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Veneti in Oriente, la Via della Seta prima di Marco Polo

MOSTRE

A Venezia dal 4 febbraio al 6 marzo i risultati della missione archeologica in Turkmenistan

Veneti in Oriente, la Via della Seta  prima di Marco Polo

 

VENEZIA –  Più che una mostra è la storia di una scoperta: dopo tre anni di scavi, finanziati dal Consiglio regionale veneto , è riemerso dal deserto turkmeno, a est del mar Caspio, il più antico sito paleocristiano nel cuore dell’Asia centrale, identificato dagli studiosi come antico monastero di rito nestoriano, oasi di ristoro e di appoggio per gli antichi veneziani che andavano e venivano da Merv, ricca metropoli del mondo arabo-medievale.

Palazzo Ferro-Fini, sede del Consiglio regionale, restituisce ai veneti con i reperti e le immagini esposte nella mostra “Veneti in Oriente. Immagini di una scoperta ” il sapore e l’orgoglio di una scoperta affascinante, resa possibile dalla missione archeologica guidata dell’archeologo veneziano Gabriele Rossi Osmida, con il contributo della Presidenza del Consiglio veneto (45 mila euro in tre anni). Il recupero dell’antico monastero di rito nestoriano di Haroba Kosht (letteralmente “castello in rovina”) – ha spiegato lo stesso Rossi Osmida presentando la mostra insieme al presidente del Consiglio regionale Clodovaldo Ruffato e al vicepresidente Matteo Toscani – rappresenta la prova archeologica che gli antichi veneziani avevano il monopolio degli scambi commerciali nel cuore dell’Asia ai tempi delle prime Crociate e che la ‘via della seta’ era la strada della globalizzazione nel mondo medievale già prima dei Polo. La campagna di scavi ha consentito di riportare alla luce la struttura in mattoni crudi dell’antico insediamento cristiano sorto in epoca partica e di rinvenire ulteriori elementi che avvalorano l’antico legame tra Venezia e Turkmenistan: frammenti di ceramica di epoca sasanide (l’ultima dinastìa persiana) decorate con il simbolo partico del leoncino con la zampa destra alzata che rimanda alla postura e all’iconografia del leone marciano simbolo della Serenissima, frammenti di vetro che gli studiosi del British Museum di Londra ipotizzano provenire dalle vetrerie di Murano, mattoni e particolari strutturali che mettono in relazione diretta la struttura nestoriana con la chiesa metropolita di Merv, regione cristianizzata secondo la leggenda dall’apostolo Tommaso.  “Anche se profano in materia – ha commentato il vicepresidente del Consiglio regionale Toscani, recatosi nel 2011 sul posto a conclusione della campagna di scavi, “a proprie spese” ha precisato – visitando quel sito mi sono appassionato all’archeologia e all’avventura di far rivivere frammenti del passato più antico”.

Ora sul sito di Haroba Kosht, nel cuore del parco archeologico di Merv, sventola la bandiera di san Marco, a suggello dell’unico rapporto di collaborazione istituzionale in corso tra Italia e Turkmenistan . A vegliare sulle rovine di Haroba Kosht ora è l’Unesco che ha dichiarato l’intera regione di Merv, ‘patrimonio dell’umanità’. Gabriele Rossi Osmida, bloccato da un ictus subito dopo il rientro dal Turkmenistan, continua a coltivare una suggestiva ipotesi: che nella cripta dell’antico monastero la comunità nestoriana abbia dato sepoltura all’ultimo re della dinastia sasanide, scomparso alla fine dell’ottavo secolo.E che magari quel luogo di culto, diventato luogo di scambi e oasi di ristoro per mercanti di diverse etnìe e religioni, possa conservare i resti anche di qualche veneziano precursore di Marco Polo. (Inform)

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