direttore responsabile Goffredo Morgia
Registr. Trib. Roma n.338/2007 del 19-07-2007
INFORMAZIONI DEL GIORNO – NEWS PER GLI ITALIANI ALL'ESTERO

A Roma l’incontro “Come sa di sale lo pane altrui. Il cibo al cospetto dell’esperienza migratoria in Nord America”

ITALIANI ALL’ESTERO

Presso la Camera dei Deputati

Gli interventi della deputata Fucsia Fitzgerald Nissoli (Fi), di Vincenzo Milione (Calandra Italian American Institute), di Giovanni De Vita (Maeci), di Antonino De Lorenzo (Università Tor Vergata), di Ernesto Di Renzo (Università Tor Vergata), di Paolo Martelletti (Università La Sapienza) e del Colonnello dei Carabinieri Giuseppe Cenname

ROMA – Si è svolta a Roma, presso la Sala Iotti di Palazzo Thedoli Bianchelli (Camera dei Deputati), la conferenza dal titolo “Come sa di sale lo pane altrui.Il cibo al cospetto dell’esperienza migratoria in Nord America”. Un incontro sul ruolo che il cibo  svolge nei processi migratori come  elemento di identità del emigrante e per quanto riguarda il collegamento con la propria terra d’origine.

L’incontro è stato aperto dalla giornalista dell’Ansa Elisabetta Guidobaldi che , in qualità di moderatore del dibattito, ha sottolineato la necessità di mettere a fuoco il confronto fra la dieta Mediterranea e i cambiamenti nel modo di mangiare derivanti dalla globalizzazione e dai movimenti migratori.

“La tradizione culinaria – ha esordito la deputata di Forza Italia Fucsia Fitzgerald Nissoli , eletta nella ripartizione America Settentrionale e Centrale  –  è parte dell’identità prima che italiana, regionale, di ogni comunità che all’estero si ritrova in forma organizzata.  Io vivo negli Stati Uniti da 30 anni – ha aggiunto – e vorrei sottolineare che l’emigrazione italiana in nord America ha rappresentato una pietra miliare della nostra storia. Mi riferisco a quel processo migratorio che dal 1870 al 1970 ha coinvolto decine di milioni di persone che fuggivano da situazioni di estrema povertà per cerare fortuna. Solo la prima fase interessò circa 5 milioni di persone, fra questi molti all’inizio si recarono prevalentemente in quella che è all’epoca era una delle città più industrializzate di tutto il pianeta e cioè New York. Ripercorrere, rivedere i passi, il significato  di quella che è l’eredità di tali flussi è fondamentale non solo per conoscere un pezzo della storia italiana , ma anche per poter inquadrare e comprendere l’attuale contesto geopolitico, economico e sociale. Ma significa anche parlare della nostra identità di ciò che consideriamo cultura cittadinanza e dialogo. Durante i processi migratori – ha continuato la Nissoli – la mancanza dei propri affetti della terra d’origine, del proprio bad ground culturale ha comportato la ricerca di quei modelli, di quei prodotti e oggetti che ricostruivano in qualche modo un contesto familiare, in cui l’emigrante potesse sentirsi meno estraniato ed escluso dalla nuova realtà. A volte la mancanza di integrazione ha favorito fra gli immigrati la conservazione di molti abitudini e modelli tipici dei paesi d’origine e la tavola e la cultura alimentare hanno giocato un ruolo essenziale”.  Per la Nissoli la cultura del cibo “a contribuito, senza dubbio, a rendere meno doloroso il distacco dalla propria terra e dai propri affetti. Il cibo ha quindi costituito sia un elemento di differenziazione ed esclusione sociale, quanto di integrazione. Sappiamo – ha proseguito al deputata di Forza Italia – quanto il cibo si configuri come il primo e più semplice linguaggio attraverso il quale riusciamo a dialogare con culture e popoli differenti ed è perciò carico  di enormi significati sociali. La Tavola per l’immigrato ha svolto un ruolo di identità culturale, strumento aggregativo in grado di creare le comunità”.

Dopo aver sottolineato la necessità di combattere il fenomeno dell’italian sounding la deputata ha ricordato come durante la scorsa legislatura abbia presentato “una mozione parlamentare, approvata in maniera bipartisan ed accolta dal governo, in cui si chiedeva di difendere il made in Italy dalle contraffazioni e individuava la possibilità di aprire presso le nostre ambasciate più sensibili al tema, degli uffici anticontraffazione che lottassero contro questo fenomeno”.  “Sta noi – ha concluso la Nissoli ribadendo l’importanza del made in Italy – saper fare sistema, valorizzare la nostra enogastronomia quale strumento di diplomazia culturale in grado di aprire le porte alla presenza economica italiana all’estero. Forti di un marchio che è prima di tutto cultura e saper vivere. Credo che la politica dovrà agire sia per difenderlo, sia per promuoverlo, anche perché promuovendolo, promuoviamo tutto il nostro sistema paese e in questo il ruolo degli italiani all’estero è insostituibile. Infatti essi sono i primi ambasciatori della nostra italianità nel mondo”.

Ha poi preso la parola i prof. Vincenzo Milione, direttore del dipartimento di statistica del Calandra Italian American Institute di New York. Milione ha illustrato la ricerca “Italian Diaspora in the Americas”, volta ad analizzare la diffusione degli italiani e dei discendenti nei vari Paesi ospitanti del continente Americano. Lo studio si prefigge di approfondire il percorso storico  dell’immigrazione italiana nelle Americhe, di determinare la discendenza mista degli oriundi italiani e di valutare

 il cambiamento nell’alimentazione e nell’identità identità dei migranti in conseguenza della migrazione.  Per quanto riguarda i dati lo studio rileva la percentuale dei discendenti italiani presenti nei vari paesi del continente americano: Argentina 53.3%;

Uruguay 29.7%; Brasile 11.6%; Venezuela 6.3%; Usa 5.3%; Canada 4.3% e Australia 3.9%. Fornita inoltre dalla ricerca la percentuale della presenza dei discendenti dal punto di vista regionale: Sud America 18%, Nord America 5%.

Dallo studio si evidenzia anche come la popolazione degli italo americani negli Usa, che appare sempre più integrata,  sia cresciuta da 12 milioni nel 1980 a 17 milioni nel 2010. Nello stesso periodo di tempo la percentuale di popolazione italo-americana con discendenza mista  negli Usa è cresciuta dal 44% al 61%.

Per quanto concerne le conclusioni la ricerca evidenzia come  i discendenti degli immigrati italiani di etnia mista siano cresciuti notevolmente dopo il 1930, tanto che nel 2014 il 61% degli italo americani apparivano di discendenza mista. Rilevato inoltre come la migrazione degli italiani nelle Americhe, così come la migrazione verso più di 88 paesi nel mondo, risulti dalla migrazione del cibo, della dieta e dell’identità nei paesi ospitanti. Ricordato infine come con la migrazione anche le ricette italiane siano mutate nel tempo.

Ha poi preso la parola il Consigliere di Ambasciata Giovanni Maria De Vita, capo Ufficio I della direzione generale del Maeci per gli Italiani all’Estero, che ha sottolineato come l’attaccamento al  cibo delle comunità che si istallano altrove sia in realtà un attaccamento all’identità.  “La tavola rappresenta un momento di festa di una identità – ha aggiunto De Vita –  che si rischia di perdere quando si va a vivere in un contesto differente”. Il Consigliere è poi passato ad analizzare la storia della nostra emigrazione in America rilevando come questa terrà cominci a rappresentare un’opportunità per i nostri migranti dopo la profonda crisi economica dell’Italia post unitaria. Una crisi causata dalla riduzione degli spazi economici che prima dell’unità d’Italia i singoli Regni avevano con le grandi potenze europee.

“La creazione del  questo nuovo Stato – ha spiegato De Vita – e le politiche protezioniste fanno si che lo sbocco dei prodotti italiani diventi più difficile e la gente, che trova meno opportunità di lavoro in Italia, si rivolga all’estero. Negli Stati Uniti e in Brasile vi sono poi  eventi epocali, come l’abolizione della schiavitù e i nostri connazionali in gran parte vanno ad prendere i posti di lavoro che erano occupati  dagli schiavi . Vi sono poi  degli episodi di intolleranza verso gli italiani. A New Orleans nel 1891, a seguito  dell’omicidio di un poliziotto,  vengono ingiustamente accusati e linciati dalla folla 11 pescatori siciliani di cui poi si scoprì la più totale innocenza…. L’Italia – ha continuato De Vita – aveva inoltre interesse a mandare fuori dal paese  delle persone che all’interno avrebbero potuto costituire dei rischi per la stabilità politica. A  cavallo tra ottocento e novecento appare infatti in Italia a forza politica socialista che rappresenta una minaccia seria, per cui l’Italia riprende a favorire il fenomeno migratorio”

De Vita dopo aver ricordato il disinteresse in questo periodo storico dell’Italia per le difficili condizioni di vita dei nostri emigranti e per le grandi tragedie dell’emigrazione italiana come quella mineraria di Monongah, ha rilevato come nella storia le comunità italiane abbiano contribuito alla crescita dei paesi ospitati, mentre per lungo tempo da parte delle autorità italiana vi sia stato nei confronti di queste collettività un atteggiamento assistenziale e non di promozione della loro presenza. Dopo aver segnalato la difficile situazione delle nostre comunità soprattutto in Canada nel corso del periodo della seconda guerra mondiale, De Vita  ha sottolineato come l’Italia abbia progressivamente riconosciuto il ruolo delle nostre comunità all’estero a partire dal 1901 con l’istituzione del Commissariato all’Emigrazione. “Nel 1967 – ricorda il Conigliere – si decide di promuovere, laddove erano presenti dei consistenti nuclei di italiani, dei Comitati per gli italiani all’estero: la funzione di questi comitati era però di tipo assistenziale. Tutto questo avveniva anche perché dopo la seconda guerra mondiale riprende un consistente flusso di  emigrazione di coloro che vanno in cerca di lavoro per fuggire alle condizioni precarie che trovano in patria. Una emigrazione che inizia a cessare negli anni 70 e continua in maniera fisiologica verso gli Stati Uniti fino al 2008 con quella che noi chiamiamo la nuova mobilità,  fatta di professionisti e  accademici, cioè persone che lavorano all’estero per scelta e  non per bisogno. Dal 2008 riprende l’emigrazione”.  De Vita ha poi evidenziato come il punto di svolta nella concezione della rappresentanza degli italiani all’estero avvenne con il varo della legge per i Comitati di rappresentanza degli italiani all’estero, che si occuparono di assistenza, ma anche di tutela dei diritti dei lavoratori ed iniziarono a partecipare ad iniziative per la difesa e la promozione della lingua italiana presso le giovani generazioni. Comitati che poi vennero trasformati in  Comites, organi più propositivi e di maggiore valorizzazione della presenza della comunità italiana che sono presenti nelle circoscrizioni consolari che hanno almeno 3000 residenti…. Recentemente – ha aggiunto De Vita – i Comites sono diventati partner importanti del ministero per il fenomeno della nuova emigrazione. Dei Comites hanno istituito, ad esempio in  Canada e negli Stati Uniti, degli sportelli di assistenza agli italiani che stanno arrivando in cerca di lavoro e forniscono loro delle informazioni di vario tipo, ad esempio sui corsi per la lingua del luogo o su cosa fare per il contratto d’affitto della casa. De Vita ha infine ricordato sia la nascita nel 1989 del Cgie,  il massimo organo di consulenza del governo e delle regioni italiane in materia di emigrazione, sia l’impegno del Consiglio Generale per l’attivazione dell’esercizio del voto all’estero dei nostri connazionali che poi divenne realtà con la legge Tremaglia. Un meccanismo di voto che ha funzionato, alle ultime politiche hanno votato circa 35% degli aventi diritto, che, ricorda  De Vita, poiché porta il suffragio in territori dove non esiste il controllo dell’ordine pubblico fatto direttamente dall’Italia, può dare adito a dei problemi.

A seguire Antonino De Lorenzo, direttore della scuola in specializzazione in Scienza dell’Alimentazione presso l’Università di Tor Vergata di Roma è intervenuto sul tema: “La dieta Mediterranea italiana da modello di identità di un popolo a bene universale a salvaguardia della salute”. De Lorenzo ha evidenziato come  il 65% delle malattie croniche degenerative, ad esempio il diabete, possano essere prevenute e differite nel tempo attraverso una dieta Mediterranea con prodotti corretti. “La scommessa di tutti i sistemi sanitari – ha spiegato De Lorenzo – è creare un consumatore consapevole dove con prodotti di qualità si possano contrastare queste malattie”. De Lorenzo si è soffermato anche sul problema dell’obesità infantile che apre la strada in età adulta a malattie croniche degenerative e riduce l’aspettativa di vita del soggetto. Il docente ha rilevato come l’uso di sostanze dolci finisca con il creare dipendenza nel soggetto, mentre l’assunzione di frutta e vegetali aumenti nelle persone giovani il volume celebrare. Segnalata infine anche l’importante presenza di antiossidanti nell’olio extravergine di oliva.

Dal canto suo Ernesto Di Renzo, docente di antropologia dei patrimoni culturali gastronomici presso l’Università di Tor Vergata, ha spiegato come l’Antropologia dell’alimentazione studi i valori simbolici che l’uomo attribuisce al cibo. “ Noi mangiamo – ha precisato lo studioso – non sulla base dei valori nutrizionali, ma sulla base delle valutazioni che la cultura attribuisce al cibo”.

De Renzo ha evidenziato come per le sue ricerche si sia basato sulle lettere dei migranti. Fonti informali, come le foto, la stampa e la musica,  che consentono di leggere fra le righe  le dimensione esistenziale di chi emigra, come ad esempio la struggente nostalgia. Per De Renzo lo studio delle abitudini alimentari dei migranti consente poi di capire come si è evoluta l’emigrazione e come in alcuni casi questo aspetto abbia  facilitato l’integrazione. Il cibo , che è identità, rappresenta inoltre, secondo De Renzo,  un cordone ombelicale del migrante con la terrà d’origine. Il cibo ci consente anche di seguire , attraverso i cambiamenti delle abitudini alimentari, l’evoluzione dello stato sociale del migrante nella terra di accoglienza.

Anche Paolo Martelletti, direttore Scuola di specializzazione medicina interna dell’Università La Sapienza Di Roma,  ha ribadito  l’importanza della dieta Mediterranea e dello stile di vita per l’invecchiamento in salute e la lotta alle malattie croniche degenerative. “Vi sono tanti migranti intellettuali obbligati a studiare all’estero, – ha ricordato Martelletti – sono 100 mila i ragazzi all’anno che vanno all’estero e che mancheranno al nostro Paese”. Martelletti ha anche segnalato la necessità sia di esportare all’estero la vera dieta Mediterranea, un contesto oggi troppo legato al business, sia di riscoprire anche in Italia l’identità e l’accesso diretto al nostro cibo, una possibilità che in passato aera garantita dai mercati rionali,oggi in via di estinzione.

Fra i vari interventi segnaliamo e infine quello del Colonnello dei Carabinieri Giuseppe Cenname della sanità militare, che ha sottolineato come il cibo rivestì un ruolo importante anche fra i soldati italiani delle grande guerra. Militi che nelle loro lettere , ricche di nostalgia, non mancavano mai di parlare del cibo delle loro terre lontane.  Cenname ha anche rilevato come la sanità militare in generale sia oggi anche impegnata nel controllo della qualità del cibo a disposizione delle forze armate.  “La sicurezza alimentare – ha concluso il Colonnello – acquisisce per lo Stato sempre di più un ruolo strategico, perché la sicurezza alimentare è strettamente connessa con la salute della popolazione”. (G.M. – Inform)

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