ROMA – Una tavola rotonda per discutere di media e migrazioni e, in particolare, di come i nuovi mezzi di comunicazione incidano sul modo di raccontare il fenomeno migratorio e la presenza straniera in Italia si è svolta oggi presso il Centro Studi Emigrazione a Roma. Alla base dell’iniziativa, organizzata in collaborazione con i Missionari Scalabriniani e il Simi (Scalabrinian International Migration Institute), incorporato presso la Pontificia Università Urbaniana, la consapevolezza di quanto il modo di fare informazione condizioni la percezione da parte dell’opinione pubblica di ciò che avviene nel mondo circostante. Una consapevolezza che si è accresciuta negli ultimi anni, mettendo in discussione l’approccio praticato da molta parte del giornalismo italiano a fenomeni complessi come quello migratorio, condizionato e filtrato da stereotipi e superficialità che ne impediscono una corretta comprensione e incidono sui comportamenti sociali e sull’azione politica.
L’incontro, aperto dai saluti di padre René Manenti, direttore del Cser, e da padre Gabriele Beltrami, avviene proprio pochi giorni prima dalla XXII edizione della Festa dei popoli, in programma domenica 19 maggio a San Giovanni in Laterano, manifestazione con cui la diocesi di Roma e i Missionari Scalabriniani stimolano l’incontro e il confronto con i migranti. “La questione dell’immigrazione impone un ripensamento da parte della città e della chiesa locale, da cui far scaturire buone pratiche legate all’accoglienza e all’integrazione dei nuovi cittadini – ha affermato padre Gaetano Saracino, annunciando la manifestazione. “Lavorando insieme possiamo aiutare le collettività a superare paure e chiusure – prosegue padre Saracino, segnalando come la Festa mostri, grazie al protagonismo dei migranti, le diverse componenti del fenomeno migratorio, “spesso trattato dai media con pressapochismo e distrazione”. “Influiscono sui pregiudizi – aggiunge – anche le responsabilità di politica, enti locali e associazioni, che, insieme agli operatori della comunicazione sono coinvolti nella manifestazione, così da maturare uno sguardo più completo e approfondito in proposito”.
A soffermarsi sull’importanza e la portata dell’uso del linguaggio nel confronto e nel racconto della realtà, la giornalista Rai Cecilia Rinaldini, moderatrice del dibattito. “La parola non solo racconta la realtà ma è capace di produrla – afferma, segnalando tra le “interessanti novità” emerse in questi ultimi mesi nel mondo dell’informazione italiana la decisione adottata da alcune agenzie di stampa di “mettere al bando” termini come “clandestino” o “extra-comunitario”, spesso associate ad una percezione negativa dei migranti. “Pensiamo alla differenza che può fare riferirci ad essi come a presenze internazionali che arricchiscono il nostro territorio – prosegue la giornalista, ricordando come il termine “clandestino”, oltre a non aiutare la comprensione delle diverse situazioni personali, sia una parola “che colpevolizza il singolo della propria condizione, e nasconde la responsabilità politica derivante da leggi troppo restrittive in materia di ingresso di cittadini stranieri nel nostro Paese”. “Ogni volta che si usa una definizione si sceglie di prendere parte ed operare una scelta è già fornire un punto di vista su un argomento – afferma, evidenziando così come un modo “neutro” e “oggettivo” di raccontare i fatti non esista.
Altra iniziativa di regolamentazione deontologica rivolta al giornalismo è la Carta di Roma, protocollo sui richiedenti asilo, rifugiati, vittime della tratta e migranti adottato dall’ordine dei giornalisti, in seguito al quale è nato un apposito “osservatorio” a cura del Dipartimento di Comunicazione e ricerca sociale dell’Università Sapienza di Roma, diretto da Mario Morcellini, presente al dibattito. “Nonostante siano trascorsi anni, ciò che tv e giornali ci restituiscono dell’immigrazione in Italia è un fermo immagine – afferma Valeria Lai dell’osservatorio, sottolineando come ancora oggi il tema sembri essere indissolubilmente legato a “sicurezza”, “situazione emergenziale” e “criminalità”. “Ancora assistiamo alla sovra-esposizione di immigrati in vicende di cronaca nera – aggiunge, soffermandosi poi sulle novità apportate dai nuovi media. “Internet e i social network hanno consentito agli immigrati di avere voce, raccontare in prima persona le loro esperienze. Essendo però uno spazio di condivisione essenzialmente libero, oltre alle opportunità siamo in presenza di forti rischi, come l’aumento di atteggiamenti e discorsi xenofobi e razzisti – avverte Lai. Internet arricchisce dunque il racconto narrativo, moltiplica i punti di vista attraverso cui uno stesso argomento ci viene proposto, ma questa diversificazione non sembra aver inciso sostanzialmente sul modo di raccontare le migrazioni adottato da tv e giornali.
La giornalista Paola Springhetti, docente presso l’Università Pontificia Salesiana, ripercorre la presenza ed il protagonismo degli immigrati su internet, con siti, portali, blog e attraverso social network, segnalando come tutto il terzo settore abbia trovato spazi di condivisione e informazione sulla rete, salutati con gioia e come alternativi al modo di fare informazione più tradizionale. “Non so dire se questo protagonismo di nuovi gruppi sociali abbia effettivamente influenza sull’opinione pubblica, perché spesso si creano gli stessi circuiti chiusi e autoreferenziali che vediamo nella vita reale. Di certo – afferma – i social network offrono l’opportunità di incontrarsi e di diffondere notizie o eventi in un modo virale, prima sconosciuto, ma è difficile dire se questo contribuisca effettivamente ad un dialogo o a fornire un’apertura culturale a chi non sia già orientato in questo senso”. Il rischio per Paola Springhetti è, dunque, che il web finisca per riprodurre in molti casi la frammentarietà sociale. “Il confronto si innesca – dice – condividendo passioni: vi è l’occasione di confronto e incontro su temi settoriali, come la condivisione di musica, oppure la moda, il cinema, la cucina. Piccole cose che ci mostrano come alcuni muri comincino ad essere abbattuti, anche se non credo che questo possa influenzare l’opinione pubblica più vasta”.
Sul ruolo della stampa nel “costruire o rafforzare la percezione negativa di alcuni gruppi sociali” si sofferma Roberta Gisotti, giornalista e capo redattrice di Radio Vaticana, richiamando una recente ricerca sulla rappresentazione dei rom nei media italiani. Gisotti imputa la superficialità dei giornalisti o la loro complicità nell’alimentare le discriminazioni più diffuse rispetto ad alcuni gruppi sociali alla “dittatura dell’audience”: “l’immigrato non fa audience, se non nei casi di cronaca nera, ed è sempre in base all’audience che vengono spariti i soldi per la pubblicità o che si decide il valore in borsa dei titoli azionari di un gruppo editoriale – afferma la giornalista, segnalando come la stessa tv pubblica sia vittima di questo meccanismo. “La dittatura dell’auditel va scardinata, perché si tratta di un sistema di riferimento degli ascolti inaffidabile e distorsivo – rileva – che incide fortemente sugli investimenti pubblicitari e quindi condiziona il modo di fare tv e informazione”. Tra le proposte di intervento avanzate, quella di sottrarre alle rilevazioni almeno i telegiornali.
Di un nuovo modo di fare giornalismo parla Gabriele Del Grande, blogger pluripremiato fondatore dell’osservatorio sulle vittime della frontiera Fortress Europe. “Credo che sia necessaria una nuova umanizzazione del giornalismo, che passa attraverso il racconto delle singole storie delle persone, in questo caso dei migranti. Solo ripercorrendo le loro biografie abbiamo la possibilità di appassionarci ad una storia, comprenderne l’odissea, svelare il lato eroico e arrivare a ciò che di universale c’è in ogni esperienza umana – afferma Del Grande, sottolineando come sia necessario indirizzare le risorse su questo modello di giornalismo, scardinando un sistema informativo provinciale, insufficientemente meritocratico e influenzato da personalità troppo ingombranti o dalla corruzione. (Viviana Pansa – Inform)