ITALIANI ALL’ESTERO
ROMA – Si è svolto nei giorni scorsi il webinar “Italiano e multilinguismo: costruire ponti linguistici per le nuove generazioni”, organizzato dalla Commissione IV del Cgie. Ha aperto l’incontro il Segretario Generale del Cgie Maria Chiara Prodi. “Nel 2026 – ha esordito Prodi – festeggiamo i 40 anni dell’insediamento dei primi Comites, 35 dall’insediamento del Consiglio Generale e 30 dalla conferenza di Monte Catini, dove il Cgie già poneva tutta una serie di temi sull’italofonia, sull’apprendimento e l’insegnamento della lingua. Con la professoressa Campanale – ha proseguito Prodi – abbiamo potuto constatare che il tema centrale è lo stesso di all’ora. Le proposte fatte per trasmettere la nostra lingua sono ancora in parte quelle che proponiamo oggi, sia dal puto di vista della concezione, che per quanto riguarda e sfide tra pubblicato e privato, comunità ed identità. Ma ci sono anche nuove tematiche, come la digitalizzazione ed il plurilinguismo, che sono i temi che appartengono alle nuove generazioni e rappresentano delle nuove sfide. Questo incontro – ha proseguito Prodi – è fondamentale, perché grazie al lavoro degli esperti, della IV Commissione del Cgie e della Direzione Generale, abbiamo veramente un’ occasione di dialogo con le famiglie, gli insegnanti e chi mette in opera delle politiche pubbliche”. Il Segretario Generale ha concluso ricordando che dal 11 al 15 di maggio ci sarà l’Assemblea del Cgie . Ha poi preso la parola Livia Campanale Presidente della Commissione IV. “Per me è un grande piacere partecipare a questo webinar – ha affermato Campanale – che è dedicato ad un tema di straordinaria attualità: la rilevanza del multilinguismo ed il ruolo della lingua italiana nel mondo. In qualità di Presidente della Commissione Lingua e Cultura del Cgie, sin dall’inizio della consigliatura insieme agli altri consiglieri, che sono oggi collegati con noi, abbiamo considerato prioritario ampliare lo sguardo del nostro lavoro, che, anche prima di questa consigliatura, era stato sempre improntato a sostenere e monitorare le attività degli enti gestori e promotori della lingua italiana nel mondo. Abbiamo dunque sentito la necessità – ha continuato Campanale – di aprirci a nuove prospettive, perché la cultura come sappiamo ha un significato molto ampio e abbiamo cercato di capire che cosa volesse dire apprendere la cultura e la lingua italiana oggi, quindi più in linea con le trasformazioni delle nostre comunità”. “C’è un altro anniversario che celebriamo quest’anno, -ha continuato la Presidente – e cioè i 30 anni dalla conferenza di Monte Catini del 96’, che è stata promossa dal Cgie insieme al Ministero degli Affari Esteri. A 30 anni da quell’occasione, siamo chiamati a riflettere su un’eredità importante. Quell’incontro aveva rappresentato un momento fondativo per la formazione della visione strategica per la diffusione della lingua e cultura italiana nel mondo, mettendo al centro il bisogno di un’azione mirata, strutturata e lungimirante. Molte delle riflessioni messe in rilievo all’ora, dalla centralità delle comunità italiane all’estero, al valore del bilinguismo come risorsa, sono ancora oggi molto attuali, ma allo stesso tempo il nostro contesto è cambiato. Oggi, oltre a quelle priorità, – ha aggiunto Campanale – siamo chiamati a confrontarci con varie dimensioni, come quella della cittadinanza globale, che definisce il rapporto tra lingua, identità ed appartenenza, e con l’impatto della digitalizzazione che ha trasformato in modo radicale tutti i modi di apprendimento, di conoscenza e di trasmissione linguistica. È proprio in questo intreccio tra continuità e cambiamento che si inserisce la riflessione che vogliamo avviare oggi. Infatti, ci confrontiamo sempre di più con contesti plurilingui e multiculturali”. “In questo scenario -ha poi rilevato Campanale – emerge con forza la volontà di accompagnare e sostenere la trasmissione della lingua italiana alle nuove generazioni, valorizzando al contempo la ricchezza linguistica che la caratterizza. Il webinar di oggi – ha concluso la Presidente – nasce con l’obiettivo di riflettere insieme su come rendere l’italiano sempre più inclusivo, efficace e capace di conoscere e valorizzare le competenze linguistiche di ogni studente. Credo che il plurilinguismo sia sempre di più una sfida da gestire, ma anche una risorsa da coltivare, che, se è adeguatamente sostenuta, può diventare un ponte tra culture, generazioni ed identità. A seguire è intervenuta Antonella Sorace, professoressa di Linguistica all’Università di Edimburgo, che ha illustrato i risultati di una ricerca sul bilinguismo nei bambini. La professoressa ha evidenziato come dall’indagine emerga che i bambini riescono a distinguere le varie lingue fin dalla tenera età, favorendo il processo di apprendimento di altre lingue. Sorace ha anche sottolineato come i bambini bilingui apprendano più in fretta le altre lingue rispetto ai loro coetanei monolingui, ed evidenzino una tendenza ad avere meno disturbi dell’attenzione all’interno della quotidianità. Sorace ha quindi rilevato come la conoscenza di più lingue possa portare dei benefici, a prescindere dalle lingue acquisite: “Questi benefici – ha spiegato – non sono automatici, perché le esperienze bilingui sono molto diverse. Nella ricerca cerchiamo di capire come interagiscono tra di loro e come influenzino il bilinguismo, ad esempio gli atteggiamenti verso le lingue, la distanza tipologica tra le lingue, l’uso delle lingue nelle comunità. Quindi invece di classificare le persone come monolingui o bilingui, dovremmo veramente classificarli come meno bilingui o più bilingui su una dimensione continua, che dipende da molti fattori. Quello che è importante per questi effetti positivi sia linguistici che generali per la vita quotidiana – ha aggiunto – è la percezione delle lingue, è fondamentale che entrambe le lingue siano apprezzate e valutate dalla famiglia e dalla comunità, in modo che il bambino si renda conto che entrambe le lingue siano valide, prestigiose e piacevoli da parlare, ma soprattutto che entrambe le lingue si possano parlare in tutte le situazioni. Quindi bisogna creare un contesto in cui il bambino può crescere con questa percezione del bilinguismo e quindi mantenere la prima lingua in famiglia
Da segnalare anche l’intervento della Dottoressa Karin Martin: “Vorrei spostare l’attenzione dal piano scientifico a quello più quotidiano riguardanti le famiglie italiane all’estero, soprattutto per quanto riguarda il rapporto famiglia – scuola. Il multilinguismo – ha spiegato Martin – non nasce solo a scuola o solo in famiglia, ma si costruisce nella relazione e quindi anche nella possibilità di sostegno attorno ai bambini o ai genitori : quando le comunità collaborano, la lingua di famiglia non resta una parte fragile, ma diventa un repertorio per il bambino”. “Quando parliamo di famiglie italiane all’estero, – ha poi rilevato l’esperta – non parliamo di un gruppo omogeneo, ma parliamo di famiglie con un solo genitore italiano, con due genitori italiani, bambini e bambine nati all’estero, emigrati con i genitori a diverse fasce di età, quindi cambiano le condizioni iniziali, e cambiano anche la quantità di italiano disponibile a seconda delle regioni in cui ci troviamo e cambia anche il rapporto emotivo con le lingue. Eppure in queste situazioni emerge sempre il problema di come poter mantenere la lingua senza scontrarsi con la lingua locale. Questo riguarda la vita quotidiana, e in molti casi l’italiano resta una lingua confinata solo dentro casa, mentre fuori domina la lingua o le lingue utilizzate nelle scuole e nel posto. Quando una lingua vive solo nello spazio domestico senza essere considerata utile o desiderabile, il suo mantenimento diventa molto più difficile. Spesso il peso di mantenere la lingua italiana – ha continuato Martin – ricade su un solo genitore e quindi il mantenimento dell’italiano diventa una responsabilità quasi individuale, che richiede costanza, energia, competenze educative che devono essere distribuite in modo equo e questo può generare stanchezza, conflitti, anche un senso di fallimento. La seconda difficoltà che ho riscontrato è quella dei messaggi contrastanti, dove da un lato i genitori riconoscono che mantenere la lingua di famiglia è importante, soprattutto per il legame affettivo e lo sviluppo dell’identità, dall’altra parte si sentono dire che troppe lingue confondono, che possono causare difficoltà. Questo è un falso mito perché il bilinguismo non è causa di confusione ed il mantenimento della lingua di famiglia non ostacola l’apprendimento della lingua scolastica. La terza difficoltà che ho riscontrato nelle famiglie italiane è che i bambini non riconoscono il valore della lingua di famiglia, ovvero se l’italiano è parlato solo dentro casa senza una presenza sociale, culturale o scolastica, viene percepita come meno utile rispetto alla lingua del paese. In questo caso non basta parlare italiano con i bambini, bisogna costruire attorno a questa lingua un forte senso di appartenenza e di opportunità”.
È poi intervenuto il Professor Saverio Carpentieri del Dipartimento di Scienze della Traduzione dell’Università di Innsbruck. Carpentieri ha promosso un progetto di bilinguismo all’interno di una scuola pubblica in Austria. “Questa forma scolastica – ha spiegato – viene portata avanti in una scuola primaria nella città di Innsbruck, ed è più di un semplice progetto di sostegno linguistico, ma è diventato un componente fondamentale dell’identità scolastica austriaca. L’iniziativa è sostenuta da un team pedagogico e da un programma didattico differenziato e realizzata in collaborazione con le famiglie e partner esterni. Il tutto prende il via – ha ricordato Carpentieri – nel 1998, anno in cui nasce una istituzione che favorisce la cooperazione regionale tra il Tirolo, l’Alto Adige ed il Trentino. Questa collaborazione si sviluppa soprattutto nei primi anni nel campo socio – economico, ma a partire dal 2004 vengono sviluppati dei programmi educativi, tra cui uno dei primi è quello delle classi bilingue tedesco – italiano. Dal 2005 comincia questo progetto scolastico . Nel 2006 viene istituito un accompagnamento scientifico del progetto. Nell’anno scolastico 2020 – 2021, il progetto viene trasferito in un’altra scuola più grande, dove a partire dal 2023 – 2024 nasce anche un progetto parallelo di scuola europea accreditata. Orientativamente – ha poi spiegato Carpentieri – le categorie di bambini che frequentano questo progetto sono bilingui simultanei, quindi bilingui che crescono in un ambiente bilingue tedesco – italiano fin dalla nascita ed utilizzano entrambe le lingue nella vita quotidiana a seconda della situazione. Poi vi sono dei bilingui consecutivi, cioè quelli che hanno acquisito la lingua italiana in età prescolare e che la utilizzano anche nella vita quotidiana”. Il docente ha anche segnalato una terza categoria, quella degli alunni di provenienza altoatesina prevalentemente germanofoni che hanno un contatto con l’italiano molto diversificato, nonché la presenza di gruppi di bambini monolingui italiani e austriaci che nella fase prescolare hanno acquisito la conoscenza dell’italiano in una scuola d’asilo. Infine vi un’ultima categoria, quella dei bambini plurilingue nell’ambito di un’altra lingua romanza. Carpentieri ha concluso la sua riflessine ricordando che in questo anno scolastico 2025 – 2026 si celebrano i 20 anni del progetto. Ha infine preso la parola Joseph Lo Bianco, Professore Emerito di Educazione Linguistica e dell’Alfabetizzazione presso la Melbourne Graduate School of Education dell’Università di Melbourne. Lo Bianco ha spiegato che il suo lavoro consiste nel trasformare, tramite il metodo scientifico, le varie idee volte a facilitare la diffusione delle lingue nella vita reale e quotidiana. “La situazione in cui ci troviamo ora – ha affermato Lo Bianco – è quella di un multilinguismo crescente e normalizzato, quindi l’italiano e la sua promozione nel mondo, deve trovare il suo spazio all’interno di un contesto plurilinguistico, dove la tecnologia facilita il processo del multilinguismo”. Il professore ha poi rilevato l’importanza della lingua italiana in Australia, in quanto questo paese detiene un numero importante e di studenti attivi che studiano la nostra lingua. Secondo i dati riportati da Lo Bianco, l’età media degli italiani che sono emigrati nel secondo dopoguerra in Australia è intorno 72 anni, mentre il 64% degli italo australiani nati in Australia, ha 40 anni o più. “La chiara conseguenza a questo fenomeno – ha spiegato il docente – è la diminuzione dell’uso dell’italiano in ambito famigliare, quindi un minor numero di bambini crescono con l’italiano o un suo dialetto. Questa rappresentazione sociologica ha un effetto reale e concreto che comporta una grande sfida. Per far fronte a questo problema – ha aggiunto Lo Bianco – si deve pensare all’importanza degli italofoni, che sono coloro che parlano la nostra lingua o che semplicemente la comprendono. Quindi i gruppi sono: i parlanti che hanno l’opportunità di un uso regolare della lingua, poi abbiamo chi comprende la lingua, che ha una capacità passiva o ricettiva, l’ultimo gruppo sono le nuove generazioni che attraverso i primi due gruppi riscoprono la lingua”. Lo Bianco ha poi sottolineato la necessità di tutelare in Australia sia la lingua italiana che le lingue aborigene. Un lavoro, quello di preservare le lingue, che si sta cercando di portare avanti. “Il multilinguismo – ha continuato Lo Bianco – emerge come necessità politica e conseguenza della globalizzazione, e bisogna integrare anche la tecnologia ed una nuova concezione linguistica, da cui sviluppare metodi e programmi per permettere di raggiungere questo obiettivo. Una lingua sana viene trasmessa a casa e a scuola tramite l’insegnamento. Per rendere sana una lingua a rischio di estinzione globale o locale, abbiamo bisogno di agire a livello scolastico nei programmi di scuola, creare opportunità per l’uso della lingua , ma allo stesso tempo bisogna anche promuovere e far venire il desiderio di usare quella lingua. Per quanto riguarda l’italiano non è a rischio, poiché è insegnato in tantissime scuole a tantissimi bambini, ma necessita di rimanere una lingua sana”. Lo Bianco ha infine segnalato che l’italiano ha bisogno di un piano internazionale per riuscire a propagarsi nel mondo . (Lorenzo Morgia – Inform)