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Brexit, audizione dell’Ambasciatore Trombetta al Comitato parlamentare di controllo sull’attuazione dell’accordo di Schengen

CAMERA DEI DEPUTATI

 

ROMA – Alla Camera dei Deputati davanti al Comitato parlamentare di controllo sull’attuazione dell’accordo di Schengen, di vigilanza sull’attività di Europol, di controllo e vigilanza in materia di immigrazione, si è svolta l’audizione dell’Ambasciatore d’Italia nel Regno Unito, Raffaele Trombetta, sul tema della libera circolazione delle persone nell’area Schengen dopo la Brexit. Come ricordato dal Presidente del Comitato, Eugenio Zoffili, il problema della Brexit non riguarda solo la libera circolazione di persone o merci quanto anche l’aspetto relativo alla sicurezza comune, essendo infatti la Gran Bretagna uscita anche da Europol e Frontex, quale conseguenza dell’abbandono dell’Ue. L’Ambasciatore Trombetta ha ricordato come il tema della libera circolazione non sia stato  secondario nella scelta stessa della Brexit, perché la questione dell’immigrazione e del controllo nazionale dei confini è abbastanza datata in UK. “Fino al 2016 (anno in cui viene ufficializzato il referendum, ndr) c’era stato un incremento di immigrazione nel Regno Unito: per quanto, su un totale del 14% di stranieri, i cittadini comunitari non abbiano mai superato la soglia del 6%”, ha spiegato Trombetta. Sembra diversa la percezione, prima e dopo il referendum; questo aspetto è stato evidentemente segnato dalla disillusione per la Brexit da parte degli stessi britannici: alla vigilia del referendum il controllo dell’immigrazione interessava il 56% degli intervistati, a febbraio 2020 questa soglia era già scesa al 12%. Tre sono i cardini principali dell’intera vicenda Brexit, secondo l’analisi fornita dall’Ambasciatore: l’accordo di recesso concluso nell’ottobre 2019, la normativa nazionale sull’immigrazione, l’accordo di commercio e cooperazione tra UK e Ue recentemente siglato.

Trombetta ha però chiarito come i diritti di soggiorno restino sostanzialmente immutati per quanti si iscrivano al cosiddetto ‘settlement scheme’: “la registrazione è basata sulla prova della residenza e sulla mancanza di condanne penali”, ha precisato l’Ambasciatore sottolineando che esiste una differenza di registrazione in due ‘scheme’ diversi sulla base del periodo di residenza risultante al 31 dicembre 2020: ossia coloro che, entro il 2020, erano già residenti da almeno cinque anni possono chiedere il ‘settled status’, altrimenti si può procedere con il ‘pre-settled status’. In entrambi i casi, per mettersi in regola, c’è tempo fino al 30 giugno 2021. Un ulteriore vantaggio per i cittadini registrati è quello di poter viaggiare all’interno dell’area Schengen esibendo la carta d’identità: ciò sarà possibile fino ad ottobre 2025; per tutti gli altri cittadini stranieri sarà richiesto il passaporto (in entrata e uscita dal Regno Unito) già da ottobre 2021. Quasi 400 mila risultavano essere gli italiani iscritti alla fine del 2020, considerando che la nostra comunità è per presenze in UK la terza dopo Polonia e Romania, tra quelle comunitarie. Al 31 dicembre 2020 gli iscritti all’Aire erano circa 450 mila con un incremento annuale del 7% per la circoscrizione consolare di Edimburgo e del 15% per quella di Londra: le regolarizzazioni post Brexit hanno fatto emergere numeri più elevati. “E’ una comunità variegata e molto integrata – ha precisato Trombetta – se si calcola che una metà degli iscritti all’Aire in Inghilterra e Galles non è nata in Italia e molti altri vi risiedono ormai da anni pur non essendo nati in UK”, ha aggiunto l’Ambasciatore che ipotizza come alquanto improbabile un loro ritorno proprio per l’attaccamento radicato verso la realtà britannica.

Durante i mesi più duri della pandemia sono stati assistiti direttamente circa 30 mila connazionali che sono rientrati in Italia: bisogna capire se torneranno in UK e se abbiano già fatto richiesta di registrazione nel ‘settlement scheme’. “La rete diplomatico-consolare continuerà a vigilare affinché i diritti dei connazionali nel Regno Unito siano tutelati”, ha sottolineato Trombetta che, per quanti volessero recarsi nel Regno Unito per lavoro, ha spiegato come il Governo britannico si sia ispirato al modello australiano con l’attribuzione di punteggi in base a determinate qualifiche: lo ‘skilled working visa’ entrerà dunque a far parte, loro malgrado, anche del glossario di base di quanti vorranno tentare la fortuna in UK. I requisiti minimi per passare l’ostacolo saranno: un’offerta di lavoro, un titolo di studio (bisognerà capire come avverrà il riconoscimento dei titoli in UK acquisiti all’estero) o una qualifica professionale minima, un’attestazione di conoscenza dell’inglese, un pagamento ‘una tantum’ per usufruire del servizio sanitario britannico. Lo stipendio annuale medio per mantenere il visto sarà di circa 25 mila sterline (con il cambio attuale circa 28 mila euro): si può in parte derogare a questo limite , giuridico ed economico, qualora nelle intenzioni del Governo britannico ci sia un particolare settore lavorativo per esempio carente di domande interne oppure qualora il lavoratore richiedente abbia il titolo di dottorato. Sono esclusi dal visto coloro che intendano soggiornare nel Regno Unito per un periodo massimo di tre mesi in un anno, ad esempio per ragioni turistiche. L’Ambasciatore ha anche segnalato le misure adottate dall’Home Office (equivalente del nostro Ministero dell’Interno) per le espulsioni in caso di condanne penali superiori ai dodici mesi o di fronte a soggetti considerati socialmente pericolosi.

L’ultimo accordo tra UK e Ue, quello siglato in extremis alla vigilia di Natale, riguarda il commercio e la cooperazione. “Questo accordo non contiene un vero e proprio capitolo sulla mobilità delle persone quanto piuttosto una serie di misure per gli spostamenti lavorativi temporanei: non servirà il visto qualora questi non superino i sei mesi”, ha spiegato Trombetta sottolineando come questo accordo metta in luce invece, in campo di cooperazione, sicurezza e polizia, la postura giuridica di quello che sarà considerato a tutti gli effetti un Paese terzo rispetto all’Ue al quale verrà comunque richiesto l’impegno a rispettare la Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Sui rapporti con Europol ed Eurojust, Trombetta ha evidenziato la possibilità di un distacco reciproco di funzionari pur non avendo l’UK il diritto a beneficiare di personale tra il management dei due organismi sopracitati; potrà tuttavia partecipare a squadre investigative comuni, secondo le regole dettate dall’Ue. La consegna di un cittadino alle autorità britanniche, da parte di uno Stato membro, potrà essere rifiutata per ragioni di ordine costituzionale o per ragioni attinenti i diritti fondamentali. Il Presidente Zoffili ha chiesto all’Ambasciatore se ci sia un report da parte delle autorità sanitarie britanniche riguardo ai connazionali iscritti all’Aire: Trombetta ha escluso l’esistenza di un report britannico mentre c’è invece l’intervento diretto della rete diplomatico-consolare, tramite medici di fiducia, nei casi in cui questo sia possibile.

Elena Testor (Lega) ha sottolineato come il venir meno della possibilità degli scambi, con programmi come l’Erasmus, possa essere da ostacolo ad un numero elevato di studenti: basti pensare che l’ultima rilevazione descriveva un flusso di scambio tra UK e Ue di 54 mila persone e, di queste, 44 mila dall’Ue verso il Regno Unito. Preoccupazione è stata espressa per l’erogazione dei servizi sanitari e per la possibilità di svolgere ‘lavoretti’ per i giovani, al di sotto della soglia delle 25 mila sterline, per esempio quelli che da sempre si svolgevano nella ristorazione o nei negozi. Laura Ravetto (Lega) ha chiesto chiarimenti sui valori immobiliari post Brexit, sulle modalità di iscrizione ai corsi universitari ma anche sul piano vaccini, con un approvvigionamento che sembrerebbe essere più efficiente in UK per l’assenza di vincoli europei. Tony Iwobi (Lega) ha richiesto l’ulteriore potenziamento della rete consolare italiana in UK, in modo particolare in questo momento di crisi sanitaria per garantire maggiore assistenza ai connazionali presenti nel Regno Unito. Francesca Galizia (M5S) ha parlato di una separazione dolorosa e del dispiacere per la perdita di un’esperienza come l’Erasmus che va al di là dell’apprendimento di una lingua finalizzato invece alla creazione di una cultura europea. C’è poi il problema della pesca ossia la riduzione del 25% per i Paesi europei nel Canale della Manica: tuttavia, dopo i primi cinque anni transitori, gli accordi potranno diventare annuali e di natura bilaterale.

Riguardo a Erasmus, Trombetta avrebbe preferito una continuazione di questo programma. “Ciò detto le università britanniche continueranno ad essere aperte a studenti stranieri”, ha commentato l’Ambasciatore che purtuttavia ha evidenziato come la questione delle rette potrebbe complicarsi dal prossimo anno. Per chi già è iscritto, infatti, continueranno a valere i parametri prestabiliti per gli stessi cittadini britannici ed ex Ue; per chi si iscriverà dall’anno prossimo, invece, si applicheranno i criteri previsti per tutti i Paesi posti al di fuori dell’UK, indistintamente se trattasi di Paesi Ue o di altra collocazione geopolitica, quindi con tasse probabilmente più alte. Sull’erogazione dei servizi sanitari, Trombetta ha spiegato che per gli iscritti al ‘settlement scheme’ ci sarà la totale assistenza come già avviene ora e alla pari dei cittadini britannici, mentre per chi avrà il visto ci sarà la possibilità di beneficiarne ma attraverso il pagamento ‘una tantum’, come una sorta di assicurazione. “Londra sta registrando un calo nei valori immobiliari mentre invece sta aumentando il costo medio delle case fuori dai centri urbani”, ha aggiunto l’Ambasciatore che ha concluso ricordando gli appuntamenti internazionali che vedrà impegnata l’Italia, su tuti il G7, il G20 e la Cop26, che saranno occasioni per rafforzare i rapporti bilaterali con l’UK. (Simone Sperduto/Inform)

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