direttore responsabile Goffredo Morgia
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INFORMAZIONI DEL GIORNO – NEWS PER GLI ITALIANI ALL'ESTERO

Dal “Messaggero di Sant’Antonio”, Stati Uniti, una vesuviana al Massachusetts Institute of Technology

RICERCATRICI ITALIANE NEL MONDO

Edizione italiana per l’estero, numero di febbraio

 

 

«Somma Vesuviana è come un’àncora. Ci torno sempre, due volte l’anno. Ma a Boston, al Mit (Massachusetts Institute of Technology), ho realizzato le mie ambizioni. Ci sono arrivata nel 2008 dopo la laurea e un dottorato in ingegneria dei materiali. Ci tengo subito a sottolineare che senza l’eccellente preparazione scolastica e universitaria italiane, non sarei arrivata dove ora sono. Nel percorso di studi italiano manca, forse, rispetto a quello statunitense, la parte pratica e all’inizio questo gap può creare una sorta di insicurezza. Ma poi noi italiani recuperiamo presto, proprio grazie all’ottima preparazione teorica».

A parlare così è Laura Indolfi, giovane ricercatrice campana trasferitasi a Boston.

La incontriamo in un caffè di Manhattan, reduce da un incontro con investitori per il suo progetto di ricerca. Tratti gentili, energia da vendere, idee molto chiare e un pizzico di follia: «Quando guardo alla vita dei miei amici italiani – confida – sento di essere un po’ folle, perché prendo sempre decisioni rischiose. Ma non riesco a fare altrimenti: in ogni momento della mia vita a guidarmi è la passione per ciò che faccio».

Com’è arrivata al Mit?

Dopo gli studi, ho fatto domanda di ammissione e mi hanno accettata per un programma di tre anni. Ci sono rimasta fino al 2014, lavorando su vari progetti: dall’uso dei bio materiali per terapie cellulari cardiovascolari alla creazione di sistemi di veicolazione di farmaci per applicazioni oncologiche. All’inizio è stato quasi uno shock. A Napoli c’era un clima davvero familiare, si collaborava tra ricercatori. Qui al Mit, invece, c’è una competizione spietata.

Il suo progetto?

A Napoli avevo lavorato sullo sviluppo di una protesi cardiovascolare, che mi è valso la tesi di dottorato. Quando ho provato a commercializzare i risultati della ricerca, ho capito che non basta avere un buon progetto, ma bisogna pensare fin da subito a tutto ciò che è necessario per immetterlo sul mercato. A Boston ho partecipato alle lezioni della Business School del Mit e così ho colmato la lacuna.

E poi è diventata imprenditrice.

A me piace la ricerca, ma voglio anche vedere i prodotti della ricerca arrivare ai pazienti. Qui abbiamo sperimentato una strategia di cura per il tumore al pancreas, tra i più devastanti. Stiamo trattando ora con la Fda (Food and Drug Administration) per l’approvazione dello studio clinico sui pazienti. Per il momento operiamo su cavie.

Ci può spiegare in sintesi la sua ricerca?

Il tumore al pancreas presenta delle difficoltà di cura notevoli. Mancando quest’organo di vasi sanguigni, il farmaco in esso iniettato non riesce a essere efficace sul tumore. Noi abbiamo creato un cerotto, che applichiamo direttamente sul pancreas, permettendo al farmaco un’azione diretta sull’area tumorale. Con ottime risposte al trattamento, superiori di dodici volte rispetto ai trattamenti farmacologici attuali.

E i tempi di commercializzazione?

Entro il 2017 inizieremo la sperimentazione su pazienti. All’inizio solo negli Stati Uniti, dopo l’approvazione della Fda. Nel resto del mondo, entro cinque anni. Puntiamo a collaborare con alcune case farmaceutiche. Per implementare la nostra ricerca ci siamo spostati in un nuovo laboratorio a Cambridge, appena fuori Boston, finanziatoci da una multinazionale della farmacologia. Abbiamo creato una start up, Panther Therapeutics, con l’oncologo David Ting ed Elazer Edelman.

Veniamo al lato umano e professionale della vita americana.

È difficile lasciare l’Italia e venire negli States. Tuttavia qui faccio cose che in Italia sarebbe impossibile fare. Qui c’è molta più apertura all’innovazione, alla ricerca e poi non esiste la mentalità del dover fare «la gavetta». Se vali, ti inseriscono subito in prima linea. In Italia l’idea della gavetta ci rende troppo modesti, umili e questa qualità negli Stati Uniti viene confusa con un basso livello di professionalità. (Vincenzo Pascale – Messaggero di sant’Antonio /Inform)

 

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