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INFORMAZIONI DEL GIORNO – NEWS PER GLI ITALIANI ALL'ESTERO

Negoziati Brexit, incontro promosso da Massimo Ungaro (Iv, ripartizione Europa) per capire l’impatto per le aziende italiane in caso di No Deal

CAMERA DEI DEPUTATI

 

 

ROMA – L’accordo di recesso trovato lo scorso anno tra Regno Unito e Unione europea inglobava capitoli importanti per l’Italia in fatto di garanzie sui diritti acquisiti per i cittadini residenti in UK. Proprio in queste ore, da Bruxelles, Ursula von der Leyen ha annunciato  una procedura d’infrazione contro il Regno Unito di fronte al tentativo del governo britannico di violare l’accordo di recesso per l’uscita dall’Ue. Il contenzioso riguarda, nello specifico, la legge sul mercato interno e lo status dell’Irlanda. “La parabola Brexit non è conclusa ed è in atto un altro round di negoziati”, ha spiegato il deputato di Italia Viva, eletto nella Ripartizione Europa, Massimo Ungaro in una conferenza stampa tenutasi nei giorni scorsi alla Camera de Deputati e indetta per approfondire l’impatto che potrebbe riservare soprattutto alle nostre aziende una Brexit in versione No Deal, quella più temuta, e di contro anche per le aziende britanniche in Italia. “Il periodo di transizione finirà il 31 dicembre 2020 e non è ancora stato raggiunto un accordo. Per l’Italia il Regno Unito rappresenta un mercato fondamentale: il nostro secondo mercato al mercato per saldi attivi, con un surplus commerciale di 22 miliardi di euro, e tra i primi cinque mercati per esportazione. Non c’è solo il commercio di beni ma anche lo scambio di servizi: l’85% delle obbligazioni italiane è gestito da operatori finanziari con base nell’UK”, ha aggiunto Ungaro auspicando che il Governo britannico non dia seguito all’idea di una revisione degli accordi già presi, che potrebbe creare molti problemi al confine irlandese. Flavio Mondello Malvestiti (PwC TLS) ha parlato di ‘continuità’ come “necessità per le imprese italiane di proseguire nelle relazioni bilaterali”, di ‘incertezza’ come “mancanza di una soluzione definitiva al negoziato”, di ‘urgenza’ come “osservazione sull’impatto derivante dall’operare in questo scenario”. La ricerca condotta ha portato a tre risultati principali: “il 90% delle aziende intervistate dovranno affrontare almeno una tematica fiscale, il 70% necessiterà di modifiche strutturali e operative, il 55% sosterrà delle spese aggiuntive per commerciare con il Regno Unito”, ha precisato Malvestiti aggiungendo come la Brexit possa presentare comunque delle incognite a prescindere dal No Deal. Luca Lavazza (PwC TLS) ha parlato della questione relativa all’Iva che – ha ricordato – “è una risorsa propria dell’Unione europea in quanto una percentuale del gettito viene trasferito fisicamente all’Ue, la quale è direttamente interessata alla riscossione anche a livello legislativo, secondo quanto previsto dall’art. 113 del Trattato sul funzionamento dell’Ue”. L’Iva si inserisce in un sistema che prevede diritti e doveri. “I diritti sono quelli di avere parte ad un mercato unico discretamente efficiente, i doveri sono quelli di implementare le direttive nelle legislazioni nazionali applicando i regolamenti sia per i contribuenti che per le amministrazioni”, ha aggiunto Lavazza che ha evidenziato come l’uscita da questo mercato significhi non avere più tali obblighi ma neanche i benefici. “Se parliamo di rapporti tra imprenditori viene meno la possibilità di adottare il regime della cessione intracomunitaria: ossia vendere dei beni con modalità di adempimento dell’Iva nel Paese di destinazione in maniera semplificata. In futuro bisognerà passare dalle dogane, con aggravi operativi e di tempistiche”, ha sottolineato Lavazza. Francesco Pizzo (PwC TLS) ha parlato del concetto di unione doganale che è il punto di forza del commercio europeo in ambito comunitario. “Unione doganale vuol dire assoluta libertà di movimento di merci tra Paesi membri e quindi che non ci sono barriere tariffarie: tutto questo cesserà di esistere anche a fronte del miglior accordo possibile e le aziende dovranno sostenere dei costi. Sarà necessaria anche una formazione perché molte aziende si troveranno ad affrontare una materia nuova: il diritto doganale che prevede concetti come origine, classificazione e valore in dogana delle merci”, ha evidenziato Pizzo. “Le aziende italiane dovranno adottare, al massimo delle loro possibilità, tutti gli strumenti previsti dal codice doganale come l’operatore economico autorizzato, il regime di esportatore autorizzato, il regime doganale di perfezionamento e deposito: tutti strumenti coi quali le aziende dovranno familiarizzare al meglio per gli scambi commerciali con quei Paesi terzi come appunto sarà anche il Regno Unito dal 1 gennaio 2021”, ha precisato Pizzo. Maurizio Bragagni (Tratos) ha puntualizzato come una multinazionale, quale per esempio Tratos, non abbia i problemi precedentemente rilevati nell’abituarsi al commercio con Paesi extracomunitari: problemi che invece possono riguardare le piccole e medie imprese. “Un mancato accordo non conviene alle imprese italiane piccole”, ha spiegato Bragagni secondo il quale la confusione doganale avvantaggerà, sicuramente nel breve periodo, le aziende più grandi. Gennaro Migliore, capogruppo di Italia Viva in Commissione affari esteri alla Camera, ha rammentato il concetto per cui i rapporti di amicizia tra i due Paesi restano saldi ma bisogna capire quali condizioni siano vantaggiose per entrambi in questo scenario. “Tutte queste informazioni sono un incentivo a trovare un accordo. Non condivido l’idea che bisogna adeguarsi all’impostazione di Common Law ossia che i patti commerciali, ovunque nel mondo, si possano cambiare: essi sono estranei al diritto civile dei singoli Paesi e infatti esistono organismi multilaterali che sono garanti. Ancor più in questo caso dove, oltre all’aspetto commerciale, nell’accordo si regola la vita delle persone”, ha ammonito Migliore. (Inform)

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