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INFORMAZIONI DEL GIORNO – NEWS PER GLI ITALIANI ALL'ESTERO

Presentato a Roma il XXVI Rapporto Immigrazione 2016 “Nuove generazioni a confronto”

IMMIGRAZIONE

Da Caritas Italiana e Fondazione Migrantes

La fotografia a 360 gradi di un immigrazione dal volto giovane

Di Tora (Migrantes): Migrano i giovani, italiani e di ogni nazionalità con maggiori conoscenze e capacità, spinti dalla difficoltà di accedere a un lavoro stabile e dignitoso, in un tempo in cui tutto si muove con maggiore facilità, ma spetta a noi raccogliere anche la naturale nostalgia umana che il migrante avverte lontano da ‘casa’

 

ROMA – Caritas Italiana e Fondazione Migrantes hanno presentato presso la Sala Marconi della sede di Radio Vaticana il  XXVI Rapporto Immigrazione 2016 dal titolo “Nuove generazioni a confronto”. Sono intervenuti: il Card. Francesco Montenegro, Arcivescovo di Agrigento e Presidente di Caritas Italiana, Mons. Guerino di Tora, Vescovo ausiliare di Roma e Presidente Fondazione Migrantes e la dottoressa Delfina Licata, Area Ricerca Fondazione Migrantes. Ha coordinato gli interventi Stefano Proietti, dell’Ufficio Nazionale per le Comunicazioni Sociali della CEI. Dopo i saluti convenzionali è stata data la parola al Cardinale Montenegro che ha segnalato come da diversi decenni si assista ad un flusso ininterrotto di migranti che tentano “ad ogni costo il viaggio della loro vita”. E’ un flusso ha detto che “talvolta appare inarrestabile, sia per frequenza che per intensità”. Per il Cardinale “si tratta di un’umanità in fuga da fame, miseria, guerre che ancora affliggono troppe parti del nostro pianeta. Donne, uomini, bambini che cercano di raggiungere l’Europa attraversando pericolosamente il Mediterraneo”. Gente che giunge in Italia dove si ferma sia per scelta ma anche perché si vede costretta a farlo. Il Cardinale si è poi soffermato  sulla costrizione dei migranti a restare nel nostro Paese, punto di approdo di primo ingresso perché regolata da “anacronistiche normative che impongono alle autorità di bloccarli in Italia”. Purtroppo ha commentato “un assurdo giuridico col quale i migranti devono misurarsi quotidianamente e a causa del quale alcuni paesi, come il nostro, devono fronteggiare numeri crescenti di persone in cerca di futuro e protezione, senza poter contare sull’aiuto e la solidarietà di altre nazioni”. La formula del ricollocamento nelle altre nazioni ha affermato “è sostanzialmente naufragata insieme ai sogni e alle speranze di tanti migranti in attesa di essere spostati in quei paesi dove, magari, hanno familiari o parenti che li attendono”. Poi ha ricordato le parole di papa Bergoglio pronunciate al Forum di Migrazioni e Pace nello scorso febbraio “proteggere questi fratelli e sorelle è un imperativo morale da tradurre adottando strumenti giuridici, internazionali e nazionali, chiari e pertinenti; compiendo scelte politiche giuste e lungimiranti; prediligendo processi costruttivi, forse più lenti, ai ritorni di consenso nell’immediato; attuando programmi tempestivi e umanizzanti nella lotta contro i trafficanti di carne umana che lucrano sulle sventure altrui”. “Dunque – ha continuato – puntuali come ogni anno, da 26 anni, oggi siamo qui per presentare e riflettere sui contenuti del nuovo rapporto immigrazione. Uno strumento che nel tempo si è evoluto cercando di seguire i veloci mutamenti che hanno caratterizzato il tema dell’immigrazione”. Poi entrando nel merito di come è stato portato avanti il lavoro ha detto “Anche in questa edizione abbiamo voluto privilegiare una dimensione qualitativa, sempre più necessaria per comprendere la nostra società”.

A seguire l’intervento di Delfina Licata. “La presentazione del XXVI Rapporto Immigrazione Caritas e Migrantes – ha esordito – capita in un momento storico importante e particolarmente significativo caratterizzato da un lato dal dibattito forte e particolarmente sentito sulla modifica della legge sulla cittadinanza legata allo ius culturae e dall’altro dalla giornata mondiale dei rifugiati”. In poche parole ha ribadito “non è importante il quanto ma il chi, perché la presenza ha cambiato le sue caratteristiche ma è anche vero che, a seguito di una serie di elementi sociali, culturali, economici, nazionali, europei e internazionali, è la stessa Italia ad essere cambiata anche grazie a chi ha scelto di fermarsi sul nostro territorio e anche a seguito delle nuove partenze degli italiani”. La ricercatrice ha poi parlato della cultura dell’incontro, rifacendosi allo studio dell’anno precedente ha affermato:  “portando avanti quel ragionamento ci siamo accorti che ogni qualvolta l’incontro avviene ci troviamo di fronte, nella stragrande maggioranza dei casi a un giovane”. “L’immigrazione ha il volto giovane” ha sottolineato Licata. “Quest’anno, quindi, l’attenzione, in modo naturale, si è rivolta alle “nuove generazioni” – definendo questa fetta di società come “universo semantico ampio e complesso in quanto comprende giovani e giovani adulti, nati in Italia o no, con o senza cittadinanza italiana, occupati o non occupati, che studiano o meno, un ‘mondo nuovo’ da cui deve essere prodotto il nuovo, la nuova Italia, un nuovo presente da cui ripartire e far ripartire il nostro Paese”. Aiutata da slide Licata ha illustrato questa edizione del Rapporto, dividendo il lavoro in otto punti. Si parte con una riflessione: “L’Italia di oggi e di domani o riuscirà ad essere diversa, capace di nuovi incontri e relazioni, o rischierà di non avere futuro. L’incontro è la parola chiave che deve guidare le nostre comunità”. Un’analisi che Delfina Licata ha elaborato partendo dalla parafrasi che si legge nel Rapporto, l’aforisma dello scrittore svizzero Max Frisch  “Volevamo delle braccia e sono arrivate delle persone – a – Volevamo delle braccia e sono arrivate delle famiglie”. L’insediamento delle famiglie, ha continuato nella sua esposizione “ha effetti demografici e sociali importanti nel luogo in cui avviene l’insediamento – in quanto ha detto – i figli nati nei Paesi di origine vengono chiamati a vivere nel paese che ospita i loro genitori e altri figli nascono nel frattempo nel nuovo contesto sociale”. E sul tema delle famiglie che ha continuato mettendo in risalto come le “nuove famiglie di nuovi italiani” sono importantissime per il nostro Paese, “linfa vitale – ha detto – per un Paese che ha seri problemi, allarmanti fragilità dovute a sbilanciamenti demografici che vanno corretti con urgenza”. “Lo diciamo nel volume – ha precisato  –  il divario negativo crescente tra nascite e decessi, la progressiva riduzione del numero delle potenziali madri, l’aumento della longevità e l’inesorabile invecchiamento della popolazione. Ma gli squilibri italiani – ha aggiunto –  cominciano a farsi vedere anche all’interno della presenza immigrata come le stesse nascite tra gli stranieri “sono oggi molto più contenute (oggi sono 69 mila, erano 72 nel 2015  e 80 mila nel 2012) per cui il calo demografico generale (-86 mila unità) non riesce più ad essere compensato dalla sola componente straniera”. Addentrandosi poi nella classificazione di questi migranti fa notare come la presenza femminile sia sempre in aumento e delocalizzata sul territorio con picchi maggiori in alcune regioni. Inoltre vi sono comunità etniche più numerose di altre per una serie di elementi storici, economici, di prossimità geografica, linguistica e culturale. Ma è al punto cinque della sua presentazione che Delfina Licata affronta la domanda ‘perché si viene in Italia?’. La ricercatrice ha spiegato come dopo 40 anni di storia di immigrazione non ci siamo ancora abituati a parlare di presenza non italiana e continuiamo a guardare a questa realtà come fenomeno di immigrazione, e invece secondo Delfina Licata oggi la questione “ha cambiato pelle” diventando richiesta di protezione e asilo. Infatti su circa 4 permessi di soggiorno rilasciati per motivi di lavoro e familiari, al terzo posto c’è la motivazione per richiesta di asilo. Su questo tema ha riferito che in Italia manca un decreto flussi lavoro e gli occupati stranieri sono oggi 2,4 milioni. “Il lavoro è un tema portante – ha proseguito – lo è sempre stato e ci permettere di descrivere il contributo che viene dato all’Italia in termini di mera ricchezza prodotta, oltre 350 mila imprese di cittadini non–UE, forte presenza degli stranieri nel settore industriale e in quello dei servizi alla persona, nelle imprese di pulizia e nell’edilizia”. Però, per la Licata,  è proprio in questo ambito che “la presenza straniera fa corto circuito”, dove si presentano più problemi “noi le abbiamo chiamato pietre di inciampo” . Nel lavoro, ha spiegato, queste pietre sono: la segregazione occupazionale, la dequalificazione e la retribuzione differente tra italiani e stranieri. Passando ai fenomeni positivi, ha proseguito, da riscontrare, “una Italia che non ti aspetti, da riconoscere nelle sue positività” . Infatti sono stati individuati tre di questi aspetti: le domande presentate da stranieri aventi requisiti per partecipare al Servizio Civile, dal 2014 al 2016 sono aumentate del +532% (soprattutto nei settori ambiente e protezione civile; assistenza; educazione-istruzione) quindi legati fortemente e strettamente alle realtà territoriali; poi c’è il tasso di overeducation, cioè l’impiego in occupazioni di livello inferiore rispetto alla preparazione e formazione; e in ultimo ‘il vicino di casa’. L’uso dell’innovazione per generare socialità di prossimità inclusiva e gratuita.  E con il tema che tiene banco in questi giorni in Parlamento la legge sullo ius soli, il riconoscimento della cittadinanza a persone straniere nate in Italia Delfina Licata ha terminato il suo intervento. Facendo rifermento alla campagna di promozione “L’Italia sono anche io” ha detto “Aderire non solo come gesto di civiltà, ma perché crediamo in un futuro diverso, dove nessuno deve essere escluso per il semplice motivo che ne è già parte integrante, protagonista di diritto, cittadino senza cittadinanza appunto. Purtroppo questo non sta avvenendo per quanto riguarda la legge sulla cittadinanza, da troppo tempo attesa”.

E’ infine intervenuto Mons Guerino di Tora che, dopo aver salutato e ringraziato i presenti, facendo riferimento ad un convegno internazionale tenutosi ad Agrigento, a cui ha partecipato, dal titolo “La sfida migratoria. Politiche e modelli di accoglienza a confronto” ha detto “Anche oggi è emerso che ci troviamo davanti a un tempo straordinario, un tempo di sfida di fronte alla quale dobbiamo reagire e agire, come Chiesa certamente, ma prima come singole persone, cittadini, capaci di pensare e pensarsi parti di un progetto comune, di una casa comune, di una nazione in difficoltà da tempo”. Per Mons di Tora da questo Rapporto bisogna trarre gli elementi da cui ripartire. Quali sono questi elementi?, si è chiesto. In primis ha evidenziato che il fenomeno migratorio ha il “volto del giovane”, e i giovani ha detto “ne continuano ad essere i protagonisti indiscussi”. Ha continuato ricordando che coloro che vivono stabilmente in Italia “Sono prevalentemente giovani che vogliono impegnarsi a ri-costruire la casa comune, a partecipare alla costruzione del bene comune”. Passando poi al punto ‘focale’ del momento, ovvero lo Ius Soli ha detto: “Qui non si tratta di aprire a realtà nuove, ma di riconoscere una situazione che già esiste. Si tratta di riconoscere la cittadinanza a coloro che di fatto sono già italiani: figli di genitori da tempo in regola nel nostro Paese o giovani che studiano qui e, anche se non nati in Italia, sono integrati”. Proseguendo ha posto l’accento sul fatto che oggi i migranti non sono considerate persone ma popoli, non si parla di individui ma di numeri. “E così l’essere umano, creato ad immagine di Dio, passa in secondo piano”. “Dobbiamo impegnarci – ha affermato – ciascuno di noi presenti qui oggi, nel proprio campo di lavoro e di impegno, a non mettere in secondo piano l’individuo, a dare un volto a colui di chi parliamo”. Avviandosi alla conclusione ha fatto riferimento ai ragazzi di ogni nazione, che si scelgono la mobilità: “Migrano i giovani, italiani e di ogni nazionalità, e continueranno a farlo, spinti dalla sete di futuro, dal desiderio di sentirsi vivi. Lo raccontano nelle nostre ricerche sulla immigrazione e sull’emigrazione. Lo raccontano nei nostri incontri. Lo testimoniano nei nostri progetti diocesani. Migrano con maggiori conoscenze e capacità, spinti dalla difficoltà di accedere a un lavoro stabile e dignitoso, in un tempo in cui tutto si muove con maggiore facilità, ma spetta a noi raccogliere anche la naturale nostalgia umana che il migrante avverte lontano da ‘casa’ accompagnandolo nella scelta, ponderata ed entusiasta, non per forza di cose limitata al nostro paese, di un nuovo luogo in cui sentirsi non accolto, ma nuovamente a casa”.(Nicoletta Di Benedetto – Inform)

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