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INFORMAZIONI DEL GIORNO – NEWS PER GLI ITALIANI ALL'ESTERO

La musica dei lager e dei gulag

GIORNO DELLA MEMORIA

Dal Messaggero di sant’Antonio per l’estero, gennaio 2021

Tra le pieghe dell’orrore patito da milioni di internati nei lager sono nati canti e motivi musicali. Il maestro Lotoro ha ritrovato e raccolto 8 mila spartiti

Tutte le notti la fiammella di una candela brillava nei laboratori del dipartimento di patologia del campo di concentramento di Buchenwald. Nessuno aveva il coraggio di entrarci perché era proprio in quelle sale che le SS svolgevano i loro sinistri esperimenti sui cadaveri dei deportati. Eppure Jozef Kropinski, prigioniero politico polacco di 29 anni, lo riteneva il luogo più sicuro: lì nessuno sarebbe venuto a cercarlo. Proprio in quel luogo, notte dopo notte nel gennaio del 1944, Kropinski si dedicò a quello che per lui – e per molti altri, nei lager – era un supremo atto di libertà: comporre musica. Scrisse quartetti d’archi, canzoni, marce, più di 180 spartiti. Li prese con sé, insieme al suo violino, anche quando, il 10 aprile 1945, il campo venne sgomberato velocemente e iniziò l’ultima, dolorosa «marcia della morte». Alcune partiture finirono in cenere, bruciate in un falò per combattere il freddo, ma 117 si salvarono, e Jozef le portò a casa. Da allora, tuttavia, non riuscì più a suonare: troppo profondo era stato l’orrore, troppo difficile il ricordo.

«Perdere anche una sola di queste melodie sarebbe un danno irreversibile perché la musica non torna più. Noi dobbiamo recuperarla dalle pieghe della Storia e farla circolare, come sangue nelle vene», spiega Francesco Lotoro, 56 anni, pianista, direttore d’orchestra e docente. Da più di trent’anni, ormai, dedica tutto se stesso alla raccolta e alla riedizione della «musica concentrazionaria» ovvero quella composta nei campi di prigionia o di sterminio. Sono spartiti nati fra il 1933, quando furono aperti i campi di Dachau e di Börgermoor, e il 1953, anno della morte di Stalin: canti religiosi o brani jazz, operine, canzoni folk, lieder e nonetti che furono scritti – spesso in condizioni estreme – nei lager tedeschi così come nei gulag dell’ex Unione Sovietica o nei penitenziari militari di Asia e America. Lotoro ha seguito le tracce di queste partiture lungo le strade del mondo, ha cercato i musicisti sopravvissuti, ha bussato alla porta dei loro familiari, ha scandagliato archivi. In un’incessante sfida intellettuale è riuscito a riunire 8 mila spartiti, quasi 400 ore di interviste e più di 10 mila documenti, volumi, memoriali, diari. Ha eseguito e inciso molti brani, portandoli in concerto in sale prestigiose, «e chissà quante note devono ancora riemergere – aggiunge –. Secondo alcune stime, i creatori di musica rinchiusi nei vari campi furono più di 100 mila».

Cittadella della musica concentrazionaria

Francesco Lotoro è il Maestro, come è stato nominato in un libro biografico e in un film. Lo incontriamo nella sua Barletta, la città dell’affascinante castello svevo e della splendida cattedrale, dove è nato e ha messo radici il suo sogno. Qui Lotoro ha radunato tutti i preziosi materiali della sua ricerca, qui ha concepito i ventiquattro cd-volumi dell’enciclopedia discografica KZ Musik, qui ha creato l’Istituto di letteratura musicale concentrazionaria che sta elaborando un ambizioso Thesaurus in dodici volumi e due dvd. A Barletta, soprattutto, sta fiorendo il progetto della Cittadella della musica concentrazionaria: con un investimento di 38 milioni di euro, un’ex distilleria, architettura industriale risalente al 1882, verrà recuperata e trasformata in un centro studi con biblioteca, campus di scienze musicali, libreria del ’900, museo e teatro.

«Ho iniziato per passione, poi è diventata quasi una missione, una mitzvah, un precetto», confida il Maestro. Nel 1988 la ricerca di nuovi repertori lo portò ad avvicinarsi alle musiche composte da ebrei, in particolare a Terezin o Theresienstadt, l’ex città militare asburgica, nelle vicinanze di Praga, che i tedeschi trasformarono in ghetto e campo di concentramento. «Vi venne deportata gran parte dell’intellighentia musicale ebraica, dai musicisti dei café agli eccellenti compositori che avrebbero potuto imprimere una svolta al linguaggio mitteleuropeo. Pur nella tragedia, Terezin è stata come Bayreuth». A Terezin furono reclusi anche Pavel Haas e Viktor Ullmann, avanguardie delle scuole di Hába e di Schönberg, che il 16 ottobre 1944 salirono su un treno per Auschwitz e il giorno dopo furono uccisi nelle camere a gas. Sempre a Terezin nacque pure la Sonata per pianoforte di Gideon Klein, il primo spartito che Francesco Lotoro ebbe tra le mani: «Me lo affidò Eliska, la sorella. Nelle miniere della Furstengrübe, presso Auschwitz, il corpo di suo fratello non venne mai trovato». Quella partitura, dunque, era come un’eredità. «Da allora non mi sono più fermato e ho voluto allargare la ricerca a tutti i gruppi in guerra e a tutti i discriminati, i soldati italiani e neozelandesi, i rom, i prigionieri delle Antille olandesi ma anche i tedeschi imprigionati dagli Alleati o magari caduti a Stalingrado», prosegue il Maestro.

La follia non può fermare la civiltà

Grazie alla musica «ogni campo divenne una fabbrica di sogni – rimarca Lotoro –. Forse il Reich credeva che, segregando migliaia di persone, si potesse bloccare la civiltà. Ma non poteva fermare il cervello dell’uomo: i prigionieri pativano fame, sete, scabbia, gelo, crudeltà, eppure era impossibile per loro rinunciare alla musica». Certo, nei lager esistevano orchestre «ufficiali» come quella di Auschwitz, e gli aguzzini, dopo aver mandato a morte donne o bambini, volevano rilassarsi ascoltando Mozart o Schubert, suonati dai prigionieri, o magari si scioglievano con la celebre Mamma di Bixio-Cherubini. Ma la musica nasceva soprattutto nelle baracche, nei block, e veniva spesso «immaginata» o eseguita di nascosto, con strumenti di fortuna. Nella prigione di Pankrác, nella Repubblica Ceca, Rudolf Karel, allievo di Antonìn Dvořák, scriveva sulla carta igienica utilizzando come matita il carbone vegetale somministrato per curare la dissenteria, e affidava i suoi fragili spartiti a un guardiano complice che li faceva uscire. A Westerbork, in Olanda, Hans van Collem utilizzava i campi di patate come pentagramma: ricordava la posizione delle note, poi alla sera le trascriveva, e in questo modo vide la luce anche l’emozionante Salmo 100 per coro maschile. Mentre a Sachsenhausen, in Germania, Aleksander Kulisiewicz immagazzinò nella sua memoria prodigiosa ben 716 canzoni create da lui e dai compagni di prigionia. Dopo la liberazione le dettò a un infermiere per fissarle finalmente sulla carta.

Oltre il filo spinato, componevano musica anche sacerdoti e religiosi come Gregor Schwake, benedettino, autore della Messa di Dachau, suonata clandestinamente il 23 settembre 1944 sul piccolo harmonium del campo. Francesco Lotoro l’ha eseguita e registrata come l’aveva pensata l’autore, con coro maschile, responsorio e organo, proprio nella chiesa di Sant’Anselmo in Aventino a Roma, dove il monaco avrebbe desiderato proporla.

«La musica era come una strategia individuale e collettiva di resistenza mentale», osserva il Maestro, ma è stata soprattutto una testimonianza di vita e di speranza in un mondo di nemici e di morte. «Suonavamo, ballavamo, battevamo le mani a tempo: noi conoscevamo il senso della vita», ha rammentato una sopravvissuta. «Lo spirito vive facendo memoria, e la memoria ha valore solo se c’è un futuro – dice Francesco Lotoro –. Il mio compito, lo sento, è di portare questa musica nel futuro, e farla ascoltare e apprezzare per il suo valore che va oltre il luogo e la situazione in cui è stata scritta». Così la musica «prigioniera» sarà liberata per sempre. (Stefano Marchetti – Messaggero di sant’Antonio, edizione italiana per l’estero /Inform)

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