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INFORMAZIONI DEL GIORNO – NEWS PER GLI ITALIANI ALL'ESTERO

Quasi la metà dei laureati è disposta a trasferirsi all’estero per lavoro

GIOVANI

Rapporti 2019 del Consorzio Interuniversitario AlmaLaurea su profilo e condizione occupazionale dei laureati

 

In aumento le esperienze di studio all’estero

 

ROMA –  Quasi la metà dei laureati è disposta a trasferirsi all’estero per lavoro e un terzo in un altro continente. Lo dicono i dati dei Rapporti 2019 sul profilo e sulla condizione occupazionale dei laureati  a cura del Consorzio Interuniversitario AlmaLaurea.

La disponibilità a lavorare all’estero è dichiarata dal 47,2% dei laureati (era il 39,9% nel 2008): è il 48,5% per i laureati di primo livello, 43,8% per i magistrali a ciclo unico e 46,4% per i magistrali biennali. Il 32,1%, inoltre, è addirittura pronto a trasferirsi in un altro continente. Si rileva una diffusa disponibilità ad effettuare trasferte anche frequenti (27,8%), ma anche a trasferire la propria residenza (49,3%). Solo il 2,9% non è disponibile a trasferte.

Alla storica mobilità per studio/lavoro lungo la direttrice Sud-Nord, che continua a caratterizzare il Paese, si affianca da qualche tempo – spiega AlmaLaurea – quella verso l’Europa e gli altri Paesi extra-europei. Questi costituiscono una destinazione alla quale guarda un numero crescente di giovani neolaureati, non solo per lo studio ma anche come possibile mèta lavorativa.  Con tutta probabilità le difficoltà a trovare un’adeguata collocazione nel proprio Paese spingono i laureati a rendersi disponibili a varcare le Alpi.

Dall’analisi combinata tra ripartizione geografica di residenza alla laurea e ripartizione geografica di lavoro, emerge una diversa mobilità tra i laureati di secondo livello  del Nord, del Centro e del Sud. In particolare, nel 2018 si rileva che: 1) tra i laureati residenti al Nord, occupati a cinque anni, il 9,0% lavora al di fuori della propria ripartizione territoriale; il principale flusso di mobilità è verso l’estero (6,5%);  2) tra i laureati residenti al Centro, occupati a cinque anni, il 19,4% lavora al di fuori della propria ripartizione territoriale, prevalentemente al Nord (11,9%) e all’estero (5,7%); 3) tra i laureati residenti al Sud, occupati a cinque anni, il 42,4% lavora al di fuori della propria ripartizione territoriale; più nel dettaglio, il 25,9% lavora al Nord, l’11,6% al Centro, il 4,9% all’estero.

 

A cinque anni dalla laurea lavora all’estero il 5,7% dei laureati di secondo livello di cittadinanza italiana (quota in tendenziale crescita, in parte anche a causa delle difficoltà incontrate sul mercato del lavoro negli anni di maggiore crisi economica). Tra questi, il 40,8% ha dichiarato di essersi trasferito all’estero per mancanza di opportunità di lavoro adeguate in Italia, cui si aggiunge un ulteriore 25,4% che dichiara di aver lasciato l’Italia avendo ricevuto un’offerta di lavoro interessante da parte di un’azienda che ha sede all’estero. Il 10,3% ha dichiarato, invece, di aver svolto un’esperienza di studio all’estero (Erasmus, preparazione della tesi, formazione post-laurea, ecc.) e di essere rimasto o tornato per motivi di lavoro. Infine, il 9,8% si è trasferito per motivi personali o familiari, mentre il 3,4% lo ha fatto su richiesta dell’azienda presso cui stava lavorando in Italia. Un ulteriore elemento preso in considerazione per valutare quanto la scelta di trasferimento all’estero sia o meno temporanea è relativo all’ipotesi di rientro in Italia. Complessivamente, il 33,2% degli occupati all’estero ritiene tale scenario molto improbabile, quanto meno nell’arco dei prossimi cinque anni. Di contro, solo il 12,9% è decisamente ottimista, ritenendo il rientro in Italia molto probabile. Il 30,3% valuta tale ipotesi poco probabile mentre il 13,6% non è in grado di esprimere un giudizio. Chi decide di spostarsi all’estero per motivi lavorativi ha performance di studio tendenzialmente più brillanti rispetto a chi decide di rimanere in Italia a lavorare.  A cinque anni dal conseguimento del titolo di secondo livello, l’85,6% degli occupati all’estero lavora in Europa: tra i principali Paesi, il 22,8% lavora nel Regno Unito, l’11,6% in Svizzera e l’11,4% in Germania; il 9,4%, invece, lavora in Francia, mentre il 6,0% in Spagna. Più contenute le quote di occupati nelle Americhe (5,9%) e in Asia (4,8%); residuali i restanti continenti. Le retribuzioni medie percepite all’estero sono notevolmente superiori a quelle degli occupati in Italia: i laureati di secondo livello occupati all’estero percepiscono, a cinque anni dal titolo, 2.266 euro mensili netti, +61,0% rispetto ai 1.407 euro di coloro che sono rimasti in Italia.

 

Nei report di AlmaLaurea anche dati sulle esperienze di studio all’estero. Esperienze che sono in aumento. Infatti, l’11,3% dei laureati del 2018 ha svolto esperienze di studio all’estero riconosciute dal corso di studi (era l’8,0% nel 2008): più nel dettaglio, ciò è avvenuto per l’8,9% utilizzando programmi dell’Unione Europea (Erasmus in primo luogo) e per il 2,4% attraverso altre esperienze riconosciute dal corso di studi (Overseas, ecc.).  I laureati di primo livello  sono tendenzialmente meno coinvolti da tali tipi di esperienze (8,2%) rispetto ai laureati magistrali a ciclo unico (15,5%) e a quelli biennali (15,9%); a questi ultimi si aggiunge, tra l’altro, un’ulteriore quota di laureati che ha partecipato a programmi di studio all’estero solamente durante il percorso di primo livello e che porta così a una quota totale del 20,9% nell’arco del 3+2: valore che supera l’obiettivo fissato in sede europea per il 2020 pari al 20%. Tra i laureati che hanno maturato un’esperienza di studio all’estero riconosciuta dal corso, l’80,0% ha sostenuto almeno un esame che è stato convalidato al rientro in Italia. Il 27,8% di chi ha svolto un periodo di studio all’estero vi ha anche preparato una parte rilevante della tesi (quota che sale al 46,3% fra i laureati magistrali biennali).

AlmaLaurea spiega inoltre che fare un’esperienza di tirocinio formativo e di orientamento o un’esperienza di studio all’estero con un programma europeo sono carte vincenti da giocare sul mercato del lavoro: a parità di condizioni, infatti, sottolinea il Consorzio Interuniversitario, il tirocinio si associa a una probabilità maggiore del 9,1% di trovare un’occupazione a un anno dalla conclusione del corso di studio, mentre le esperienze di studio all’estero aumentano le chance occupazionali del 12,7%. (Inform)

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