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Pittor sublime, soprannaturale, divino: la mostra su Guido Reni allo Städel di Francoforte

ARTE

Ad accompagnamento dell’esposizione il Consolato Generale d’Italia ha in programma – per il ciclo ArteItalia – due incontri con specialisti di Guido Reni il prossimo febbraio

 

FRANCOFORTE SUL MENO  (Germania)  – Nel 2014, per i duecento anni dalla fondazione del museo-pinacoteca Städel di Francoforte, il museo stesso  acquistò un quadro del pittore bolognese Guido Reni (1575-1642) Himmelfahrt Mariens (Assunzione di Maria), un piccolo capolavoro ( le misure dell’olio su rame sono veramente ridotte, solo 44 x 58 cm) che il giovane pittore felsino aveva dipinto all’età di vent’anni mostrando già moltissime delle sue capacità compositive, coloristiche, di vivace rappresentazione di panneggi, di volti  all’insù e sguardi estatici rivolti al cielo.

Tutte qualità che nei decenni successivi lo resero noto e ricercato da committenti, sia in Italia, quali papi (Paolo V), cardinali di alto rango e case regnanti anche d’oltralpe (per es. la monarchia inglese), proprio per essere un pittore dal gusto sublime, soprannaturale, fascinoso e conosciuto con l’appellativo “il divino”.

Partendo da questo piccolo ma significativo lavoro del giovane Guido Reni, e dalla appena restaurata “caravaggesca” tela Cristo alla colonna (1604), sempre di proprietà del museo, prende avvio la mostra “Guido Reni. Der Göttliche” (Guido Reni. Il divino) che, fino al 5 marzo 2023, il pubblico tedesco ed italiano potrà ammirare al museo Städel di Francoforte per riscoprire questo pittore del barocco italiano, tanto apprezzato ed adorato in vita quanto dimenticato per tre secoli, fino alla sua riscoperta nel dopoguerra.

Un’esposizione che raccoglie circa 130 lavori, comprendenti non solo quadri, ma anche disegni e incisioni, provenienti da 60 tra collezioni private e istituzioni museali diverse tra cui, per citarne alcune, la Pinacoteca di Bologna, la Galleria degli Uffizi di Firenze, il Museo Nacional del Prado di Madrid, il Metropolitan Museum of Art di New York fino al Louvre di Parigi.

Il percorso espositivo che si sviluppa in dieci capitoli cronologici –  pensato e realizzato dal direttore delle collezioni italiane, francesi  e spagnole fino al 1800, Bastian Eclercy (che cura anche il voluminoso catalogo della mostra) –  pone anche a confronto una serie di opere dell’artista bolognese, mai esposte prima, a cui si alternano quadri tratti dai modelli che hanno influenzato la sua opera, come Raffaello, Parmigianino, e Annibale Carracci, nonché  rari documenti storici quale  il libro dei conti del pittore per gli anni 1609–1612, nel quale si trova un prezzario differenziato a seconda degli acquirenti, delle commissioni e delle figure da dipingere ed una lettera ad un anonimo dove confessa di far il prezzo a suo volere e valore. Il libro dei conti è un prezioso documento contabile conservato nella Morgan Library & Museum di New York che ci svela un tratto ulteriore dell’uomo Reni, conosciuto non solo per il “dono dal cielo” della pittura, come scrive il suo primo biografo Carlo Cesare Malvasia nel libro Felsina Pittrice – Vite de Pittori Bolognesi (1678), ma anche per essere un giocatore incallito e seriale sempre bisognoso di nuove e cospicue entrate.

La mostra ci invita a rileggere e ripensare quest’ artista, il quale, dopo aver seguito giovanissimo un apprendistato di dieci anni presso lo studio di un pittore fiammingo residente a Bologna, e poi per tre anni nella Scuola degli Incamminati dei Carracci – scuola bolognese che nella seconda metà del ‘500 forma nuovi artisti e rinnova la pittura manieristica con un ritorno al disegnar dal vero e con interesse alla natura –  a soli  23 anni inizia una  propria carriera autonoma ed originale dove il concetto di bellezza ideale ed eterna si esprime e si concretizza nelle sue opere successive caratterizzate da uno sviluppo artistico crescente e continuo ed uno stile che affascina richiedenti e pubblico.

Dopo Bologna sarà proprio a Roma, dove soggiornerà dal 1601 al 1614 – la città delle eccellenze e rivalità artistiche dell’epoca, che l’accoglie ponendolo a duro confronto con i tanti artisti e clienti assai ambiziosi –  il periodo più intenso e proficuo, durante il quale Guido Reni dovrà affrontare, tra l’altro, la lezione del Caravaggio, sperimentandola (nella mostra ben rappresentata, tra l’altro, nel Cristo alla colonna), per poi superarla alla sua prima maniera, col suo stile personalissimo.

La mostra del Museo Städel rappresenta, come dichiarato dal direttore della pinacoteca Philipp Demandt: “la prima opportunità in più di 30 anni per far riscoprire al pubblico l’ex protagonista della pittura barocca. Siamo stati in grado di raccogliere il più grande insieme di opere mai riunite in un unico luogo. Guido Reni dominava la pittura barocca in Europa, ma la sua arte è stata ingiustamente trascurata. Proprio questi aspetti guidano la mostra raccontandoci perché invece Reni rappresenti uno dei pittori più celebri nell’Italia del XVII secolo”.

Un artista capace di creare, dunque, un proprio ricchissimo vocabolario visivo, nel quale si intravedono in filigrana il tardo manierismo del fiammingo Calvaert, la pittura innovativa di Carracci, lo studio di artisti del Rinascimento come Raffaello e Parmigianino e la passione per la scultura romana tardo-antica, quest’ultima ammirabile nei quadri con soggetti e temi classici (come in  Atalante ed Ippomene o Bacco ed Arianna o il maestoso Sansone) e di concludere la sua carriera, dopo il ritorno a Bologna nel 1614, con un’ ulteriore tappa della sua esperienza artistica conosciuta come la “seconda maniera” di Reni.

Ma un pittore di tale levatura e sensibilità non si accontenta, e a partire dalla fine degli anni ’30 del Seicento realizza un altro mutamento di stile che segna gli ultimi anni della pittura del “divino”. La tavolozza e le opere del pittore diventano in questo periodo sempre più rarefatte, donando ai suoi dipinti una tenuità alla luce, le figure pare sfumino, ed un altro e diverso splendore, quasi a guisa di porcellana, le connotano: un tratto fino ad allora sconosciuto nella pittura del barocco, denominato dagli storici dell’arte come il “non finito” di Guido Reni.

In definitiva, come scriveva il Malvasia nella sua biografia “i quadri di Guido riempiono cuori e menti dei committenti di amore e desiderio…aveva creato un nuovo stile inteso a far sensazione…uno stile divino che turba gli spettatori con eleganza e forza fino al punto di portarli all’estasi”.

Ad accompagnamento di questa mostra il Consolato Generale d’Italia a Francoforte ha in programma due incontri, a febbraio prossimo, con specialisti di Guido Reni, per il ciclo ArteItalia, proprio per avvicinare il pubblico a questo pittor sublime e divino (Michele Santoriello*/Inform)

*Consolato Generale d’Italia a Francoforte sul Meno, Affari culturali e comunicazione

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