FARNESINA
Una riflessione sulla natura delle dinamiche migratorie e sulle prospettive di lungo periodo di dati che riguardano il continente africano – crescita demografica ed economica, instabilità politica ed evoluzione sociale – che avranno importanti ripercussioni anche sul futuro dell’Europa
In apertura l’intervento del ministro degli Affari Esteri, Paolo Gentiloni: “le relazioni e l’agenda Italia-Africa sono centrali nella nostra strategia di politica estera. L’Africa non è più il continente perduto, ma in bilico e l’Italia ha la grande occasione di dare un contributo affinché si muova nella giusta direzione”
ROMA – Dedicato alla necessità di affrontare le migrazioni muovendo dalle relazioni internazionali il convegno organizzato questa mattina alla Farnesina dal Centro Piemontese di Studi Africani in collaborazione con l’Istituto Affari Internazionali e intitolato “Migrazioni e relazioni internazionali. L’Agenda Italia – Africa”. Una riflessione sulla natura delle dinamiche migratorie e sulle prospettive di lungo periodo di dati che riguardano il continente africano e che non potranno che avere importanti ripercussioni anche sul futuro dell’Europa, chiamando in causa il nostro Paese quale vettore privilegiato per la costruzione di un rinnovato dialogo tra le due aree.
A richiamare tali prospettive il presidente del Centro Piemontese di Studi Africani, Pietro Marcenaro, che ha segnalato come quella che oggi viene definita “l’emergenza profughi” debba essere riportata alla più ampia dinamica dei flussi migratori mondiali, una dinamica che è divenuta “strutturale” nelle nostre società e richiede, per la sua gestione, “politiche di più lungo periodo” di quelle spesso proposte e praticate. Dopo aver rilevato “le grandi difficoltà di una politica comune europea” sul tema e riconosciuto come “i Paesi di origine, di transito e di arrivo dei flussi spesso siano portatori di interessi molto diversi”, Marcenaro sottolinea come si possa progredire nella discussione e nella formulazione di risposte adeguate ed effettivamente sostenibili solo attraverso tavoli di concertazione che sappiano coinvolgere i diversi attori del contesto internazionale. Per quanto riguarda nello specifico l’Africa, egli evidenzia come spesso la si consideri una sorta di “bomba demografica che minaccia gli equilibri europei”, senza valutarne invece le potenzialità, e non solo in termini di rimesse economiche che potrebbero alimentare nuove leve di sviluppo. Una valorizzazione che interpella l’Europa e l’Italia in particolare e che potrà maturare attraverso l’articolazione di nuove prospettive e dinamiche di integrazione cui sono chiamate a concorrere anche le comunità di immigrati di origine africana già presenti nei nostri Paesi.
In apertura l’intervento del ministro degli Affari Esteri, Paolo Gentiloni, che ha rilevato come le relazioni e l’agenda Italia-Africa siano “centrali nella nostra strategia di politica estera”, per ragioni geografiche, culturali, economiche e politiche. “È costitutivo della nostra identità – ha aggiunto – essere un Paese al centro del Mediterraneo, punto di convergenza e dialogo tra Africa, Europa e Medio Oriente e oggi luogo tra i più tempestosi ma anche con maggiori opportunità, se guardiamo nel lungo periodo, ai prossimi decenni”. Richiamando i numeri del recente esodo in Europa – 1 milione di arrivi dal mare nel 2015, di cui 150 mila sbarchi in Italia, il 70% dei quali provenienti proprio dall’Africa subsahariana – Gentiloni ha rilevato come sia inappropriato pensare di “risolvere” un fenomeno così complesso e di tali proporzioni: “l’alternativa è invece tra subire o provare a gestire tale fenomeno; se l’Europa si limita a subirlo, è a rischio la sua stessa integrazione – avverte il ministro, – ma se prende in mano questa gestione, lo può governare”. L’unico modo per riuscire nell’impresa è però “essere consapevoli che si tratta di un fenomeno di media e lunga durata, anche per ragioni demografiche”, una questione, dunque, “che investirà un’intera generazione e potrà sperare di trovare un riequilibrio negli anni, possibilmente con la pace e lo sviluppo – afferma ancora il ministro, che ribadisce come sia essenziale affrontare tale sfida con una “gestione comune” da parte dell’Unione e attraverso regole “che non sono quelle ereditate dal passato”. Le norme europee in proposito – in particolare il regolamento di Dublino – “non reggono più la dimensione dei flussi che ci troviamo di fronte e tanto più è accanita la difesa di questo status quo – prosegue Gentiloni – tanto più sarà difficile salvaguardare uno dei pilastri dell’integrazione, ossia la libera circolazione delle persone”. Egli cita a questo proposto gli 850 mila arrivi sulle coste greche registrati nel 2015, numeri che rendono impossibile l’applicazione di quel regolamento che vorrebbe demandare unicamente al Paese di ingresso l’esame della domanda di protezione internazionale di coloro che fuggono da aree di conflitto come la Siria. Il Ministro ritiene poi che la distinzione tra richiedenti asilo e migranti economici debba essere mantenuta, ma segnala come “l’insieme dei flussi migratori ci interpelli tutti, sia come governi che come Unione Europea” e ribadisce l’esigenza di adottare politiche e risposte comunitarie – siano essi provvedimenti di rimpatrio o di protezione – per garantirne la reale efficacia: “è necessario – dice – europeizzare le decisioni e le regole, siano esse relative alla classificazione dei Paesi ritenuti sicuri o le politiche di rimpatrio, che richiedono logistica, capacità umanitaria e risorse che vanno al di là di ciò che un singolo Stato è in grado di mettere in campo”. Riconosce infine come si debba fare di più per agire sulle cause delle migrazioni: “lo sforzo va certamente moltiplicato, ma qualche strumento in più noi l’abbiamo messo in campo – afferma, – con la nuova legge sulla cooperazione allo sviluppo, l’Agenzia che essa prevede e l’incremento di risorse destinate a questa voce nel bilancio dello Stato”. “Quando parliamo di migrazioni dobbiamo sempre avere presente la dimensione positiva, di opportunità e sviluppo ad esse connessa. Per lunghi anni in passato l’Africa è stata considerata un continente perduto; oggi non è più così e il Fondo Monetario Internazionale ritiene che questa sia un’area destinata a tassi di crescita tra i più interessanti nei prossimi 5 anni. Sarebbe del tutto improprio propugnare un’analisi troppo ottimistica ma spetta anche all’Italia fare in modo che questo continente in bilico si muova nella direzione giusta – afferma ancora Gentiloni, ritenendo che lo sviluppo materiale – in infrastrutture, energie rinnovabili etc. – debba coniugarsi sempre più con processi di stabilizzazione politica e sviluppo sociale. “Si tratta di prospettive difficili ma a portata dell’Africa stessa e a cui l’Italia vuole dare un contributo – conclude il Ministro, annunciando a questo proposito una conferenza interministeriale Italia-Africa nel prossimo mese di maggio.
La prima sessione dei lavori, intitolata “Migrazioni, diritti e relazioni internazionali”, è stata moderata dal giornalista de Il Sole 24 Ore Alberto Negri, che ha rilevato la generale insicurezza del contesto internazionale, condizione che rende complicata la classificazione sopra richiamata tra Paesi in cui favorire i rimpatri o da cui accettare le domande di protezione. Ferruccio Pastore, direttore di Fieri, ha rilevato come il nesso tra migrazioni e politica estera non sia affatto nuovo, richiamando anche il ruolo di capofila svolto dall’Italia repubblicana con i primi accordi sullo scambio di manodopera legati al fenomeno dell’emigrazione di connazionali in ambito europeo, oppure – negli anni in cui la Penisola diveniva sempre più terra di immigrazione – con politiche che vincolavano le quote di ingresso dei lavoratori stranieri con il controllo dei flussi da parte del Paese di origine. Pastore rileva poi come “l’illusione di poter gestire unilateralmente la politica migratoria” si sia infranta in modo eclatante in Europa, che sconta l’assenza di una politica estera comune, un’inerzia che ha determinato l’attuale situazione di emergenza e che deve essere colmata, nonostante le difficoltà (una tra le tante, più volte ricordata, il fatto che con il Trattato di Lisbona i Paesi dell’Unione abbiano mantenuto la discrezionalità sugli ingressi da consentire sul loro territorio).
Anche Gianni Bonvicini, vice presidente dell’Istituto Affari Internazionali, richiama la necessità di una politica europea sul tema, per evitare che l’impatto dei flussi di questi ultimi mesi generi “un terremoto sul processo di integrazione e una perdita dei valori stessi su cui essa è fondata, la solidarietà e la tutela dei diritti umani tra i primi”, un rischio determinato anche “dalla pericolosa equazione tra migrazioni e terrorismo”. Richiama infine la necessità di agire multilateralmente e di colmare un deficit di regia sul tema, regia che potrebbe invece essere garantita da un organismo analogo alla Bce che, nella sfera economica, agisce guardando all’interesse dell’Unione nel suo complesso, invece che a quelli dei singoli Stati.
Si interroga sull’utilità e sull’opportunità di mantenere la distinzione tra richiedenti asilo e migranti economici Luigi Manconi, presidente della Commissione Diritti Umani del Senato, che richiama la politica ad affrontare questioni così complesse e “un tema decisivo per il futuro del nostro Paese” con l’imperativo di “dire la verità”. Manconi si riferisce in particolare alla discussione attualmente in corso sul reato di immigrazione clandestina – che egli stigmatizza perchè ritiene penalizzi “una condizione esistenziale, ossia il fatto di essere migrante” – oppure sul multiculturalismo – “solo uno sprovveduto può pensare – dice – che il percorso di integrazione e convivenza di culture e popoli diversi sia un percorso agile e agevole, ma non c’è alternativa ad esso”, – questioni che devono essere trattate con cautela perché “riguardano la nostra identità e l’identità delle società contemporanee e non semplicemente il risultato delle prossime elezioni”.
A moderare la sessione intitolata “Le migrazioni e i rapporti Italia e Africa” il presidente del Centro studi e ricerche Idos, Ugo Melchionda, che ha ricordato come l’Africa continui a rimanere uno dei continenti più martoriati, con il livello di reddito pro capite più basso al mondo e una forte incidenza dei fenomeni migratori, al suo interno e all’esterno. Di seguito l’economista Mario Deaglio ha segnalato come le migrazioni debbano essere considerate da più approcci disciplinari e rilevato come spesso nozioni date per scontate non siano invece le più corrette: “una di queste è che la scelta del migrante sia definitiva – afferma Deaglio, ricordando invece come anche nel contesto dell’emigrazione italiana all’estero non sia sempre stato così – cita il caso dell’emigrazione in Germania negli anni Settanta – oppure come sia errato “considerare il migrante unicamente in termini logistici, come se il mercato potesse risolvere tutti gli squilibri e le problematiche” insorgenti. Per l’economista, inoltre, la scelta stessa di concedere l’asilo manifesta un impegno, una presa di posizione: “non è possibile accogliere dei profughi e restare neutrali sulla sorte del loro Paese di origine, oppure accogliere migranti economici senza badare al fatto che anche nei loro Paesi si debbano creare condizioni adatte a garantire sviluppo – dice, ribadendo poi come la dinamica demografica leghi indissolubilmente Europa ed Africa, ragion per cui suggerisce “un coordinamento di politica industriale” tra le due aree, mentre ricorda come “l’agenda africana debba essere impostata coinvolgendo in primo luogo l’Africa stessa”. “Si dimentica inoltre che i migranti sono comunità, li si considera in maniera passiva, si dimentica che essi sono portatori di un’identità individuale ma anche di comunità – aggiunge l’economista, che sollecita, ai fini dell’integrazione, un maggior dialogo con i rappresentanti di queste collettività presenti nel nostro territorio. Tra gli altri fattori importanti per l’integrazione Deaglio cita lo sport e l’importante tasso di imprenditorialità degli stranieri in Italia – circa 135 mila sono gli imprenditori di origine immigrata censiti nel nostro Paese. Si tratta di micro-azioni che, coniugate con programmi di lungo periodo, possono determinare un positivo percorso di inserimento degli immigrati nelle società d’accoglienza.
“L’Africa è da sempre ritenuta una delle proiezioni naturali della politica estera italiana – afferma Lia Quartapelle della Commissione Affari Esteri della Camera dei Deputati, che ritiene comunque necessario un rilancio dei rapporti tra Europa ed Africa, a partire dal vertice recentemente svoltosi a Malta in proposito, troppo connotato, a suo dire, da un approccio securitario al tema dei flussi migratori. “L’Africa accoglie al suo interno il 30% dei rifugiati oggi calcolati nel mondo, l’Europa solo il 3% – segnala Quartapelle, che ribadisce anche l’impegno volto a risolvere le cause dei flussi: la forte disuguaglianza, i conflitti e le repressioni che restituiscono una quadro contraddittorio del continente. Un intervento che a suo avviso va maggiormente qualificato, anche grazie ai rinnovati strumenti di cooperazione, facilitando le transizioni democratiche o sanzionando chi ne diverge, come l’Eritrea.
Infine, Massimo Lici Bacci, demografo di Neodemos, ribadisce come l’Unione si sia rivelata un fallimento sotto l’aspetto delle politiche migratorie – citati in particolare la discrezionalità sugli ingressi concessa dal Trattato di Lisbona, l’inadeguatezza del regolamento di Dublino e l’assenza di una politica comune sull’asilo politico. Ritiene poi da mantenersi la distinzione tra migranti economici e richiedenti asilo, pur nella difficoltà che si incontra nella classificazione, mentre sollecita una politica riguardante i profughi “meno congiunturale”. Sul rapporto Italia e Africa, evidenza come quest’ultimo sia un continente estremamente variegato e le cui dinamiche – con tutto ciò che esse potrebbero comportare per l’Europa – non sono oggi adeguatamente approfondite. Rileva come la crescita registrata sia erosa dalla crescita demografica e come il processo di sviluppo non ricalchi gli schemi tradizionali – l’agricoltura mantiene una bassa produttività mentre si moltiplica il settore dei servizi. “L’incidenza della diaspora africana nel nostro Paese si è un po’ attenuata rispetto al passato – afferma lo studioso – ma resta una leva importante su cui agire per accelerare i rapporti in primis economici tra le due aree”. Infine, un richiamo all’Europa anche per favorire la stabilizzazione di un Paese importante come la Libia. “Possiamo dire – conclude Livi Bacci – che, in assenza di una politica europea sull’immigrazione, tutti i Paesi sono stati lasciati soli, non si tratta unicamente di una sensazione italiana”. (Viviana Pansa – Inform)