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Registr. Trib. Roma n.338/2007 del 19-07-2007
INFORMAZIONI DEL GIORNO – NEWS PER GLI ITALIANI ALL'ESTERO

Perché mi chiamo Fernando e non Venerando

MEMORIA

Il nome mancato di Fernando Antonino Grasso

KEMPTEN (Baviera) – Qualche tempo fa, nel marzo del 2020 mi è arrivata la risposta a una mia e-mail, inviata qualche settimana prima ad alcuni parenti argentini. Un messaggio che, finalmente, a 77 anni (quasi) suonati, ha esaudito un ardente desiderio che avevo da decenni; soprattutto da quando, da alcuni anni, avevo cominciato a realizzare degli album online sugli avvenimenti importanti della mia vita. Album dedicati ai miei viaggi, agli appuntamenti di carattere associativo, professionale e istituzionali; ma soprattutto alle famiglie dei miei genitori (1 2 3), in cui compaiono anche i miei Nonni.

E proprio di uno di essi, del Nonno Paterno, Venerando Grasso, di cui ho ricevuto, finalmente, l’agognata fotografia dall’Argentina, vi voglio adesso narrare; insieme alle circostanze in cui, al posto di Venerando, il nome, appunto, del Nonno Paterno, mi fu imposto il nome Fernando Antonino, disattendendo una tradizione, molto in uso all’epoca, in base alla quale il primogenito riceveva il nome del Nonno Paterno.

Venerando Grasso,”u Nuvarisi”, mandriano  proveniente, appunto, da Novara di Sicilia, ME) si era stabilito a Randazzo, una ridente cittadina alle pendici dell’Etna, negli ultimi anni del 1800. Dal suo matrimonio con la giovanissima Angela Ponticello “a Castigghiunisa”, proveniente da Castiglione di Sicilia CT), nacquero in seguito: Nunzio (Capostipite dei parenti argentini di cui sopra), Gabriele (in cui ho riscontrato i tratti del Nonno Venerando, adesso che posso confrontare i loro lineamenti), Giuseppe, Antonia (anch’essa somigliante al Padre) e infine Francesco Paolo Grasso, mio Padre, non molto alto di statura; del resto, come suo Fratello Giuseppe e che, con il loro Fratello maggiore, Nunzio, si assomigliavano decisamente alla loro Mamma Angela.

Io, nacqui Randazzo (nascii a Rannazzu)  il 5 luglio de 1943. Uno o due giorni dopo, dato che il mio Genitore  si trovava in guerra in  Grecia  a fianco dei Tedeschi, sino al fatidico 8 settembre, fu  la Levatrice, una certa Reitano, a rivelare la mia nascita presso il competente ufficio comunale; già in subbuglio, peraltro, per i già annunciati bombardamenti previsti per lo sbarco delle forze alleate in Sicilia. Questo particolare lo potei constatare personalmente, consultando il vetusto registro comunale allorché, negli anni Sessanta, lavorai per un certo periodo, come precario, negli uffici comunali della città, nell’invana speranza, per noi meridionali, di ottenere l’agognato posto fisso.

Continuiamo con i ricordi e i racconti dei miei parenti. Una settimana dopo la mia nascita, essendo iniziati gli intensi bombardamenti da parte dell’aviazione britannica, i miei Parenti (circa venticinque persone) abbandonarono Randazzo, (importante postazione di possenti contraeree, data la sua posizione strategica su una principale via di comunicazione tra la Sicilia Orientale e quella Occidentale)  e andarono a rifugiarsi in una minuscola casetta, anni prima costruita in uno dei tre vigneti allo Sciarone di Sotto (‘o Sciaruni ri Sutta) della mia indimenticabile Nonna Materna, Giovannina Palermo, vedova Papotto, già dalla fine del 1913; tanto è vero che la mia Mamma, Francesca Papotto, l’ultima dei suoi figli, nacque già orfana nei primi mesi del 1914.

Gli avvenimenti precipitavano, e non si trovava quasi più nessuno in paese. Tutti erano scappati nelle campagne vicine, anche molta parte del clero; sperando, così, di sfuggire più facilmente ai bombardamenti, concentrati soprattutto sulle postazioni antiaeree poste nelle immediate vicinanze di Randazzo. Per questo motivo fui, così, immediatamente battezzato in acqua da una cugina della mia Mamma, Antonina Palermo, che le avrebbe successivamente chiesto di fare da Madrina alla sua secondogenita Carmelina.  La Madrina Antonina, in quell’occasione, consigliò anche alla mia Mamma, insieme a  una delle sue sorelle maggiori, Grazia Papotto (coniugata Palermo)  di non chiamarmi Venerando, essendo questo nome,  per la maggior parte dei Parenti allora presenti, piuttosto desueto.

Venerando, come già detto, era infatti il nome che mi era già stato destinato secondo le tradizioni familiari, chiamandosi il mio Nonno Paterno, appunto, Venerando. Mio Nonno, però, era già morto nel 1922; il mio Papà, in quel momento, si trovava, come detto sopra,  sul fronte di guerra  in Grecia; inoltre, il gruppo dei Parenti di parte paterna,  era in minoranza rispetto a quelli di parte materna, e si optò così per un nome simile a Venerando: Fernando Antonino; che era, in realtà, il vero nome di S. Antonio da Padova (Fernando Martins de Bulhões), e di cui i miei Parenti erano particolarmente devoti. Parenti, che dopo la prematura morte della mia Mamma, nel 1955, sostennero fortemente il mio Papà (che dal 1943 al 1945 era stato nel campo di prigionia di Bergen-Belsen), me e le mie sorelle (Giovanna e Angela), fino al giorno delle seconde Nozze del mio Genitore con Sebastiana D’Amico (amica di famiglia e già apprendista nella piccola sartoria  della mia “Madrina di Cuffietta” (Patrozza ri Coppura), Grazia Papotto, di cui sopra.

La vita continuò. Mia sorella Giovanna, oltre a vivere con il mio Papà e con la mia seconda Mamma, trascorreva lunghi periodi estivi presso un’altra Sorella della mia Mamma, Paola Papotto, sposata con un Fratello del mio Papà, Gabriele Grasso. Angela, e io, invece, fummo mandati  in  collegio e ci incontravamo con la nostra famiglia di tanto in tanto. Poi, il mio Papà, che era tornato a Randazzo nel 1945, a causa  delle precarie condizioni economiche, decise, nel 1965, insieme alla nostra seconda Mamma, di emigrare in Germania Questo perché, se da un lato il mestiere di barbiere gli aveva consentito di sopravvivere alle terribili condizioni del Campo di Annientamento di Bergen-Belsen, dall’altro lato, dopo il suo ritorno in Sicilia, non gli consentiva di sostenere dignitosamente la nostra famiglia; anche perché alla fine degli Anni Quaranta e negli Anni Cinquanta, spesso, veniva pagato in natura: un pezzo di formaggio, un sacchetto di farina, un pacco di pasta (un morzu ri formaggiu, un sacchittu ri farina, un paccu ri pasta…).

La vita in Germania, a Kempten, in Baviera, non è stata sempre tutta rose e fiori, almeno all’inizio. In ogni caso, passati i primi anni, ci siamo trovati bene. Poi, noi Figli, abbiamo preso ognuno la nostra strada: le mie Sorelle si sono sposate e hanno avuto numerosi Figli (uno, nel frattempo, è Contrammiraglio). Io ho trovato la Compagna della mia vita in una delle Nipoti della mia seconda Mamma: Enza Lombardo,  e con lei, spero, il 25 luglio 2020, di festeggiare il Cinquantesimo di Nozze. E se saremo nel numero dei prescelti, avremo anche la l’opportunità di ricevere la Benedizione dal nuovo Vescovo di Augsburg Bertram Meier. Sempre che l’attuale Pandemia del Coronavirus ci ignori.

Peraltro, anche Enza, nata nell’agosto del 1943 in una capanna, come il Bambinello (comu u Bamminellu) in Contrada Zarbati, a un paio di chilometri dalla Contrada Sciarone, durante i bombardamenti, trascorse, come me, diverse settimane in campagna. Campagne che, in teoria, sarebbero dovute essere protette dal pericolo di bombardamenti, essendo prive di postazioni militari, ma che, spesso, venivano centrate dalle bombe lanciate dagli aviatori alleati, che, non avendo potuto sganciarle sui punti strategici, le dovevano lanciare alla cieca ovunque, per evitare un pericoloso atterraggio con bombe non sganciate a bordo. (“Tembu ri ‘Ngrisi!)”, “Tempo da Inglesi!”, mormorava il mio Padrino Vincenzo Palermo, Marito della mia Madrina Grazia. Che sia questo uno dei motivi per cui non ho studiato l’inglese, anche da grande?

Anche dalla mia Zia Materna, Antonia Grasso (un donnone, per essere una donna siciliana) sentivo le sue gesta: raccontava che diverse volte se l’era presa con uomini che, nella nostra campagna vicina, volevano attingere acqua dalla nostra cisterna: acqua preziosa per la sopravvivenza dei 25 parenti e per lavare i panni del bambino (io): (“L’acqua ni servi a nautri e pi ci lavari i robbi o figghiu”). E così di seguito… E da bambino ascoltavo spaventato i parenti che raccontavano anche del terrore provocato in loro dalle urla dei feriti, colpiti dalle bombe sganciate alla cieca dagli aerei, magari nei loro rifugi di fortuna, non lontani dalla nostra casetta allo Sciarone.

In fondo, le nostre famiglie sono uscite dalla guerra  piuttosto indenni: mia Moglie ha perduto, però, uno Zio, Giuseppe D’Amico, perito in un campo di concentramento a Gevelsberg, e qualche tempo fa io e lei siamo stati a Francoforte sul Meno per pregare sulla sua tomba. Aiutati nella ricerca dalla Croce Rossa Internazionale e dalla Missione Cattolica di Francoforte. Anche la casa in cui abitava in affitto a quei tempi la famiglia di mia Moglie, al ritorno in paese, fu trovata completamente  distrutta. Il mio Papà, dopo la prigionia, poté tornare, infine, in Sicilia e riprendere la sua attività, anche se in condizioni precarie.

Siamo sopravvissuti… e adesso ci troviamo qui, a Kempten, ancora in buona salute. I nostri Cari, nel frattempo ci hanno lasciati…

Io e mia Moglie  non abbiamo avuto figli, ma la nostra vita coniugale è stata arricchita da  uno stuolo di Figliocci, di cui una, purtroppo, già deceduta. Ma la vita continua, e dopo decenni di lavoro, prima come operaio, in seguito specializzato, e, poi, da professore d’italiano e di religione in tutte le scuole di ordine e grado  in Baviera (in possesso di Laurea Magistrale, Master e Licenza Teologica…); da pensionato, continuo a insegnare; mentre la mia Compagna, dopo più di trent’anni passati nel campo della moda (Pellicciaia), seguita a occuparsi dell’andamento della casa, preparando le nostre squisite pietanze siciliane. Ma molte notizie, più dettagliate, possono essere desunte leggendo qui.

Oh! quasi dimenticavo di aggiungere ciò che vi volevo narrare fin all’inizio di questo racconto e che è stato il motivo principale  per il quale, oggi, vi riferisco questa storia, o, meglio, la sua conclusione. Occupandomi da decenni di informatica (a sedici anni ebbi i primi contatti con le macchine per scrivere e seguii già allora un corso di dattilografia organizzato dai miei Maestri, i Salesiani di  Don Bosco, e tuttora, insieme a due macchine, una elettrica e l’altra elettronica e diversi computer, s’intende, possiedo due gloriose Olivetti 22 ), e gestendo da vari anni diversi siti di vario tipo, tra i miei numerosi indirizzi e-mail, mi sono imposto, come primo indirizzo elettronico, il nome mancato: Venerando: Venerando.ke@gmx.de. (Fernando Antonino Grasso-Inform)

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