STAMPA ITALIANA ALL’ESTERO
Su “La Voce di New York” del 2.1.2015, articolo del direttore Stefano Vaccara
NEW YORK – La scomparsa di Mario Cuomo, il tre volte governatore dello Stato di New York che non volle candidarsi per la presidenza USA. Politico sempre coerente nel difendere i principi liberal snobbati anche dal suo partito, rifiutò pure l’offerta di Bill Clinton per la nomina alla Corte Suprema. Il secondo insediamento alla carica di governatore del figlio Andrew avvenuto proprio nello stesso giorno della morte del padre
All’età di 82 anni è scomparso Mario Cuomo, il politico liberal italoamericano eletto, dal 1983 al 1994, tre volte governatore dello Stato di New York e che rinunciò per ben due volte a candidarsi per la nomination del suo partito alle presidenziali. Mario Cuomo è scomparso proprio nel giorno in cui il figlio Andrew aveva da poche ore giurato per il suo secondo mandato consecutivo da governatore dell’Empire State. Mario Cuomo è spirato nella sua abitazione a Manhattan. Il decesso, secondo le prime indiscrezioni, sarebbe avvenuto dopo una crisi cardiaca. Da tempo Cuomo soffriva di cuore ed era stato ricoverato recentemente in ospedale.
Mario Cuomo, primo governatore italoamericano dello stato di New York, se solo lo avesse voluto, sarebbe probabilmente diventato anche il primo presidente di origine italiana della storia degli Stati Uniti. Invece rinunciò alla corsa per la nomination del Partito democratico per la Casa Bianca sia nel 1988 che nel 1992, nonostante i sondaggi lo indicassero già vincitore delle primarie e probabile presidente. Fu per questo chiamato “Hamlet on the Hudson”, per il non riuscire a decidere su un futuro politico più ambizioso. Alla fine decise di rimanere al suo posto di governatore anche quando il neo presidente Bill Clinton, nel ’93, gli offrì una nomination per la Corte Suprema. Dopo averla presa brevemente in considerazione, rinunciò alla corte dove sedeva già il giudice ultra conservatore Antonin Scalia, per tentare di essere rieletto per un quarto mandato a governatore. Fu sconfitto dal repubblicano George Pataki, nonostante avesse ricevuto l’appoggio dell’allora sindaco repubblicano di New York, Rudy Giuliani.
Mario Cuomo sarà ricordato non solo come uno dei principali politici della tradizione liberal, ma tra i migliori oratori della storia della politica americana moderna. “Of course, we should have only the government we need, but we must have, and we will insist on, all the government we need” disse nel suo primo discorso inaugurale a governatore, in piena era di Reganismo.Cuomo non esitò mai ad attaccare, con l’orgoglio delle sue posizioni liberal, la Casa Bianca di Ronal Reagan e la politica repubblicana degli anni Ottanta che allora sembrava avere una popolarità inarrestabile nella nazione. Il suo intervento alla convention di San Francisco del partito democratico del 1984, quella che sigillò la nomination del ticket Mondale-Ferraro, poi sconfitto da Reagan, resta tra i discorsi più famosi nella politica americana di tutti i tempi. In quell’occasione Cuomo, che era ancora sconosciuto al grande pubblico nazionale, rigettò la famosa retorica della “città splendende sulla collina” di Ronald Reagan, con la sua versione del “the tale of two cities”, quella sua visione liberal della necessità dello stato di dover sempre sostenere i meno abbienti. Bill de Blasio, durante la sua campagna per elezione a sindaco del 2013, riprese proprio quel passaggio del “tale of two cities” di Mario Cuomo e ne fece il suo marchio politico. “Questa sera, New York ha perso un gigante”. Questo il tweet con cui il sindaco de Blasio ha reagito alla notizia della morte di Mario Cuomo. “Era un uomo di principio incrollabile che possedeva una compassione per l’umanità senza eguali”, ha continuato de Blasio.
Mario Cuomo è stato un politico che certi principi non li cambiava per assecondare il consenso della maggioranza degli elettori. Per esempio sulla pena di morte, dove non rinunciò mai alla sua ferma contrarietà (porrà il veto più volte contro il volere opposto dell’Assemblea di Albany). Cattolico, allo stesso tempo seppe mantenere fermo il principio di separazione democratica tra stato e chiesa e in un famoso discorso pronunciato all’università cattolica di Notre Dame spiegò la sua posizione a favore del mantenimento della legge sull’aborto.
Mario Cuomo era nato nel Queens, nel quartiere di Briarwood, figlio di una famiglia di immigrati originari della Campania. Si era laureato alla St. John’s University, istituzione accademica cattolica sempre nel Queens e per venti anni svolse la professione di avvocato prima di dedicarsi alla politica. Sposato con Matilda Raffa, figlia di emigrati siciliani, oltre al primogenito Andrew, altri 4 figli e 15 nipoti. Era attaccatissimo e orgoglioso delle sue origini italiane. Chi scrive lo ricorda come un uomo dal carisma eccezionale. Qualche anno fa mi chiamò, allora dirigevo Oggi7, l’inserto culturale di America Oggi: “Caro Stefano, sono Mario Cuomo. Bisogna difendere la lingua italiana. Matilda e mia figlia Margaret mi parlano ogni giorno dei problemi dell’ Ap Program. Ma che si può fare? Forza, bisogna far qualcosa….” Lo vedevamo spesso agli eventi culturali italiani sia al Consolato di Park Avenue che alla Casa italiana della NYU. Dopo l’elezione di Barack Obama, incontrandolo ad un evento, gli chiesi se quella vittoria lo avesse fatto ripensare alla sua mancata candidatura: “Tempi diversi, caro Stefano. Non ci pensiamo più” rispose sorridendomi, ma negli occhi vidi un luccichio di malinconia.
Mario Cuomo, l’italoamericano che avrebbe potuto conquistare la Casa Bianca se solo lo avesse voluto. Quando anni dopo gli chiesero, durante una intervista televisiva, perché avesse rinunciato a quelle nomination, ricordò che nessuno pensa mai alla spiegazione più semplice: che egli potesse anche non sentirsi abbastanza preparato al compito di diventare “leader del mondo”.
La notizia della morte di Mario Cuomo, suscita quindi anche questo pensiero: come sarebbe potuta cambiare la storia di quest’ultimo quarto di secolo dell’America e non solo , se nella sfida per la Casa Bianca del 1988 invece del governatore del Massachussetts Michael Dukakis, l’allora vicepresidente George Bush si fosse trovato difronte il governatore di New York? E ancora, se Mario il super liberal non avesse rinunciato anche al successivo appuntamento con la storia nel ’92? Invece toccò ad uno sconosciuto governatore dell’Arkansas, Bill Clinton, sconfiggere Bush. Già, chissà…
Eppure, anche senza quella conquista della Casa Bianca, Mario Cuomo lascia un marchio profondo nella storia del Partito democratico e della sinistra americana. Una pesante eredità politica che, almeno a New York, adesso qualcuno mostra di voler raccogliere: non tanto il figlio Andrew, di posizioni molto moderate rispetto al padre, ma proprio dal sindaco Bill de Blasio che vincendo grazie anche a quel “tale of two cities”, sembra voler seguire le orme di Mario Cuomo, il gigante del liberalismo americano. (Stefano Vaccara – La Voce di New York del 2 gennaio 2015 /Inform)