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Daniele Guidugli vince il Premio Henraux con l’opera “Moby Dick (Vertebra)”

PREMI

 

QUERCETA (Lucca) – Daniele Guidugli con Moby Dick (Vertebra) si classifica al primo posto nella terza edizione del “Premio Internazionale di Scultura Fondazione Henraux, in memoria di Erminio Cidonio”. Al secondo posto Kim De Ruysscher con Il Canotto e al terzo posto Mat Chivers con Newave.

Grande soddisfazione è stata dichiarata da Paolo Carli, presidente della Fondazione Henraux e vero promotore del Premio, che durante la serata conclusiva non ha mancato di ringraziare tutti gli artisti per le opere realizzate.

Sono tutte legate al mare le tre opere finaliste del Premio Henraux, ciascuna di loro con un concept diverso ma, infine, fra esse unite. Sembra vogliano rappresentare davvero quella Versilis, Versilia, terra versatile che da monte, velocemente, arriva al mare. Cosi come da monte giunge al piano, da millenni, il blocco di marmo per essere trasformato in opera d’arte.

L’opera vincitrice del concorso è composta da cinque vertebre di balena che formano un’installazione monumentale. “Moby Dick (vertebra)” è un titolo fortemente evocativo e l’autore lo riconduce a quella balena, terribile leviatano, che popola le pagine straordinarie del romanzo di Melville. Questa scultura nasce da un incontro casuale con il relitto di una vertebra del gigante marino per eccellenza, una visione che ha creato, al contempo, figura e astrazione, immagine e poetica, qui unite in una singola figura. Trattandosi di una scultura l’analogia tra il “Moby Dick” di Guidugli e la balena bianca è lo statuario, il bianco per eccellenza.

L’autore stesso ci racconta come è nata l’opera: “Ho immaginato che il bianco statuario e Moby Dick fossero la stessa cosa. Come in Melville, l’uomo è sempre a caccia del bianco, del suo bianco. Noi scultori, pur nella drammaticità, a volte, di questa “caccia”, cerchiamo il bianco sempre più bianco, perfetto e candido. E’ l’oro con cui desideriamo plasmare le nostre creazioni, quel materiale prezioso che le fa risaltare come nessun altro. La mia opera è un’installazione, sono cinque vertebre affiancate l’una all’altra, da una parte rappresentano quell’incontro che ha determinato la nascita e la creazione dell’opera, dall’altra rappresentano questo senso mai smarrito dell’uomo che sopravvive a se stesso uccidendo l’altro. C’è poesia nel vedere ciò che rimane di ciò che era, ma vi è anche dolenza e denuncia. L’arte è sempre fedele a se stessa, e spero anche questa mia opera lo sia, rappresenta la bellezza ma anche un pensiero che vuole creare nello spettatore una profonda riflessione sul mondo e su ciò di cui il mondo è composto. Nell’integrità o nella non integrità”.

Paolo Carli, Presidente di Henraux e della Fondazione, ha voluto, durante la premiazione mettere l’accento su quanta storia del marmo è stata costruita in questo angolo di Versilia, ricordando, in particolar modo la figura di Henry Moore: “Il 23 di luglio è un evento che per la Fondazione Henraux ha il sapore di una doppia celebrazione, da una parte, non senza emozione, abbiamo svelato le nuove opere al pubblico, dall’altra ricordiamo Henry Moore. Questi giovani scultori rappresentano la forza della creatività e la bellezza dell’arte e del marmo. Uno di loro ha vinto, ma per me hanno vinto tutti. Come per ogni edizione vederli al lavoro, vedere il loro entusiasmo, è stato un privilegio. Per me questo è il vero senso del Premio: rinnovare quel senso così alto della creatività che rende immortale il blocco di marmo che da monte è giunto a valle. Come fu per la prima volta quando, su un antico carro per la via di lizza, scese il primo blocco dal Monte Altissimo che, ancora oggi, e per lungo tempo, si potrà ammirare al Bargello, trasformato in sublime scultura da parte del Giambologna ne “La Vittoria”. (Inform)

 

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