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INFORMAZIONI DEL GIORNO – NEWS PER GLI ITALIANI ALL'ESTERO

Il dialetto veneto s’è fermato a Chipilo

STAMPA ITALIANA ALL’ESTERO

Da “Gente d’Italia”, 16.11.2014

 

Chipilo è un pueblito messicano che si trova a una dozzina di chilometri da Puebla che a sua volta dista da Città del Messico centro trenta chilometri. Uno dei tanti piccoli paesi del Messico, ma con una storia che non ha eguali. Davvero unica e che merita di essere raccontata. Chipilo, il cui nome significa luogo dei piccoli e deriva dalla lingua nahuati, una micro-lingua azteca, fu fondato il 2 ottobre 1882 da un gruppo di emigranti italiani, la maggioranza dei quali provenivano dal Veneto, c’erano anche piemontesi e lombardi, ma la maggioranza aveva le proprie radici a Segusino, un altro paesino, ma che si trova a migliaia di chilometri di distanza, in provincia di Treviso. Da quel giorno sono passati 132 anni, il mondo è cambiato, il Messico pure, ma a Chipilo, per certi versi, il tempo sembra essersi fermato. La zuppa qui è ancora minestra e i fagioli sono ‘fasui’ e quando ci si saluta la gente dice ‘se vedon’. Per strada i cartelli parlano italiano e il veneto è la lingua ‘ufficiale’ di questo angolo del Messico.

È incredibile come a Chipilo si parli ancora un dialetto che anche in Italia è ormai scomparso. “Quando ci incontriamo con qualche veneto – racconta Javier Galeazzi Berra, proprietario di un ristorante – ci dicono che noi parliamo come i loro nonni. E la gente ci prende in giro perché dice che la nostra non è la lingua italiana. D’accordo non lo è, ma è la nostra di lingua”. Ci tengono a Chipilo alle loro origini, quasi come ormai da nessuna altra parte. Il Veneto qui è molto più vicino di quello che possa dire una qualsiasi carta geografica.

È Chipilo l’esempio, vivente, di quello che non c’è più: il dialetto degli avi è stato passato da padre in figlio, dal 1882 fino a oggi, nessuno è venuto meno a questa tradizione. Allora furono 38 famiglie, la maggioranza delle quali originarie di Segusino, che sbarcarono in Messico e la storia racconta che una volta arrivati comprarono un po’ di terra e si misero a coltivarla, i campi, ma anche la produzione del formaggio, ecco cosa facevano. A Chipilo, ancora oggi, le bandiere italiane sono una normalità, ovunque, tutti si sentono veneti.

Raccontano gli abitanti, non più di cinquemila, che a Chipilo, prima del castigliano, da piccoli si impara a parlare il dialetto dei nonni. A Chipilo poi gli abitanti, generalmente, si sposano tra di loro. “Dalla parte di mio padre – racconta la moglie di Javier – erano 22 fratelli ed era il parroco che sposava quelli che rimanevano vedovi”. La gente da fuori Chipilo non è mai accolta troppo benevolmente. “Mio padre – racconta Myrna Ajuria Zecchinelli che nel 2009 era in Italia per partecipare al concorso di Miss Italia nel Mondo – che era di Puebla lo cacciarono via da qui, perché si diceva che gli uomini venivano a Chipilo a cercare le belle ragazze”.

In questo piccolo paesino non lontano dalla capitale messicana, gli abitanti non sono veneti solo per il dialetto che continuano a parlare, ma anche per i tratti somatici e soprattutto tutti mangiano la polenta e ovviamente giocano a bocce. Lì c’è anche una collinetta chiamata Monte Grappa, in onore di tutti quegli italiani caduti durante la Prima Guerra Mondiale. La statua di una Vergine e un pezzo originale di granito italiano, regalo della terra veneta, vigilano il pueblito dall’alto della collina. C’è anche la targa, scritta questa volta in italiano: ‘Intriso di nobile sangue italico simbolo della patria lontana testimone dell’eroismo…’. Ma la maggior parte degli abitanti veneti di Chipilo, in Italia non ci sono mai stati. Fino al 1982, centenario della fondazione di Chipilo, i veneti del Messico non avevano avuto nessun contatto con la patria degli avi. Poi da quell’anno il comune di Segusino ha cominciato a organizzare interscambi tra le famiglie dei due paesi, lontani, ma uniti dalla medesima identità.

Come tutti gli italiani, anche gli abitanti di Chipilo si salutano da una parte all’altra della strada. “Celebriamo il 16 settembre, festa nazionale del Messico, ma anche i gol dell’Italia” racconta Pedro Martini, presidente ausiliare della comunità di Chipilo. Martini ha un doppio sogno, che vuole tramutare in realtà: il primo di rendere indipendente Chipilo da San Gregorio Atzompa, municipio dal quale ancora dipende, il secondo ancora più sentito, se possibile, chiedere che il veneto che si parla nel pueblito venga riconosciuto come una lingua indigena.

Carolyn McKay, studiosa americana di lingue, è stata l’unica che ha cercato di stabilire anche una lingua scritta per il veneto parlato a Chipilo, senza grande successo però. “Qui – sottolinea Martini –

ognuno scrive come vuole”. E se non lo facessero non sarebbero italiani. (Roberto Zanni- Gente d’Italia del 16 novembre 2014 /Inform)

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