore di co-sviluppo, fattore che nei Paesi di origine può essere innescato solo in presenza di una politica di accoglienza o protezione di questa ricchezza, capacità di gestione che è mancata – sostiene – all’Italia. Ribadita anche l’importanza del tema della cittadinanza, tema fortemente sentito dai parlamentari eletti all’estero e su cui il Parlamento sta lavorando. Per facilitare l’intervento su questo fronte è stata ora separata dalla questione – fa sapere Micheloni – quella riguardante il riacquisto della cittadinanza da parte dei residenti all’estero aventi ascendenti di origine italiana. “Cittadinanza e voto amministrativo non sono un premio, ma strumenti che permettono di costruire una società integrata, perché l’integrazione non è un punto di arrivo – afferma l’esponente democratico, – ma un modo di vivere insieme, quotidiano”. Richiamata al termine dell’intervento anche la posizione relativa alla riforma del Senato che verrà discussa in questi giorni in Aula. Micheloni, che con altri parlamentari del Pd non ha condiviso l’impianto della riforma voluto dal Governo guidato da Matteo Renzi, ribadisce di non essere contrario alla revisione del Parlamento. “Siamo stati descritti come sabotatori, frenatori delle riforme, conservatori dello status quo, quando le nostre proposte sono perfettamente in linea con le intenzioni del Governo: superare il bicameralismo perfetto, garantire la governabilità del Paese lasciando il conferimento della fiducia all’esecutivo solo alla Camera, ridurre il numero di deputati e senatori. Vogliamo che alcune competenze restino nel sistema bicamerale, incluse le questioni relative ai diritti dei migranti, e per questo ci batteremo, perché teniamo alla nostra democrazia e non vogliamo l’uomo solo al potere – conclude Micheloni.

In chiusura anche l’intervento del direttore generale Immigrazione e Politiche di integrazione del Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, Natale Forlani, che definisce il Rapporto il migliore contributo all’analisi del tema sino ad oggi pubblicato. Si tratta di una realtà “che si è rapidamente allineata alle dinamiche dell’imprenditoria italiana”, superando una prima fase più fortemente legata alla connotazione etnica attraverso l’interazione con le dinamiche del mercato italiano. Per Forlani l’Italia è “un esempio avanzato di migrazione e integrazione multiculturale, in grado di interagire con moltissime aree del mondo”, grazie alla presenza di numerose collettività che sono in grado di influire sulle comunità di origine anche in termini di interscambi commerciali. Un presenza composita che è cresciuta in pochi anni e i cui indicatori di integrazione “non sono pessimi, anzi, specialmente se guardiamo all’integrazione scolastica”. Richiamata dunque l’importanza della reportistica pubblica su questo fenomeno, perché da questo approfondimento scaturiscono le scelte politiche e il dibattito pubblico, che invece “da noi è fermo ai barconi, ad ingressi – segnala Forlani – che non raggiungono neppure la metà dei numeri delle persone che arrivano con i ricongiungimenti familiari”. “C’è dunque un percorso da fare molto intenso e l’imprenditoria rappresenta la punta di diamante di questo dibattito – afferma il direttore generale, assicurando un impegno sulle problematiche illustrate nel corso della mattinata, a cominciare dalla “semplificazione della vita delle persone”. (Viviana Pansa – Inform)

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