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Registr. Trib. Roma n.338/2007 del 19-07-2007
INFORMAZIONI DEL GIORNO – NEWS PER GLI ITALIANI ALL'ESTERO

“Migrazioni dall’Italia e verso l’Italia: definizioni e categorizzazioni”, seminario online del Centro Studi Emigrazione di Roma

MIGRAZIONI

 

ROMA – Si è tenuto un seminario online del Centro Studi Emigrazione di Roma sul tema “Migrazioni dall’Italia e verso l’Italia: definizioni e categorizzazioni”. Padre Lorenzo Prencipe (Direttore CSER) ha definito lo scopo dell’evento ossia ripensare definizioni e categorizzazioni per un mondo più giusto e accogliente. “Occorre presentare le migrazioni come opportunità di incontro e di convivenza, alla luce della costruzione di un mondo diverso. L’Italia è da sempre crocevia di migrazioni, in entrata e in uscita, e rappresenta un ponte tra Europa e Africa, tra Occidente e Oriente”. Tony Ricciardi (deputato Pd eletto nella ripartizione Europa) ha ricordato come la vera emergenza non sia la migrazione ma il non voler capire e affrontare in maniera professionale il tema. “Quando si parla di migrazione si parla infatti di percezione. Anche nel dibattito pubblico viene dimenticato che eravamo anche noi stipati sui barconi conservando una fetta di clandestinità. L’irregolarità è insita ancora oggi anche nello spazio della libera circolazione europea. E’ fondamentale un’alfabetizzazione su questi temi partendo dal contesto politico”, ha commentato Ricciardi lamentando come quando si parla di questioni migratorie non vengano mai ascoltati gli esperti rimanendo il tutto confinato in un ambito meramente politico. “Ormai l’Italia si può definire come Paese che ha una certa storia in termini di ingresso, così come d’altronde lo è sui flussi in uscita: ormai registriamo, a partire dagli anni 2000, un dato strutturato in termini di mobilità in uscita con un raddoppio di iscritti Aire che toccano la media di centomila espatri annui, seppure con un recente decremento dovuto alla pandemia”, ha precisato Ricciardi toccando quindi la definizione del concetto di identità. “L’identità è un costante divenire e non un pantheon assoluto di valori: all’estero abbiamo la ventunesima regione italiana e se c’è qualcosa che unisce il Paese come concetto identitario, questa è la migrazione”, ha sottolineato il deputato.

Giovanni Pizzorusso (Università Chieti e Pescara) si è soffermato sui flussi migratori dell’Italia pre-unitaria cominciando il ragionamento già dall’epoca antica e medievale. Il suo invito è stato rivolto a rivedere i modelli sulla base dei mutamenti storici: ad esempio la ‘rivoluzione’ avuta a fine ‘800 con la possibilità data dai nuovi mezzi di trasporto di spostarsi con maggiore rapidità . Il ragionamento di Pizzorusso si basa anche sulle questioni relative alla migrazione interna al territorio nazionale: le città diventano la nuova meta con una nuova fase di urbanizzazione e di integrazione, trasformando così la città anche dal punto di vista delle nuove possibilità lavorative. Lo storico Matteo Sanfilippo ha ripreso il discorso del passaggio dall’Italia degli Stati regionali all’Italia dell’Unità nazionale che ha visto spostamenti dal nord verso il sud e poi anche verso l’estero. Sono anni nei quali il ricco meridione del Regno Borbonico si stava già depauperando per le politiche fiscali dei dominanti spagnoli. Dal canto loro Triveneto e Liguria, da sempre facilitati dagli sbocchi sul mare, hanno nutrito le partenze verso l’estero. C’è chi dopo l’Unità comincia a partire anche per paura del neonato Stato nazionale. Con questi movimenti comincia dunque la paura del migrante, dapprima rivolta verso la migrazione interna. Lo studioso Michele Colucci si è occupato dell’esplosione del fenomeno migratorio, sia interno che verso l’estero, a cominciare dal secondo dopoguerra: il primo blocco è quello che comincia nel 1945 e termina agli inizi degli anni ’60; un secondo blocco è quello relativo agli anni della crisi petrolifera mondiale; un terzo blocco va dal 1973 al 1989. Nella stessa Costituzione italiana fa ingresso il concetto di ‘diritto d’asilo’ essendo l’Italia all’indomani della fine della guerra territorio di transito di profughi provenienti soprattutto dall’Europa centro-orientale particolarmente devastata dagli eventi bellici. Il ricercatore Stefano Gallo ha ripreso il discorso sui flussi storici di partenze dall’Unità d’Italia in avanti. Il primo conflitto mondiale frena il fenomeno che riprende subito dopo finite le ostilità già nel 1920: USA e Francia sono i due grandi Paesi di destinazione. Anche durante il periodo fascista l’emigrazione non si arresta benché il regime tenti di frenare il fenomeno quando si accorge che cominciano a fuoriuscire i dissidenti politici. Una legge del 1926, cosiddetta ‘dei fuoriusciti’, prevede la perdita della cittadinanza italiana per comportamenti avuti all’estero lesivi degli interessi italiani pur quando il fatto non costituisca reato: questo significava per esempio non poter fare propaganda antifascista all’estero. Conseguentemente ai limiti posti agli espatri, nel 1928 una nuova legge tenta di arginare la mobilità interna per non rendere le città sovraffollate di persone che non potendo emigrare all’estero non avrebbero sbocchi alternativi vivendo nelle aree interne più povere. Roma vide infatti un picco di arrivi proprio in quegli anni. Negli anni ’30 il regime tenta di spostare i flussi verso le colonie: Libia e Corno d’Africa. Nascono così le cosiddette ‘migrazioni di Stato’. Il professor Enrico Pugliese ha sottolineato che i fenomeni migratori che interessano l’Italia non possono essere considerati soltanto sulla base di un’Italia come crocevia in un’era di globalizzazione. Così per capire i numeri attuali dell’emigrazione italiana occorre tornare indietro agli eventi storici che hanno interessato il nostro Paese con un approccio di sociologia storica in grado di affrontare il tema per grandi cicli. Pugliese descrive tre grandi cicli: la grande emigrazione transoceanica degli inizi ‘900, la grande migrazione intraeuropea del dopoguerra e infine quella legata alla crisi economica globale del primo decennio del nuovo millennio. La ricercatrice Laura Schettini ha trattato il fenomeno della migrazione femminile: una presenza sottostimata dalle analisi storiche dal punto di vista quantitativo e qualitativo. Negli ultimi decenni la situazione è mutata progressivamente riportando la presenza femminile sul tavolo delle ricerche sui movimenti migratori. Già da fine ‘800 le donne hanno partecipato per un 30% alle ondate migratorie transoceaniche, mentre in altre congiunture storiche si ha addirittura una percentuale maggiore di donne rispetto agli uomini. “La dicotomia tra donne rimaste a casa e uomini emigrati è stata ampiamente rivista”, ha spiegato Schettini.

Fra gli altri interventi che hanno animato il convegno segnaliamo quello conclusivo del Consigliere Giovanni Maria De Vita (Dgit- Maeci) che ha sintetizzato gli spunti emersi nel corso dell’incontro come ad esempio il fatto che il fenomeno dell’immigrazione sia presente da molto tempo in Italia ed abbia avuto un’evoluzione simile, anche se con proporzioni diverse, quello l’emigrazione italiana all’estero. “E’ interessante anche il dato – ha rilevato De Vita – che il numero della popolazione residente in Italia  non in possesso della cittadinanza italiana, sia pari a circa due terzi della popolazione italiana residente all’estero”. Dopo aver ricordato che la storia dell’emigrazione italiana all’estero ha avuto momenti drammatici, tragedie sul lavoro ed episodi di discriminazione che hanno coinvolto anche esponenti di spicco delle nostre comunità, De Vita ha rilevato come ancora oggi l’emigrazione italiana rappresenti un’emergenza sia dal punto di vista sociale, con lo spopolamento dei territori, sia dal punto di vista economico, in quanto spesso vanno perse le risorse utilizzate per la formazione dei diplomati e dei laureati che emigrano e che non fanno ritorno in Italia. Per quanto riguarda la presenza delle donne in emigrazione De Vita ha segnalato come il Ministero degli Esteri abbia cercato di valorizzare la componente femminile delle nostre comunità finanziando dei progetti specifici promossi dai Comites, come ad esempio quello sul business al femminile in Usa (Comites San Francisco) o sugli effetti della pandemia da Covid sulle componenti femminili della comunità (Comites di Brisbane). Il Consigliere ha anche rilevato gli sforzi compiuti dai Comites e dagli uffici  consolari per promuovere iniziative di accompagnamento all’insediamento dei nostri connazionali. Attività che spiegano ai nuovi arrivati, ad esempio attraverso sportelli infornativi,  i problemi relativi al lavoro e alla casa di un paese che non conoscono.

“I cittadini italiani che oggi si trovano all’estero – ha segnalato  De Vita –  rappresentano per entità numerica la  seconda regione italiana, ma dieci anni fa erano meno della meta di quelli di oggi. Questo dato fa riflettere sulla nostra capacità di interagire con queste comunità, non soltanto dal punto di vista della fornitura dei servizi, ma anche per quanto concerne l’opportunità di utilizzare questo grande potenziale che abbiamo per un vantaggio comune delle comunità all’estero e dell’Italia”.  Per il Consigliere dal dibattito sono emersi tre punti su cui riflettere: innanzi tutto il ruolo delle interpretazioni storiche nella percezione dei fenomeni sociali da parte della popolazione. Un secondo elemento è che le emigrazioni di massa della storia moderna hanno tutte caratteristiche comparabili. Il terzo elemento è che l’emigrazione è un fenomeno di mobilità. Una mobilità che è tipica dell’essere umano e della storia dell’umanità. Quindi le migrazioni sono un fenomeno normale e non emergenziale.

“Io spero – ha continuato De Vita – che riflessioni come queste possano uscire dalla dimensione accademica e scientifica e possano calarsi sempre di più nelle varie articolazioni della società a partire dalle scuole. Noi costatiamo che la storia dell’emigrazione italiana è sconosciuta alla grande maggioranza dell’opinione pubblica che la vede questo fenomeno attraverso stereotipi. Ma le comunità italiane sono altro, e la storia rileva che c’è una ricchezza che si è distribuita nel mondo e che vale la pena di conoscere. Noi abbiamo promosso – ha infine ricordato De Vita – un particolare segmento del turismo che si chiama turismo delle radici, Interessa di è cresciuto all’estero e vuole tornare in Italia per conoscere i luoghi degli antenati. Io credo che questa sia un’occasione unica per il nostro Paese per iniziare a promuovere una conoscenza fra comunità. Questo vuol dire, non soltanto opportunità per territori italiani che sono caratterizzati da dati economici problematici, ma soprattutto si può avere l’occasione di conoscere queste comunità e queste persone e vedere come avviare delle iniziative congiunte,  ovviamente sulla base di una reciproca convenienza”. (Inform)

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