STAMPA ITALIANA ALL’ESTERO
Da “Tribuna Italiana” del 29.8.2018 l’editoriale del direttore Marco Basti
BUENOS AIRES – Negli ultimi anni si è resa sempre più evidente la situazione di crisi della nostra comunità, messa bianco su nero da alcune circostanze puntuali – come la vicenda del monumento a Cristoforo Colombo nella Città di Buenos Aires – ma non solo. La perdita di peso specifico della comunità di origine italiana viene messsa in risalto dall’assenza di eco nei media locali delle vicende che la riguardano. O anche nella perdita di consapevolezza, nella società argentina, dell’eredità ricevuta dalle centinaia di migliaia di italiani che lungo oltre un secolo arrivarono in Argentina segnandone profondamene l’identità. Per non parlare dell’immagine dell’Italia che nella considerazione della politica e dei media argentini, viene abitualmente ignorata o considerata molto marginalmente e quasi mai presa in considerazione come uno dei paesi importanti nel concerto internazionale. O della quale si parla solo per le notizie negative. Questo al di là dei classici proclami sui tradizionali vincoli di amicizia tra i due Paesi.
Certo, la crisi della nostra comunità, l’ignoranza dell’influenza italiana nella società argentina e l’immagine distorta o insufficiente dell’Italia in Argentina sono tre questioni distinte tra esse. Ma sono aspetti collegati gli uni agli altri, in modo tale che si influenzano reciprocamente.
Ma, parlando specificamente della crisi della nostra comunità, essa nasce da un dato obiettivo: il passaggio da una comunità costituita da italiani emigrati negli anni ‘50 e primi ‘60 a un’altra costituita fondamentalmente dai loro discendenti nati in Argentina.
Per essere più precisi, possiamo dire che si tratta di un problema che assilla la nostra comunità da circa quarant’anni. Infatti, già alla fine degli anni ‘70 e primi del decennio successivo, si cominciò a parlare dell’argomento, quando fu chiaro che non ci sarebbe stata una nuova ondata migratoria.
Infatti, dopo la prima ondata della seconda parte del XIX secolo e fino agli anni ‘20 del secolo successivo e dopo il nuovo flusso dell’ultimo dopoguerra, non ci furono altri arrivi di italiani al Plata delle dimensioni di quelli citati. Al contrario, ci furono rientri in Italia ed emigrazione di discendenti nati in Argentina nel Bel Paese sia all’epoca dell’ultima dittatura, sia nei periodi delle due grandi crisi economiche argentine dell’ultimo mezzo secolo, alla fine degli anni ‘80 e all’inizio del nuovo millennio.
In questo panorama, i dirigenti dell’associazionismo, su iniziativa della FEDITALIA, presieduta da Luigi Pallaro, avviarono un dibattito sul futuro della collettività, il cui risultato fu la promozione dell’apertura verso le nuove generazioni dei discendenti nati in Argentina. Ci fu un primo Congresso nel 1981 a Córdoba e più tardi a partire dal 1986, altri 17 congressi nazionali promossi dalla Confederazione, tutti rivolti ai giovani e con lo scopo di promuovere la loro partecipazione nella struttura associativa. Una azione contemporanea è stata promossa dall’Italia e in particolare dalle Regioni, che hanno sostenuto congressi, viaggi, borse di studio, gruppi folkloristici, stage formativi, sostegno a iniziative piccolo-imprenditoriali, pubblicazioni e costruzione di reti, con lo scopo di facilitare il passaggio di testimone dalla vecchia emigrazione alle nuove leve. Anche con l’obiettivo di far conoscere ai discendenti la nuova realtà italiana e creare con essi nuovi legami.
Pur se i risultati non furono eclatanti, non si può negare che oggi la stragrande maggioranza di quanti occupano luoghi di rilievo nelle strutture di rappresentanza della nostra comunità (o meglio, delle nostre comunità, visto che si sente la mancanza un collegamento tra le realtà delle varie circoscrizioni), sono discendenti di italiani, nati in Argentina. Per fare un esempio, sei tra i presidenti dei nove Comites dell’Argentina sono nati in questo Paese. Una proporzione valida anche per i presidenti della trentina di federazioni regionali o circoscrizionali registrate in seno alla FEDITALIA.
Proprio la FEDITALIA sta vivendo un silenzioso ma ineluttabile processo di aggiornamento. Lo storico presidente Luigi Pallaro si riprende ancora dai postumi di un incidente domestico che lo ha costretto a cedere il comando della nave alla vice Pina Mainieri. Ma il vecchio Senatore, protagonista indiscusso di una lunga ma ormai tramontata stagione della nostra collettività, aveva già deciso di passare il testimone. L’incidente che lo ha costretto alla licenza (e da qui rinnoviamo gli auguridi pronta e completa ripresa) ha accelerato l’avvio di una operazione che era già partita e che si concluderà con la convocazione dell’assemblea, la cui data sarà decisa nella prossima riunione del Consiglio Direttivo Confederale, in programma a metà settembre. Secondo quanto trapela dagli incontri tra dirigenti delle federazioni, ci sarebbe già un accordo di maggioranza per sostenere la candidatura di Julio Croci, presidente della Federazione Calabrese, alla presidenza della Confederazione.
Il cambiamento al vertice della FEDITALIA porterà, si spera, ad un profondo dibattito per il rilancio dell’associazionismo italiano, da sempre motore della collettività.
C’è poi un’altra iniziativa, annunciata il mese scorso, del Congresso dei Giovani di origine italiana, caldeggiata dall’InterComites e in particolare dal suo coordinatore e presidente del Comitato di Buenos Aires, Dario Signorini. Di essa abbiamo parlato nell’edizione precedente.
In linea di massima quindi, sembrerebbe che finalmente qualcosa si muove, ma non si può non notare che sono due iniziative, pur nella diversità tra l’una e l’altra, partite senza un dibattito aperto alla collettività, alle associazioni o, come direbbe l’amico Walter Ciccione, “alla gente”.
Perché delle riunioni preparatorie si conosce poco. Quelle per il cambio della guardia nella FEDITALIA sono state piuttosto informali. A quelle per l’organizzazione del Congresso, sono intervenuti soltanto i presidenti dei nove Comites dell’Argentina.
Forse non si poteva fare diversamente. Forse il dibattito nascerà o sarà promosso dalla FEDITALIA rinnovata.
Forse il dibattito sarà al centro del Congresso dei Giovani. Signorini ha tenuto a sottolineare che questa volta “non si farà come in altri congressi nei quali solo si faceva votare il documento preparato dalla presidenza. Ascolteremo ciò che i giovani vorranno dirci”. Il riferimento era ai Congressi dei Giovani della FEDITALIA, che si sono tenuti tra il 1986 e il 2006. Affermazione che probabilmente non tutti i giovani di allora, che parteciparono a quei diciasette congressi (e relativi Pre-Congressi preparatori) sarebbero disposti a sottoscrivere.
Ma al di la di quel che è avvenuto nel passato l’importante sarà aprire le porte alla partecipazione e al dibattito, alla discussione della nostra realtà e del nostro futuro. In una FEDITALIA rinnovata e federale. In un Congresso dei Giovani plurale, non di parte, senza correnti o personaggi di riferimento. (Marco Basti – Tribuna Italiana /Inform)
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