PERSONE
Articolo di Claudio Antonelli
MONTREAL – Iniziò a giocare a dama da ragazzino. Nacque così la sua grande passione per questo “sport del cervello” secondo la definizione che ci dà il “regolamento ufficiale di gioco della dama italiana”. Passione che gli ha riempito la vita e lo ha fatto viaggiare attraverso l’Italia, incontrare tante persone. Lo ha fatto divenire insomma il Nicolò Lugnan di adesso, di sempre, che io ho potuto apprezzare profondamente fin dal nostro primo incontro, avvenuto anni fa a Grado, dove è nato e risiede.
Fu una sera d’inverno, buia e ventosa. Ero in viaggio in Italia dal Canada. Mi trovavo a Grado. Aspettavo un autobus che mi riconducesse a Trieste. Mi rivolsi a questo signore intabarrato che per caso passava nei pressi di quella solitaria fermata d’autobus dove ormai io aspettavo con poche speranze. Mi confermò ch’era proprio il posto giusto, e s’intrattenne con me, disponibile, cortese, pieno di utili consigli. Ebbi poi il piacere, negli anni che seguirono, di approfondire la conoscenza di questo gradese dalle radici antiche. Il cognome Lugnan, infatti, è uno dei più antichi di Grado.
Questa incantevole località lagunare, dal centro storico ricco di antiche memorie, e con la sua parte nuova in continua elegante crescita, si trova a due passi da Aquileia, località un po’ surrealista alla De Chirico, e non si trova distante da Monfalcone, dai vibranti cantieri navali. Grado stessa nella labirintica varietà della sua geografia e nel carattere imprevedibile dei suoi scenari – vedi gli antichi casoni dei pescatori o anche la sua straordinaria pista ciclabile lagunare che è la più lunga d’Europa – reca in sé qualcosa d’inafferrabile che in certi momenti sembra sfiorare il mistero.
Dalla sua strada litoranea si scorge la costa dell’Istria, nostra terra amatissima, cantata – non è un caso – da un grandissimo poeta di Grado: Biagio Marin. Nelle struggenti “Elegie istriane” Marin ricorda queste terre già italiane sulle cui coste “da Punta Salvore fino a Rovigno” – ci racconta – si recava da bambino e poi da ragazzo, insieme col padre, a bordo del “trabaccolo” che la famiglia possedeva.
A Grado e dintorni s’installarono nel dopoguerra tanti profughi giuliani. Nelle fertili terre propinque a Grado vi sono ancora oggi diverse famiglie di agricoltori istriani, venuti via nel dopoguerra dal paradiso titoista dei lavoratori.
Ricorderò anche che qui riaprì le porte il convitto Fabio Filzi, dopo la distruzione nel corso della guerra dell’originario Filzi di Pisino; convitto che da Grado poi si rilocalizzò a Gorizia. Ancora oggi i “filzini”, come si autonominano gli ex convittori del glorioso istituto, si tengono in contatto tra loro, attraverso incontri, pubblicazioni ed avvenimenti vari, miranti a rinverdire il ricordo dei loro anni lontani, ma straordinariamente formativi, trascorsi al Filzi di Grado e di Gorizia.
Grado per tantissimi è Biagio Marin, questo gigante della poesia. Una poesia espressa nel dialetto gradese: lingua ricca, delicata, mirabile, che però ha l’effetto di limitare il pubblico dei conoscitori di questo grande poeta poiché impedisce una fruizione disinvolta della sua opera da parte di coloro che non intendano questa lingua appieno e che quindi devono ricorrere un po’ alle “traduzioni”. Dicevo che Grado per tanti è Biagio Marin. Ed è giustissimo che sia così. Ma per me è anche, e oso dire, è “soprattutto” il mio amico Nicolò anzi “Nico” Lugnan. Gentiluomo d’altri tempi, uomo semplice, onesto, generoso, leale, fedele alla parola data, e dal profondo senso famigliare e dell’amicizia. Nico è la migliore espressione delle qualità non sempre troppo apparenti degli abitanti di questa terra lagunare, alquanto ermetica ma che dal fascino signorile e che, come “Isola del Sole”, attira una miriade di turisti e villeggianti sia dalle regioni vicinanti che dall’estero. E in particolar modo dall’Austria con cui Grado ha condiviso oltretutto momenti significativi di storia e dalla cui vicinanza sia storica sia geografica sia turistica ha ricevuto un’impronta innegabile fatta anche – direi – di regole e di cortesie.
I suoi abitanti parlano, poetizzano – vedi Biagio Marin – e cantano nella lingua speciale propria di questa terra rimasta un po’ ripiegata e come distante, e dove del resto fino a non troppo tempo fa da Aquileia si giungeva solo in barca, come le vecchie foto ci mostrano. “Era sola, l’isola. Non si poteva andar lontano perché era subito acqua…” mi racconta Lugnan con questa sua spontanea frase poetica. Una terra da cui partivano un tempo vascelli, barche, trabaccoli verso Trieste, l’Istria ed altrove…
Ma vedo che i sentimenti prendono il sopravvento nel mio raccontare di Nico Lugnan. Se ciò avviene è anche perché Nico, ormai anche lui avanti negli anni, nel corso di questo nostro recente incontro ha espresso con immediatezza parole, idee, sentimenti andati diritti al mio cuore. Mi ha detto: “Vieni che ti faccio vedere proprio quello che sono io”. E quindi entrati nella sua cameretta dei ricordi, ha enunciato con naturalezza: “Questo è il mio vivere”. Io ho voluto subito prendere nota su carta di questo suo parlare alla Biagio Marin… Frasi spontanee queste sue ma quanto forti, anche perché nascono, come i migliori versi poetici, non da una ricerca di effetti ma dall’anima.
Entriamo in una stanza ingombra fino al soffitto di un numero straordinario di trofei, attestati, targhe, manifesti. Sfoglio un album di fotografie… Esse lo ritraggono – elegante e diciamolo anche “fascinoso come un divo hollywoodiano”, in tanti luoghi, in tante cerimonie, in tanti tornei. Tornei di dame beninteso. E “dama” nella sua bocca risuona come una parola di un’altra epoca quando la signorilità si traduceva in cortesie ed inchini. Perché la dama – il gioco della dama – ha l’educato rigore di regole e rituali semplici, da cui nondimeno si esce vincitori o sconfitti. E da questi ricorrenti tornei d’ambito locale, regionale, nazionale, Nico per anni ed anni è uscito tante volte vincitore o comunque tra i primi. Questi incontri-scontri, attraverso l’Italia, intorno alla damiera lo hanno arricchito dentro, aumentandogli nell’animo l’amore per il nostro Paese.
“Non c’è una provincia dove io non sia passato a gareggiare…” mi dice. E nutre amore e rispetto per gli italiani. Inutile dire che Nico non è certo fatto della pasta di chi, in Italia, è ripieno dell’unico razzismo permesso oggi in Italia: il razzismo antitaliano contro il Sud. Anche per questo, io che sono nato in Istria e che vivo in Canada, tra espatriati italiani che si considerano “italiani” senza distinzioni, e che inoltre ho vissuto per tanti anni a Napoli dove ho conosciuto incantevoli persone, non posso non apprezzare le parole di stima e riconoscenza che Nico ha sempre avuto per la generosa ospitalità e lo spirito d’amicizia della gente del Sud. “Ci accoglievano in occasione di questi tornei di dama con generosità, rispetto, amicizia…” mi racconta. E gli viene spontaneo, rimemorando quei giorni, pronunciare con un sorriso i nomi di damisti, del Nord e del Sud, suoi avversari ed insieme indimenticabili amici di torneo di quei giorni felici.
Il “maestro nazionale di Dama Nico Lugnan organizzò a Grado anche i campionati italiani, fregiandosi della presenza dei massimi esponenti mondiali” leggo in un articolo consacrato a lui e alla moglie Lucia in occasione dei festeggiamenti del loro mezzo secolo di matrimonio, avvenuto un paio di anni fa.
Lucia Rota è istriana, di San Bortolo di Pirano. “Sono venuta via da piccola. Avevo 12 o 13 anni – mi dice – Sono stata a Varese, a Trieste… Ho trovato quindi lavoro a Grado…” Tra l’altro per un certo periodo hanno anche vissuto a Torino. Mi racconta le tappe salienti di una vita che l’ha vista sempre impegnata con spirito di sacrificio e fermezza d’animo. Lucia è una persona di grande vivacità, concretezza e intraprendenza, che ha dedicato un’intera vita al lavoro. E che ha sempre validamente sostenuto il marito in questo suo hobby totale della dama, implicandosi direttamente, ad esempio, nell’organizzazione dei vari eventi damistici che si sono svolti nel corso degli anni a Grado.
E adesso Nico ha bisogno ancora più di prima dell’apporto della sua dinamica signora, perché – e le parole mi dolgono – “gli anni pesano per tutti” come siamo soliti dire quasi con pudore per descrivere una dura realtà nota ormai anche a me. E il Nico Lugnan che nelle numerose foto riempenti tre o quattro album vediamo accanto a personaggi potenti e famosi al tavolo di gioco della dama adesso ha difficoltà a concentrarsi – come mi spiega Lucia. E ha cessato quindi di giocare. Inutile dire: con gran rammarico. Ed è forse l’abbandono del tavolo della sua cara dama il rintocco più pesante della campana che scandisce il tempo con la sua crudele logica dell’irreversibilità di ogni cosa. Ma non dei ricordi, che ritornano ma ormai ammantati sia di rimpianto sia quasi d’incredulità raffrontando i giorni presenti con l’intensità e la varietà della vita di allora…
Osservo il nostro Nico, che ho davanti a me, poi guardo la foto che lo ritrae, magnifico come un cavaliere d’altri tempi, mentre Biagio Marin – è l’anno 1984 – gli appunta la medaglia d’oro per merito sportivo e in riconoscimento del suo apporto al turismo dell’Isola del Sole grazie ai numerosi campionati di dama qui svoltisi, per sua iniziativa. In un’altra foto Lugnan gioca a dama con il suo collega ed amico Renzo Tondo nel corso del campionato italiano che si svolse all’hotel Astoria di Grado. Sì, è il Renzo Tondo uomo politico, presidente della giunta regionale del Friuli-Venezia Giulia. E campione anch’egli di dama.
Grado fortunatamente è memore: “Ancora adesso ci inviano ogni anno l’invito per gli eventi di Grado: manifestazioni, coppe, trofei… Ma ormai non vi andiamo più” mi dice la signora Lucia, che poi aggiunge con il suo usuale senso di concretezza: “Dovremo farlo sapere a chi ce li invia…”
Sì, tante cose sono cambiate. E mi è impossibile non vedere e non sentire che oltre che in Lugnan tante cose sono cambiate anche in me. L’amicizia, il rispetto, l’ammirazione per un essere semplice e nobile come Lugnan si traducono infatti in una forte empatia che ci fa scoprire di riflesso che anche noi siamo ultimamente cambiati…
Risponde ad una domanda che gli ho rivolto circa la durata del gioco. “Una partita poteva durare anche due o tre ore…” mi spiega. “Ma una volta scaduto il tempo prescritto bisognava procedere “a lampo”, ossia si doveva fare una mossa ogni 40 secondi…”
I ritmi, a causa dell’età, sono oggi cambiati… tante cose sono cambiate. “Non c’è più il circolo a Monfalcone… Non c’è più il circolo a Grado…” aggiunge mestamente.
Oggi rimangono, oltre alle foto, attestati e trofei: coppe, statuette, targhe… Ancora numerosi, anche se da un certo tempo Lugnan e signora ne regalano ogni tanto un esemplare a questo o a quel giovane che si è distinto in uno sport. A che pro, infatti, continuare a tenerli chiusi in una stanza? Nico e la moglie mi dicono che è quindi preferibile ch’essi vadano a chi merita; e questi rivolgerà ogni tanto un pensiero, più tardi, a colui per il quale erano stati forgiati… (Claudio Antonelli -Inform)