Di fronte all’aggravarsi degli scontri tra milizie, il ministro degli Affari Esteri illustra l’impegno messo in atto per l’assistenza dei connazionali residenti in loco (241 temporaneamente presenti per lavoro, oltre 800 residenti stabilmente), sollecitati a lasciare il Paese e assistiti nei trasferimenti. Il nostro Paese impegnato a sostenere percorsi per raggiungere soluzioni politiche anche al conflitto israelo-palestinese e alla crisi ucraina
ROMA – Il ministro degli Affari Esteri, Federica Mogherini, riferisce con un’audizione svolta oggi alla Commissione Affari Esteri del Senato sui recenti sviluppi della situazione politica internazionale, con particolare riferimento alla Libia e alla presenza italiana in quel Paese.
Dopo la fine del regime di Mu’ammar Gheddafi, accelerata con l’intervento deciso dalle Nazioni Unite nel 2011, il Paese rischia ora infatti una vera e propria “implosione”, se non cesseranno le violenze messe in atto nelle ultime settimane dalle milizie islamiste con l’occupazione del porto di Tripoli e di parte della capitale e gli scontri che hanno coinvolto le città di Bengasi e Misurata. “Dopo il 2011 la Libia è stata attraversata e caratterizzata da fortissime frammentazioni, con tutte le fragilità di uno Stato che non esisteva né prima dell’intervento del 2011 né dopo – afferma Mogherini, che segnala come le divisioni interne – si contano circa 1200 milizie e 140 tribù – si siano polarizzate ora nella scissione tra islamisti e non islamisti. I primi, dopo aver ottenuto il 15% dei seggi alle elezioni del Consiglio dei rappresentanti avvenute il 25 giugno scorso – elezioni “non scontate” e preliminari all’avvio di una fase di transizione necessaria alla costituzione di un governo del Paese, – sono passati nelle ultime settimane all’azione militare con violenze che hanno provocato ad oggi oltre 200 morti e 400 feriti e inducono a temere un’escalation che mette in allarme la comunità internazionale ed i Paesi presenti sul territorio. Si rincorrono pertanto in queste ore gli inviti a lasciare la Libia, associati ad una progressiva chiusura delle sedi diplomatiche. Proprio nel corso dell’audizione, Mogherini segnala di essere stata informata dello spostamento della delegazione dell’Unione Europea di Tripoli a Tunisi, mentre la nostra Ambasciata è una “delle pochissime rimaste aperte in città”, insieme a quelle di Regno Unito, Malta, Romania, Ungheria e Spagna – quest’ultima però solo formalmente, perché il personale diplomatico è stato evacuato proprio in queste ore. Per l’Italia resta invece l’inviato speciale Giuseppe Buccino, che sta svolgendo – fa sapere il ministro – “incontri riservati con tutti gli attori locali” e lavora di concerto con gli ambasciatori rimasti e i delegati speciali per sondare la possibilità di evitare “un’ulteriore alimentazione della violenza e l’accrescersi della militarizzazione del conflitto”. Un percorso drammatico che non viene del tutto escluso, viste anche le ultime notizie, in attesa di conferma, di una presa di Bengasi da parte dei miliziani del gruppo islamico radicale di Ansar Al Sharia.
Mogherini segnala l’impegno della Farnesina a favore degli italiani residenti in Libia, situazione che è oggetto di un lavoro specifico messo in campo attraverso il coordinamento di Ambasciata, unità di crisi e Mae. In fase di coordinamento anche le unità di crisi dei Paesi dell’Unione Europea che hanno presenze in loco, per la realizzazione di un “lavoro coordinato e il più solidale possibile” che possa favorire una soluzione politica della situazione e nello stesso tempo l’assistenza ai connazionali. “Gli italiani temporaneamente in Libia sono 241: 144 in Tripolitania, 64 in Cirenaica e 33 del Fezzan. Ad essi si aggiungono – fa sapere il ministro – 45 connazionali tra il personale di Ambasciata – 2 diplomatici, 4 dipendenti delle aree funzionali, 14 contrattisti, di cui 10 italiani – e altre istituzioni, e un numero di italiani stabilmente residenti quantificato in 830 (l’80% dei quali doppi cittadini), che si presume scelgano di restare nel Paese, così come hanno fatto anche nella fase di crisi più acuta del 2011”. Il ministro precisa come il lavoro svolto in questo frangente abbia comportato l’incoraggiamento delle partenze volontarie già dalle scorse settimane, con “allontanamenti protetti effettuati attraverso 4 convogli scortati via terra dal 17 al 20 luglio e 2 voli dedicati con velivoli dell’aeronautica militare il 24 e il 27 luglio” che hanno coinvolto oltre 120 connazionali e 30 persone di altra nazionalità. “In queste ore inoltre – prosegue – stiamo contattando ciascun connazionale per informare della possibilità di rientrare in Italia e organizzare ulteriori spostamenti”.
Richiamando gli scenari in divenire, Mogherini ricorda come l’attuale cessate il fuoco di Tripoli costituisca una fragile tregua, determinata per lo più da fattori non connessi alle ragioni dello scontro – come le celebrazioni per la fine del Ramadan e le necessità di intervenire per estinguere un incendio all’aeroporto ormai distrutto. L’unico percorso utile per una “via d’uscita politica” dello scontro resta la convocazione e l’insediamento del Parlamento, la cui prima data utile era stata indicata il 4 agosto ma che potrebbe essere anticipata al 2. Sino ad allora è possibile che “gli scontri militari proseguano con un’intensità che è difficile prevedere – avverte il ministro, secondo cui l’unica possibilità per evitare la guerra civile è data dall’avvio concordato proprio in sede parlamentare tra le parti di una riconciliazione nazionale associata alla formazione di un governo, eventualmente di unità nazionale, utile ad inaugurare un percorso di transizione e insitution building. Processo che sarà promosso “a livello internazionale”, ma deve cominciare – precisa il ministro – attraverso dinamiche interne al Paese; ad esso dovrà garantire sostegno una posizione unitaria dell’Unione Europea “in quanto tale” e un coordinamento da stabilirsi con gli attori della regione. Richiamata anche la necessità di accelerare la nomina di un Alto rappresentante dell’Onu per la Libia, “per rilanciare il ruolo fondamentale di mediazione delle Nazioni Unite” nell’area di crisi. Mogherini ricorda infine come solo con la presenza di istituzioni “un minimo funzionanti” sarà possibile garantire il controllo del territorio libico e delle frontiere. In particolare evidenzia la necessità di un “lavoro più forte a livello europeo” sul fronte della missione Eubam, impegno volto ad assicurare un presidio necessario anche alle frontiere di terra di Paesi vicini, come la Tunisia. Parlamento e governo sono inoltre necessari per la firma di convenzioni internazionali che permettano alle agenzie internazionali come l’Unhcr di accedere al territorio.
Il ministro degli Affari Esteri si sofferma poi sul conflitto a Gaza, conflitto “che giorno dopo giorno – segnala – diventa sempre più drammatico”, condannando l’uccisione dei civili e l’attacco agli edifici delle Nazioni Unite presenti nella striscia. “È necessario fermare il conflitto e si stanno moltiplicando gli sforzi in questo senso – assicura Mogherini, che avverte però come la “negoziazione di un cessate al fuoco duraturo” non potrà prescindere da una visione ed un impegno più a lungo termine sia sul fronte palestinese che su quello israeliano: nel primo caso sostenendo la popolazione palestinese – migliorandone le condizioni di vita, a partire da quelle materiali (oltre agli aiuti umanitari necessari alla drammaticità del momento, il ministro cita il pagamento degli stipendi ai dipendenti pubblici, l’apertura dei valichi, la possibilità di coltivare la terra ed esercitare la pesca), promuovendo l’unità della sua rappresentanza politica (un governo di coesione nazionale che possa rappresentare tutti i cittadini palestinesi di Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme Est anche presso le sedi internazionali) e mettendo l’autorità palestinese nelle condizioni di esercitare la propria capacità di governo su Gaza – capacità che consentirebbe, una volta terminato il conflitto, l’effettiva gestione del territorio della striscia; nello stesso tempo, garantendo la sicurezza di Israele (attraverso il controllo delle frontiere e la smilitarizzazione di Gaza, ma anche attraverso un riconoscimento da parte degli Stati di tutta la regione della necessità che tale sicurezza sia garantita). In assenza di un impegno su questo fronte ed in vista della creazione di uno Stato palestinese, il rischio – avverte Mogherini – è un ripresentarsi ciclico della crisi che scoraggerebbe qualsiasi rilancio del processo di pace. In questo contesto viene richiamata l’importanza del coinvolgimento degli attori regionali alla soluzione della crisi e del supporto internazionale sia per giungere ad “una tregua umanitaria immediata e incondizionata”, sia per la gestione del post conflitto, per cui si prospettano – oltre agli aiuti internazionali e delle ong – possibili interventi come Eubam Rafah o sul modello di Unifil, ipotesi che dovranno comunque trovare il consenso dei soggetti coinvolti. Il ministro richiama le problematiche psicologiche e umane che si assoceranno all’instabilità sociale e politica quale portato del conflitto, problematiche cui cercherà di far fronte la conferenza dei donatori che la Norvegia sta organizzando probabilmente per settembre, anche con il coinvolgimento del nostro Paese.
Dopo aver annunciato per la prossima settimana una missione del vice ministro Lapo Pistelli in Iraq, Paese in cui emerge la drammatica situazione vissuta dalla comunità cristiana, Mogherini conclude con aggiornamenti relativi alla crisi ucraina. Anche su questo fronte il tentativo della comunità internazionale e dell’Europa è favorire una soluzione politica dello scontro – invito già formulato dal G7 e rinforzato da ulteriori sanzioni decise dall’Unione nei confronti della Russia, per scoraggiarne il sostegno ai separatisti. Nelle prossime ore – fa sapere il ministro – il gruppo di contatto tra i soggetti coinvolti potrà incontrarsi a Minsk, mentre l’Ocse ha deciso l’estensione della missione dei suoi osservatori – missione che dovrebbe contribuire a far luce sull’abbattimento dell’aereo malese – e l’avvio di una nuova missione di monitoraggio e controllo della frontiera ucraina con la Russia. Le sanzioni costituiscono dunque un tentativo di indurre la Russia anche ad intervenire sui separatisti per scongiurare il proseguire degli scontri e giungere ad una pacificazione dell’area.
Tra gli interventi dei senatori segnaliamo quello di Giorgio Tonini (Pd), che ribadisce l’importanza di una posizione unitaria dell’Europa nei confronti della Russia, di Stefano Lucidi (M5S) che lamenta l’assenza di una discussione in Aula su questi temi e di Peppe De Cristofaro (Sel), che invita ad una riflessione critica sulle conseguenze degli interventi militari decisi dalla comunità internazionale negli ultimi anni, “interventi spesso mascherati con il pretesto della difesa dei diritti umani ma che non sono serviti – dice – né a portare la democrazia né tantomeno a difendere gli interessi geopolitici sottaciuti”. In merito al conflitto israelo-palestinese De Cristofaro ritiene inoltre un grave errore l’aver indebolito la leadership dell’autorità nazionale palestinese, autorità con cui invece si sarebbe dovuto e potuto più proficuamente dialogare. In sede di replica, il ministro degli Esteri segnala di condividere la necessità di promuovere un approccio unito ed univoco dell’Europa nei confronti della Russia e di approfondire la riflessione sugli interventi militari auspicata. “In ogni caso – conclude – è quello che succede dopo l’intervento militare a determinare davvero la riuscita della transizione democratica o meno, è l’impegno a sostenere, incoraggiare e a anche ad assistere la costruzione democratica e istituzionale ad essere il punto determinante per una sua riuscita”. (Viviana Pansa – Inform)