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CGIE, ultima chiamata?

STAMPA ITALIANA ALL’ESTERO

Da “Tribuna Italiana” del 23.3.2016 l’editoriale del direttore Marco Basti

 

BUENOS AIRES – Lunedì scorso si è riunita alla Farnesina l’assemblea plenaria del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero, sorto dalle assemblee che si sono tenute l’anno scorso, tre mesi dopo le elezioni dei Comites, in Argentina e negli altri paesi dove risiedono le comunità italiane fuori d’Italia.

Essendo un organo di secondo grado, eletto dai consiglieri dei Comites e da una ristretta rappresentanza delle associazioni, sul nuovo CGIE, pesano le gravi limitazioni di prestigio, di credibilità  e di possibilità di essere efficace che colpiscono i Comites. I quali, pur se sono stati rinnovati un anno fa, non sono riusciti in genere ancora a decollare, per una serie di ragioni che hanno a che vedere principalmente con l’ incertezza e l’erosione politica e sociale vissute nel precedente periodo e anche con la partecipazione, assai limitata (anch’essa in gran parte conseguenza delle stesse cause) dei cittadini alle elezioni dell’inizio dell’anno scorso. Infatti, se qualcuno non lo ricordasse, sia i Comites che il Cgie durano nelle loro funzioni cinque anni ma, con successive proroghe e rinvii, i vari governi hanno fatto passare altri cinque anni prima che si arrivasse alle elezioni. Le elezioni per il rinnovo dovevano tenersi nel 2009 e si sono tenute nel 2015. Dieci anni (quasi undici) sono sempre troppi, specialmente se completati i primi cinque, sui successivi cinque è pesata sempre la possibilità di elezioni imminenti che, come detto, furono rinviate di volta in volta.

Questi Comites e questo Cgie sono frutti di quella situazione anomala e risentono da quella immagine che si è deteriorata e che fino ad oggi non è stato possibile ribaltare.

C’è da dire inoltre che, come nel caso dei consiglieri eletti in Argentina, c’è una continuità o un rinnovamento solo relativo, visto che dei sette, tre erano consiglieri nel precedente Cgie, due erano presidenti di Comites e due consiglieri di altrettanti Comites. La situazione si ripete anche tra i rappresentanti di altri paesi.

Ma il Cgie (e anche i Comites), affrontano una prova più complicata perché non è un problema di persone, è una crisi di sistema. L’attuale sistema di rappresentanza – lo abbiamo scritto tante volte in passato – rispecchia un mondo, una logica e degli equilibri politici – vigenti trent’anni fa. Allora c’erano ancora la Dc, il Pci, il Psi e altri ancora e il muro di Berlino. E non c’erano facebook, twitter, instagram e nemmeno internet. E in un paese come l’Argentina, c’erano ancora quasi mezzo milione di italiani emigrati nell’ultimo dopoguerra, che entravano o erano entrati nella terza età.

La struttura di rappresentanza costruita allora, aveva fondamentalmente uno scopo rivendicativo e non a caso, buona parte dei consiglieri di Comites e Cgie, specialmente nei paesi europei, sono stati esponenti di partiti o sindacati. Dopo gli anni dell’invito a emigrare del dopoguerra, a quelli delle dimenticanze, arrivò il tempo dell’incontro e della riconoscenza per il sacrificio di lasciare la terra natia e aver tenuto in alto il nome dell’Italia all’estero, come non si stancavano di ripetere i politici di allora.

Poi è arrivato il voto degli italiani all’estero che il suo grande promotore, Mirko Tremaglia, presentava come una grande occasione perché il Parlamento italiano si arricchisse dell’esperienza, dei collegamenti, delle risorse intellettuali e dei rapporti costruiti nei paesi di accoglienza, dagli eletti all’estero. Purtroppo non è andata come lui sperava, principalmente perché i partiti hanno annacquato la rappresentanza, riversando sulle comunità le logiche partitiche romane. Il resto lo hanno fatto gli eletti nei movimenti locali, associativi e non, che non sono riusciti né a sottrarsi a tali logiche, né ad essere veramente propositivi, né a costruire consensi. E fatta eccezione di pochi eletti nella prima elezione, i parlamentari della Circoscrizione Estero non sono stati quei grandi  uomini di affari e intellettuali che auspicava Tremaglia, ma politici, giornalisti, sindacalisti e poco più, in genere sostenuti dagli elettori italiani all’estero, ma senza quegli agganci negli ambienti che contano nei paesi dai quali provenivano, come sognava il “padre del voto degli italiani all’estero”. E questo ha provocato una evidente mancanza di risultati, un deterioramento dell’immagine dei nostri rappresentanti e un astio in parte della società italiana, che in anni difficili per il prolungarsi della recessione, non riesce a capire certe spese che, pur se insignificanti nel bilancio generale dello Stato (come sono tutte quelle legate ai capitoli dedicati agli italiani all’estero), sono percepite come abusi o come sprechi. E i media italiani in genere rispecchiano quel fastidio o ignorano le vicende degli italiani identificati col passato. Un esempio di questo lo abbiamo avuto pochi giorni fa con la visita del premier Renzi. Praticamente nessun mezzo di comunicazione ha parlato dell’incontro del presidente del Consiglio alla Colombo come un incontro con la comunità italiana e non hanno riportato nemmeno una virgola di quel che ha detto Mariano Gazzola, che ha parlato, in quanto membro del Cgie, a nome nostro e di tutta la struttura di rappresentanza, di tutta la comunità.

D’altra parte oggi buona parte dei cittadini italiani residenti all’estero, sono figli, nipoti o pronipoti di emigrati. E inoltre ci sono i nuovi emigrati (noti come “nuove mobilità”), giovani italiani che decidono di cercare fortuna o nuove esperienze culturali  e lavorative, fuori d’Italia. Oggi l’Italia esce piano piano da una recessione pluriennale, mentre deve affrontare insieme al resto dell’Europa altre crisi, altri problemi, frutto di un mondo globalizzato che, trent’anni fa sembrava un miraggio.

In altre parole, c’è stato un cambiamento per certi versi epocale: siamo cambiati noi e i paesi che ci accolgono, è cambiata l’Italia, è cambiata la società, è cambiato il mondo.

In fondo rimane sempre la voglia di mantenere un legame con la terra d’origine di chi è emigrato o di chi è discendente di quegli emigrati.

Da anni l’Italia ha sistematicamente svuotato la struttura di rappresentanza creata tanto tempo fa, e i successivi rinvii delle elezioni di Comites e Cgie, così come la mancanza di fondi fino ad oggi, perché potesse riunirsi il nuovo Cgie a Roma, sono una chiara dimostrazione della precisa volontà di tutta la politica di cambiare registro. Se le comunità all’estero non siamo capaci di portare qualcosa di nuovo, di destare l’interesse della politica, della società, della cultura, dell’imprenditoria italiana, la struttura, prima o poi crollerà o sarà spazzata via.

Eppure non si può dire che siano mancati l’impegno o il lavoro da parte del precedente Cgie. Indagini, sollecitazioni, progetti e tante dichiarazioni. Ma evidentemente non è stato capace di sottrarsi all’immagine che in tanti hanno del Consiglio, come di un residuato della Prima Repubblica.

Se parole e atteggiamenti dei nostri rappresentanti, dei Comites, del Cgie o al Parlamento, continueranno ad essere quelle di una volta, le stesse di sempre, gli italiani all’estero saranno sempre meno ascoltati e presi in considerazione.

Ci chiediamo se la nostra struttura di rappresentanza, i Comites, il Cgie o gli eletti al Parlamento, continueranno a recitare i copioni di una volta, gli stessi di sempre, o se i nostri rappresentanti hanno capito che bisogna cambiare e se si sono in grado di farlo.

Ci auguriamo che sia così, altrimenti come sostengono in molti, questo potrebbe essere l’ultimo Cgie. (Marco Basti – Tribuna Italiana /Inform)

marcobasti@tribunaitaliana.com.ar

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