MIGRAZIONI
Un volume che ripercorre due secoli di emigrazione italiana e descrive la trasformazione del nostro Paese in terra di immigrazione, stimolando interrogativi alla luce delle previsioni sui processi demografici interni ed internazionali e sull’andamento economico. Sono intervenuti, oltre all’autore, anche il presidente dell’Istat, Antonio Golini, il responsabile progetti del Centro Astalli, Berardino Guarino, e il parlamentare Gianpiero Dalla Zuanna (Sc)
ROMA – Si è svolta ieri presso la sede del Cnr a Roma la presentazione del libro “L’Italia delle Migrazioni”, scritto da Corrado Bonifazi ed edito dal Mulino, volume che ripercorre due secoli di emigrazione italiana – interna e all’estero – e descrive la trasformazione del nostro Paese in terra di immigrazione, negli ultimi 20 anni, stimolando interrogativi alla luce delle previsioni sui processi demografici interni ed internazionali connessi anche all’andamento del contesto economico globale.
A moderare l’incontro il capo ufficio stampa del Cnr, Marco Ferrazzoli, che ha sottolineato come la tematica del libro abbia immediati agganci con l’attualità e sia spesso commentata nel dibattito pubblico a partire da presupposti ideologici. Ciò che cerca di fare l’autore è invece offrire un quadro complessivo adottando un approccio storico e sociologico teso a descrivere il fenomeno, limitando le valutazioni al possibile sviluppo dei processi migratori negli anni a venire, nella consapevolezza che l’Italia si trova oggi “a uno snodo importante del proprio percorso migratorio, che, come è avvenuto in passato, si rimodellerà in base alle tendenze economiche e demografiche del Paese e alla posizione che l’Italia si troverà ad occupare nel quadro internazionale”. Bonifazi suggerisce infatti l’apertura di una nuova fase della storia delle migrazioni italiane, “che potrebbero essere destinate ad assumere in tempi brevi nuove forme, superando il momento dell’immigrazione di massa che ha caratterizzato gli ultimi decenni”.
Parla delle migrazioni quale linea di ricerca tra le principali del Dipartimento di Scienze umane e sociali, Patrimonio culturale del Cnr il suo direttore, Riccardo Pozzo, evidenziando il proseguimento del progetto dedicato al fenomeno, avviato nel 2008, e ricordando come sia importante per gli enti pubblici di ricerca approfondire anche l’impegno nei confronti delle scienze umane, oltre che in progetti tecnologici. Oltre al rifinanziamento del progetto, Pozzo parla anche dell’intenzione di istituire un dottorato consortile sui migration studies, che metta a frutto l’interdisciplinarietà della materia. Attesa infine per il documento di indirizzo relativo alla presidenza italiana dell’Unione Europea e per il posto che in essa verrà attribuito al fenomeno migratorio.
Gianpiero Dalla Zuanna, professore all’Università di Padova e oggi senatore di Scelta Civica, evidenzia come gli “atteggiamenti culturali abbiano impedito la nascita di modelli oggettivi e complessivi del fenomeno migratorio”, sforzo a cui tende invece il testo di Bonifazi. “La migratorietà è una delle forze che da sempre incidono sullo sviluppo delle nazioni – prosegue Dalla Zuanna, rilevando come la carenza di linee generali per inquadrarne i diversi aspetti non aiuti la comprensione della realtà né l’intervento legislativo in proposito. Richiamata quindi la complessità dell’analisi, complessità che secondo Dalla Zuanna contrasta con alcuni schemi predittivi elaborati anche a livello internazionale: “non dobbiamo dimenticare che l’emigrazione italiana proseguì anche un periodi di sviluppo come quello del decennio giolittiano e a ridosso degli anni Sessanta e che, nonostante la crisi attuale, l’arresto dei flussi migratori nel nostro Paese non appare così scontato – afferma il parlamentare, ribadendo poi il rinnovamento e lo sviluppo delle società innescato dei fenomeni migratori.
Antonio Golini, presidente dell’Istat e professore emerito dell’Università Sapienza di Roma, ha ricordato i “conflitti irrisolti” propri del fenomeno migratorio, conflitti che sorgono tra il diritto delle singole persone di lasciare il proprio Paese e quello degli Stati di regolare i flussi e gli ingressi sul loro territorio nazionale. “Su come conciliare questi diritti non vi è ancora a livello internazionale un accordo convincente – afferma Golini, evidenziando come l’immigrazione sia una sorta di “trapianto sociale”, che comporta necessariamente problemi, una preparazione e percorsi di integrazione adeguati. “Vi sono anche forti asimmetrie, se pensiamo alla disparità tra il numero di persone che i Paesi economicamente più sviluppati sono disposti ad accogliere e quello che potenzialmente è pronto a partire, una situazione che, almeno nel breve termine – afferma Golini, – non è destinata a mutare e che ci fa temere che si ripetano nuove tragedie come quella avvenuta a Lampedusa”. Per quanto riguarda gli scenari futuri, il presidente dell’Istat ricorda come la crescita della popolazione nell’Africa sub-sahariana – per considerare un Continente i cui sviluppi non potranno non coinvolgerci per questioni di prossimità innanzitutto – non potrà essere compensata da un proporzionale aumento di posti di lavoro, previsione che giustifica l’attesa di sempre maggiori flussi migratori verso il Nord. “Lo sviluppo socio-economico del continente africano significherà inoltre un’espulsione di manodopera dal settore agricolo che incrementerà a sua volta i flussi migratori – prosegue Golini, rilevando così la “necessità assoluta di pensare a strumenti di governo delle migrazioni”. “Non dobbiamo dimenticare che le cifre di cui parliamo oggi sono immensamente più grandi di quelle che abbiamo conosciuto nella prima globalizzazione – afferma il presidente dell’Istat, riferendosi al periodo tra il 1870 e il 1914, anni in cui le partenze dall’Italia sono quantificate nel testo in 14 milioni di espatri che “gettarono le basi, in Europa e Oltreoceano, di quelle nostre collettività all’estero che con 4,2 milioni di componenti costituiscono ancora oggi un’importante realtà”.
Berardino Guarino, responsabile dei progetti della Fondazione Centro Astalli, parla di “10 anni di dibattito ideologico sull’immigrazione”, da cui non sono emersi “contributi oggettivi” utili alla gestione del fenomeno né tantomeno alla sua comprensione. Sono gli anni in cui l’Italia acquisisce consapevolezza di quella che Bonifazi definisce “una crescita della presenza straniera che ha pochi riscontri nella storia delle migrazioni internazionali, passando dalle 356 mila unità del 1991 ai 4,3 milioni attuali” e dovuta da un lato a ragioni economiche, con la crescita in particolare dell’area centrosettentrionale del nostro Paese, e dall’altro a “deficienze strutturali che hanno rappresentato importati fattori attrattivi”: diminuzione della popolazione nazionale in età lavorativa (-3,2 milioni tra il 1991 e il 2011) e inadeguatezza del sistema di welfare dinnanzi all’avanzare dell’invecchiamento della popolazione (il numero degli ultraottantenni è più che raddoppiato in questi 20 anni). Sviluppi, questi ultimi, che non hanno determinato un cambio di segno nella bilancia migratoria interna del Mezzogiorno, negativa da più di un secolo – avverte Bonifazi – con un aumento anche del flussi verso l’estero (dalle 40 mila unità del 2010 alle 68 mila nel 2012). Il proseguimento dei flussi migratori nel nostro Paese soprarichiamato da Dalla Zuanna anche in questi anni di crisi, sarebbe quindi dovuto a tali processi demografici, il cui trend continuerà nei prossimi anni. “Ma se non cambiamo la nostra visione dei migranti – avverte Guarino – diverremo sempre meno attrattivi in un contesto di crisi economica. Oggi vi è necessità di un nuovo alfabeto dell’immigrazione, che smetta di considerare i migranti unicamente braccia o persone in fuga, dominato da parole come paura, discriminazione, sfruttamento ed esclusione sociale. Dobbiamo passare invece ad un approccio che riscopra le parole del rispetto, dell’accoglienza, della tutela della dignità delle persone, che punti alla valorizzazione delle competenze e dei talenti”. Il richiamo è rivolto alle difficili condizioni lavorative spesso subite dagli immigrati, alla scarsa mobilità sociale loro garantita, alla burocrazia connessa a normative definite dal responsabile della Fondazione Astalli “oppressive” come la Bossi-Fini, ai percorsi ancora da compiere per un pieno riconoscimento dei diritti politici. Anche sul fronte dell’integrazione la richiesta è di superare la “forma autonoma” spesso assunta da percorsi gestiti territorialmente, priva di una visione complessiva, “buone pratiche” che rischiano di non avere continuità né, alla lunga, significato se non vengono inserite nella logica del “programmare, realizzare e verificare” che dovrebbe essere propria delle istituzioni pubbliche.
Sulla possibilità di interventi normativi sulla materia si sofferma anche Dalla Zuanna che definisce “realistico” l’obiettivo dell’acquisizione della cittadinanza per i bambini figli di genitori stranieri che abbiano completato il ciclo di studi obbligatori nel nostro Paese. Per il parlamentare si tratta di una revisione “che deve andare insieme a quella delle regole che riguardano ingresso ed espulsione degli immigrati” dal momento che “quelle attuali sono insensate perché non realistiche e inapplicate”. Dalla Zuanna considera però assai difficile “una modifica radicale della Bossi-Fini”, visto anche il dibattito di questi giorni in Parlamento sul reato di immigrazione clandestina (vedi Inform di ieri: http://comunicazioneinform.it/
Infine, Bonifazi evidenzia come il suo intento sia stato quello di “dare una dimensione di lungo periodo al fenomeno migratorio”, fenomeno che rappresenta sempre “un’opportunità ed un fattore di riequilibrio per le collettività, l’economia e i diversi Paesi”. Per quanto riguarda nello specifico l’emigrazione italiana, lo studioso ribadisce come essa fu un importante fattore di modernizzazione della nostra società, specie per il Meridione d’Italia. “L’emigrazione consentì l’emancipazione degli individui da situazioni di profonda arretratezza e povertà – ricorda, – oltre che modificare stili di vita ed abitudini, a partire da quelle alimentari”. I flussi ripresero poi nel secondo dopoguerra, per ridursi poi per effetto della crescita economica del Paese, che determinò la “scomparsa dell’emigrazione di massa e rese per la prima volta le migrazioni interne un’alternativa su larga scala dell’emigrazione verso l’estero”. Oggi, il fenomeno dell’immigrazione, il cui dibattito in Italia “raggiunge toni di inciviltà che non ha pari negli altri Paesi d’Europa” e la cui crescita appare quasi “paradossale”, dal momento che non è stata favorita da alcun intervento legislativo. Bonifazi ricorda però come il dibattito sui flussi fu sempre vivo in tutti i periodi storici e come l’apertura ai nuovi arrivi fu determinata spesso dai poteri forti e dagli interessi economici prevalenti. Guardando alla crescita degli immigrati in Italia, anzi, “il conflitto ci appare ancora limitato”. Il nostro Paese – passato da 493 mila nuove unità del 2007 a 245 mila nel 2012 – al momento non ha subito la diminuzione di ingressi registrata in Spagna (il cui saldo migratorio è passato dalle 731 mila unità nel 2007 al saldo negativo di 50 mila persone nel 2011) o Irlanda (da 46 mila unità nel 2007 a saldi negativi dal 2009 in poi) ma rischia, con il perdurare della crisi economica, di perdere attrattività nei confronti dei nuovi flussi previsti. Una perdita che è lecito chiedersi se l’Italia possa permettersi, dal momento che “dal lato demografico i fattori attrattivi sopra richiamati avranno un’intensità ancora maggiore di quella avuta negli ultimi 20 anni”, con una diminuzione della popolazione in età lavorativa stimata in circa 11 milioni da qui al 2050. Solo la ripresa economica potrebbe quindi consentirci di continuare a sperare in un “adeguato apporto immigratorio dall’estero”, un risultato che Bonifazi considera “tutt’altro che scontato” e che dovrà comunque essere accompagnato da “politiche che favoriscano gli ingressi e percorsi di integrazione possibili e facilitati”. (Viviana Pansa – Inform)