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Registr. Trib. Roma n.338/2007 del 19-07-2007
INFORMAZIONI DEL GIORNO – NEWS PER GLI ITALIANI ALL'ESTERO

Goffredo Palmerini: Accoglienza e buone pratiche, l’intervista a don Dante Di Nardo e una testimonianza (seconda parte)

L’AQUILA CITTÀ ACCOGLIENTE

L’AQUILA – Da “L’accoglienza delle persone migranti”, a cura di Tiziana Grassi, il contributo di Goffredo Palmerini: parla di una buona pratica a L’Aquila, in una parrocchia della periferia della città, raccontata in un’intervista da don Dante Di Nardo parroco a Pettino e in una testimonianza d’un migrante accolto in quella parrocchia. Su Inform di ieri la prima parte.

Don Dante, in questo spirito, la sensibilità individuale all’accoglienza come può diventare fatto consapevole di una comunità? Come si forma ed opera una parrocchia che accoglie?

Rispondendo all’appello di Papa Francesco, alcuni anni fa abbiamo fatto nostro il progetto di Caritas italiana “rifugiato a casa mia”, coinvolgendo l’intera comunità parrocchiale e alcune famiglie, in particolare. Da questo primo impegno ne sono nati altri, tuttora in corso: il progetto “Una casa per ripartire – Casa giovani” e l’accoglienza per richiedenti asilo, in collaborazione con la Cooperativa sociale L’Ape. “Casa giovani” è una realtà che accoglie i neo maggiorenni che hanno concluso il percorso nelle case-famiglia per minori e sono intenzionati a proseguire la formazione scolastica iniziata precedentemente. Questi giovani, compiuto il diciottesimo anno di età, usciti dalle comunità, avrebbero dovuto interrompere il loro percorso scolastico. Mi sono reso conto che questa necessità era ben presente sul nostro territorio e ho cercato di rispondere come meglio potevo. Ho iniziato contando sulle sole forze della Parrocchia e sulla buona volontà di alcuni parrocchiani. In seguito ho interpellato la Caritas diocesana e nazionale ed il progetto è stato inserito nell’ambito di una attività già esistente, “Una casa per ripartire – Casa giovani”.

Come avviene l’ingresso in casa?

La richiesta viene inoltrata alla Caritas diocesana e vagliata dall’équipe del Centro d’ascolto. Al momento dell’accoglienza in casa usiamo lanciare una provocazione: “a noi interessa il tuo futuro, se interessa anche a te cammineremo insieme”. In questo momento sono accolti 9 giovani di diverse nazionalità (Sudan, Egitto, Mali, Albania), impegnati in diversi settori della formazione scolastica (università, scuola professionale, scuola media superiore nel Centro Provinciale Istruzione per Adulti C.P.I.A., Istituto alberghiero). I giovani sono accolti in una struttura della parrocchia e grazie al sostegno della Caritas abbiamo la certezza di portare avanti il progetto per i prossimi due anni. Debbo un grazie grande a tutti i nostri parrocchiani, al nostro Arcivescovo e alla Caritas.

Mi dici qualcosa in più sulla cooperativa sociale, sui richiedenti asilo accolti e sulla loro provenienza?

L’Ape cooperativa sociale è una realtà nata da un gruppo di volontari della parrocchia. Come tutte le realtà che si immettono nel sociale, guarda le emergenze che si determinano nella nostra società con una particolare attenzione alle categorie più deboli. Rispondendo al bando della Prefettura dell’Aquila, la cooperativa si occupa dell’accoglienza e del percorso d’integrazione dei richiedenti asilo. Le presenze oscillano da un minimo di 20 ad un massimo di 26 persone. Gli operatori della cooperativa sono 10: mediatore culturale, psicologa, insegnanti di lingue, assistente sociale, consulente giuridico, addetti ai servizi. Oltre a queste figure, regolarmente inserite nell’organico della cooperativa, ci sono i volontari e operatori della Parrocchia. Diverse sono le nazionalità dei richiedenti asilo: Bangladesh, Pakistan, Palestina, Iraq, Iran, Somalia, Mali e altre nazionalità africane. Convinti che l’integrazione passi soprattutto attraverso la molteplicità delle relazioni, gli operatori si impegnano ad instaurare con ognuno degli accolti un’amicizia autentica, vera e leale. Assumendosi questo compito, e svolgendolo con spirito di servizio, gli operatori precedono gli abitanti del quartiere e dei fratelli della comunità parrocchiale sul cammino dell’integrazione.

Qual è l’impegno primario e prevalente nella formazione degli accolti?

Un ambito che assorbe gran parte dei nostri sforzi è la formazione scolastica, dalla prima alfabetizzazione alla capacità di comprendere, leggere e scrivere la lingua italiana. Le lezioni si svolgono in parrocchia e, quando è possibile, nel C.P.I.A., mattina e pomeriggio. Nella realizzazione di questo servizio i componenti della cooperativa sono coadiuvati dai volontari della parrocchia e dai giovani del servizio civile in essa presenti. È superfluo sottolineare che la maggior parte dell’insegnamento, date le diversità e la disparità del livello culturale, è diretto verso interventi personalizzati.

Quali sono i principali momenti di socializzazione?

Alcuni momenti belli che accomunano le due modalità dell’accoglienza si realizzano con la condivisione dei pasti e dei servizi, la frequenza alle attività dell’oratorio, le giornate ludico-formative – giornata della gratitudine, giornata ecologica, ecc.-, le gite culturali (Roma, Assisi, Foggia, Matera), la scoperta e conoscenza della nostra città e del nostro territorio. Un momento non strutturato, ma “sbriciolato” in ogni ambito di attività, è l’ascolto del “vicendevole raccontarsi”. Quanto coraggio! Quante ferite! Quante guarigioni! Quanti corpi sepolti nel deserto, e quanti visti galleggiare nel mare. Quante speranze coltivate da chi parte e quante attese racchiuse nel cuore di chi resta! Quanta gioia nel ricominciare a L’Aquila un’amicizia interrotta nell’infanzia, in Iraq! Ascoltando i racconti di Mohamed, Suleman, Ibrahim, Kalifa, Chatok… si può percepire l’odore che sale da quella “terra” nella quale l’aratro, con violenza, ha tracciato il solco. Solchi aperti, pronti ad accogliere il seme di una umanità nuova, autentica. Quanta responsabilità ci sta dando chi guida la storia!

Quali valutazioni trai da queste esperienze vissute a contatto con i migranti?

Non sono un idealista con la testa tra le nuvole. Anche se desidero un mondo senza confini, conosco tanti recinti e so quanto è forte il desiderio di abitarvi dentro. Vedo tanti muri e, in certi momenti, mi sembrano più rassicuranti degli spazi sconfinati. Vedo la terra che abito e sono tentato di farla mia. Guardo la patria, genitrice della mia identità, e faccio fatica a pensarla ugualmente madre di altre identità. Non sono un illuso sognatore, conosco il male: lo sento in me, lo sperimento intorno a me, lo vedo fuori di me e nella storia. Non sono nato ieri. La notte non dormo coltivando il sogno che all’alba del nuovo giorno vedrò “il lupo dimorare insieme con l’agnello, la pantera sdraiata accanto al capretto; il vitello e il leoncello pascolare insieme guidati da un fanciullo” (cfr. Is 11,6). Ho piena coscienza del travaglio che dovrà attraversare questa generazione e le altre che ci seguiranno. Nonostante ciò, sono convinto che bisogna osare. Bisogna abbandonare l’umana ragionevolezza che blocca i desideri e dare spazio all’umanità che preme per realizzarli. Bisogna farsi voce di uomini e donne in cammino verso la piena umanizzazione. Chi può accompagnare l’umanità in questo cammino, se gli uomini e le donne di questa generazione ci rinunciano? Desidero solo ringraziare di cuore il vice parroco e tutti i volontari e collaboratori della Parrocchia. Una squadra straordinaria, altruista e generosa, premurosa e amorevole. Senza di loro nulla sarebbe possibile.

Don Dante, tra i ragazzi che accogliete, mi interesserebbe conoscere una storia. Immagino che tutte le storie di questi ragazzi siano un combinato di ferite, materiali e morali. Possiamo prenderne una da raccontare?

Potremmo sentire Ibrahim. E’ un giovane che ha fatto da poco 18 anni, porta ancora ferite dentro, ha un po’ difficoltà con la lingua, ma riesce a farsi capire. Lo chiamo.

***

Ibrahim arriva. E’ un giovane di colore, di media statura, gli occhi espressivi, il volto scavato come di chi ha già vissuto una vita. Ma disponibile ad un sorriso quasi riservato, prudente di timidezza. Sono due anni che sta ospite alla Parrocchia di Pettino. Originario del Gambia, piccolo Paese dell’Africa occidentale, una striscia di terra al confine con il Senegal, con un piccolo tratto di costa sull’Atlantico, era analfabeta fin quando non è arrivato all’Aquila. Gli parlo un po’, per entrare in empatia. Ma è Don Dante che ha le chiavi del cuore di tutti, con lui tutti si aprono, come a un fratello maggiore. Anche Ibrahim, con la sua sofferente discrezione, cede al racconto, fatto di parole stentate ma soprattutto di silenzi, velati di malcelata commozione…

Gli chiedo, se vuole, e se si sente, di raccontare la sua storia di migrazione.

«Sono nato in una umile e povera famiglia, in un villaggio del Gambia. Sono rimasto orfano di entrambe i genitori. La mia mamma è morta quando avevo 4 anni, mio padre quando ne avevo 6. Sono cresciuto con l’aiuto di alcuni parenti, ma le condizioni di povertà e di fame mi hanno convinto che là nel mio villaggio non potevo vivere e sopravvivere. Quando avevo 14 anni ho lasciato il mio Paese. Sono partito da solo. Sono arrivato in Italia due anni fa, il 24 maggio 2017. Ora ho 18 anni. Ho attraversato a piedi o con mezzi di fortuna molti Paesi africani, dove mi sono fermato in ciascuno alcuni mesi. Lavoravo per sostenermi e per mettere da parte qualche soldo. In Senegal ho fatto il giardiniere, ma ho lavorato anche quando sono andato in Mali, dove facevo piccoli lavori di facchinaggio, e in Burkina Faso, addetto a carico e scarico dai mezzi di trasporto. Sono stato più di un anno in questi tre Paesi. Poi, volendo raggiungere la Libia, sono andato in Niger, facendo anche lì lavori occasionali. Poi, con altri che volevano andare in Libia, abbiamo attraversato il deserto del Niger dietro carovane o in camion. Infine abbiamo fatto in camion il lungo viaggio nel deserto libico. In Libia ho fatto lavori di fortuna, poi ho lavorato come manovale con un padrone che aveva un’attività nell’edilizia. Un giorno, però, sono venuti nel luogo dove avevo un posto per dormire alcuni agenti della polizia. Hanno rovistato tutto, mi hanno preso i soldi che avevo messo da parte, mi hanno picchiato con violenza perché volevano sapere se avevo altri soldi. Quindi mi hanno preso e portato in un campo di detenzione dove ho passato due mesi terribili.»

Chiedo ad Ibrahim se vuole dirmi qualcosa di più sulla sua prigionia. Fa un cenno di diniego e si chiude in silenzio. Poi riprende…

«Un giorno i nostri carcerieri hanno preso un gruppo di quelli che eravamo nel campo, tra i quali anche io. Siamo stati portati su una spiaggia deserta, lontana da centri abitati. Siamo stati lasciati soli, ma ci hanno detto che sarebbe venuta una barca. Era quasi sera quando è arrivato un barcone a prenderci. Non avevamo da mangiare e solo poca acqua a disposizione. Siamo andati a largo. Abbiamo navigato tutta la notte e il giorno seguente, fino a quando il barcone non si è fermato, senza più carburante, restando in balia del mare. Siamo rimasti due giorni alla deriva, poi ci ha soccorso una nave italiana, era di sabato. Ci hanno recuperato, ci hanno dato acqua e da mangiare. Il giorno dopo, di pomeriggio, siamo arrivati in porto, a Lampedusa. Siamo rimasti quattro giorni nell’isola, poi chi hanno portato in Sicilia e là ci hanno fatto salire su un autobus che ci ha portato a L’Aquila. E’ venuta a prendere alcuni di noi la Cooperativa Ape, che ci ha assistito alla Questura, anche per presentare la richiesta di asilo. Qui nella Parrocchia di Pettino, insieme agli altri ragazzi, ci stanno insegnando la lingua italiana. Mi trovo molto bene. Don Dante mi dice sempre che la scuola e l’istruzione sono molto importanti, come imparare un mestiere, anzi di più. Ho lavorato un po’ anche al mercato dell’Aquila, a Piazza d’Armi. Ho una grande speranza di migliorare e la fiducia in chi mi sta aiutando, accogliendomi come un fratello. Spero di poter rimanere in Italia e ancor più a L’Aquila, dove mi trovo molto bene. Qui ho imparato a leggere e scrivere, a parlare italiano. Vorrei lavorare come giardiniere e costruirmi un futuro».

Don Dante mi informa che la domanda come richiedente asilo di Ibrahim è stata respinta, ma è stato proposto appello. Con la speranza che il futuro per questo giovane africano si possa aprire, perché il passato è stato lacerante e non richiama altro che miseria e dolore. (Goffredo Palmerini, fine – Inforrm)

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