STAMPA ITALIANA ALL’ESTERO
Su “Tribuna Italiana” del 21.9.2016 l’editoriale del direttore Marco Basti
BUENOS AIRES – Nei prossimi giorni e settimane, comincerà a crescere anche da noi l’ondata di informazioni e dibattiti sulla riforma della Costituzione italiana, approvata in via definitiva dal Parlamento italiano lo scorso 12 aprile e che ora dovrà ottenere l’approvazione del popolo italiano in un referendum che dovrebbe tenersi tra gli ultimi giorni di novembre e i primi di dicembre. Come è avvenuto con tutte le elezioni e consultazioni degli ultimi dodici anni, da quando c’è il voto degli italiani all’estero, anche noi saremo chiamati ad esprimerci sulla questione.
L’appuntamento di questa volta però, sarà di gran lunga molto più importante e impegnativo di tutti i precedenti referendum. Esso, infatti, toccherà la Carta Magna, la legge suprema della Repubblica Italiana che è, allo stesso tempo, la parola viva sui princìpi e valori nei quali si riconoscono gli italiani come popolo e nazione, e la guida all’organizzazione dello Stato che deve garantire la permanenza, l’efficacia e la promozione di tali valori.
Nata dalla Costituente eletta nel referendum del 2 giugno 1946 che decise che l’Italia che sarebbe natadalle ceneri della dittatura e della guerra persa, doveva essere una Repubblica, entrò in vigore il primo giorno del 1948. Essa rispecchia fondamentalmente i valori e gli ideali delle forze politiche che avevano lottato contro il fascismo, dalla destra democratica al comunismo, con una determinante presenza delle forze di ispirazione cristiana e socialista.
Quei principi, valori e diritti, sono esplicitati sia nell’introduzione, dedicata appunto ai “Principi Fondamentali” – i primi dodici articoli – che nella Parte I, dedicata ai “Diritti e Doveri dei Cittadini”.
All’organizzazione dello Stato è dedicata la Parte II della Costituzione, dal titolo “Ordinamento della Repubblica”, che tratta sul Parlamento, sul Presidente della Repubblica, sul governo, sulla Magistratura, sulle Regioni, Province e Comuni, e sulle Garanzie Costituzionali.
La riforma approvata su impulso dell’allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e del presidente del Consiglio Matteo Renzi, è incentrata su quest’ultima parte della Carta Magna, sull’Ordinamentodella Repubblica.
La Repubblica Italiana, che quest’anno ha compiuto 70 anni, da quasi 40 cerca di riformare la Carta che stabilisce la sua organizzazione. Infatti, c’è un lungo elenco di tentativi di riformare la Costituzione del 1948, specialmente dopo il crollo della Prima Repubblica, agli inizi degli anni ‘90. Vari progetti che hanno in comune solo il fatto di non essere mai arrivati in porto. Un mondo politico spesso atomizzato e rissoso, il crescente muro contro muro provocato dall’ingresso di Silvio Berlusconi nella politica, la carenza di idee innovatrici e di nuovi leader capaci di un confronto dialettico serio, sono state le caratteristiche degli ultimi due decenni durante i quali l’unica coincidenza – nei fatti – è stato l’immobilismo.
Espressione di quella crisi politica, con gravi riflessi nell’economia e nella società, sono stati gli anni che vanno dall’ultimo governo Berlusconi, sommerso da una litigiosità autolesionista che provocò la sua fine (tra l’altro anche su pressioni dell’Ue) nel novembre del 2011, al susseguirsi dei governi di Mario Monti ed Enrico Letta, costretti dall’Europa a tagli e riforme e alla necessità di rieleggere nel 2013 Giorgio Napolitano al Quirinale, visto come unico garante per superare quella drammatica situazione di stallo. L’ex Capo dello Stato pose come condizione per accettare un secondo periodo al Quirinale, l’impegno delle forze politiche ad approvare la riforma costituzionale. In precedenza, nel mese di febbraio 2013 ci furono le elezioni parlamentari, che finirono col sostanziale pareggio del Pd, di Forza Italia e del Movimento 5 Stelle. Il Partito Democratico, allora guidato da Pierluigi Bersani, aveva conquistato per una minima percentuale il primo posto nelle elezioni, ma il capo del partito non riuscì a formare governo. Dopo faticosissimi negoziati, l’incarico fu affidato al suo secondo, Enrico Letta, il quale alla fine formò governo anche con l’appoggio di una parte del centrodestra. Nel mese di novembre di quell’anno si sono tenute le primarie del Pd, vinte da Matteo Renzi su Bersani. Nel febbraio dell’anno successivo, Renzi, in quanto segretario del partito più votato, reclamò il diritto a formare un nuovo governo, con lo scopo di lavorare alla riforma istituzionale, tante volte proclamata.
L’Italia è una democrazia parlamentare, cioè, un governo esiste se ha in Parlamento una maggioranza che lo sostiene. E Renzi quella maggioranza l’ha sempre avuta, sia per formare governo, sia per far passare le numerose leggi di risanamento nel solco di quanto fatto dai precedenti governi, sia per far approvare varie importanti riforme istituzionali tra le quali la riforma della Parte II della Costituzione e la legge elettorale.
Obiettivo dichiarato delle due riforme, assicurare una maggiore stabilità governativa, una riduzione dei costi della politica e un processo di elaborazione e approvazione delle norme più rapido.
Tribuna Italiana ha pubblicato in edizioni precedenti i punti principali della riforma e ne parlerà ancora. L’unico provvedimento della riforma che ci riguarda direttamente come elettori all’estero, è la sostituzione del Senato che ora sarà una rappresentanza delle regioni e in quanto tale non sarà più aperto alla rappresentanza degli italiani all’estero. Perderemo i sei senatori che finora avevamo eletto a Palazzo Madama. Restano invece i dodici deputati eletti nella Circoscrizione Estero.
Sarà il nostro modesto contributo alla riduzione dei costi della politica italiana che, per i politici di Roma, può essere la pietra miliare sulla quale costruire la riforma o una inezia. Dipende dal momento o dalla posizione che intendano difendere.
Renzi che quando la riforma è stata approvata, nel mese di aprile, aveva sufficiente consenso tra gli elettori secondo i sondaggi di allora, assicurò che se perdeva al referendum, se ne sarebbe andato a casa. Poi i consensi calarono ma intanto l’opposizione (e i suoi oppositori all’interno del partito) gli ha preso la parola, facendo campagna contro la riforma con l’obiettivo proclamato di mandarlo a casa.
Il premier, che iniziò la sua scalata alla politica nazionale presentandosi come il rottamatore della vecchia politica, ha detto spesso che in realtà molti si oppongono alla riforma per la paura di perdere la poltrona. Lui intanto ci ha ripensato sulle dimissioni in caso di sconfitta al referendum e ora sostiene che una cosa non c’entra con l’altra.
La paura di Renzi e di buona parte della casta è che secondo i sondaggi odierni, il premier sarebbe in grado di vincere le elezioni, ma senza raggiungere il 40 per cento dei voti per cui si andrebbe al secondo turno stabilito dalla nuova legge elettorale, che prevede il ballottaggio per stabilire a chi andrebbe il premio di maggioranza. E in tal caso, a vincere sarebbe Grillo e il suo M5S. Ad ogni modo ieri la Consulta ha annunciato che deciderà su tale legge nel mese di gennaio. Nel frattempo l’Italicum potrebbe essere modificato. Ma questa è un’altra storia. In altre parole, una riforma che è utile e indispensabile, rischia di perdersi per strada proprio perché molti politici italiani, passata la paura e lo smarrimento di tre anni fa, tornano a fare quel che hanno sempre fatto, pensare solo alla propria poltrona.
Di queste cose non ci parlerà la ministra Boschi durante il suo incontro di lunedì 26 al Coliseo. Ma la sua presenza è importante come espressione della considerazione che ci riservano come elettori e forse anche del bisogno che hanno di conquistare fino all’ultimo voto utile per far passare la riforma.
Per noi sarà importante dimostrare, come è stato tante volte in passate consultazioni, che siamo in tanti e che siamo interessati a quanto avviene in Italia. Votare per contare, ma sperando soprattutto che l’approvazione della riforma sia utile per far ripartire l’Italia. (Marco Basti – Tribuna Italiana del 21 settembre 2016 /Inform)
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