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INFORMAZIONI DEL GIORNO – NEWS PER GLI ITALIANI ALL'ESTERO

La “Guera Granda”: ricordare per riflettere

MEMORIA

Convegno sotto l’egida dell’Utrim nel 20° di Fondazione

 

TREVISO – Con l’occasione del ventennale di fondazione l’Unione Triveneti nel Mondo ha organizzato per sabato 18 aprile alle ore 9 presso Cà dei Carraresi un convegno dal titolo “Emigrazione e Prima Guerra Mondiale”, un evento che tende a mettere il timbro sul proprio ventennale, incrociando e in connubio con il centenario della prima Guerra Mondiale , un argomento dal forte richiamo che allineerà i seguenti relatori: Franco Narducci presidente Unaie nazionale, Guido Campagnolo presidente Utrim triveneta, Cave Veneto e Trevisani nel Mondo, Cinza Zanardo per “Voci di guerra”, Marzio Favaro sindaco di Montebelluna e coordinatore scientifico del “Centenario” per conto della Regione Veneto, Alessandro Facchin responsabile “Nuove Generazioni Aitm” per cippi e monumenti del Fronte del Piave; moderatore lo storico Ivano Sartor e presidenza dell’avvenimento Dino De Poli presidente fondatore dell’Unione Triveneti nel Mondo. Questa Unione è nata nella amene alture del Cansiglio a margine della manifestazione internazionale omonima, edizione di debutto, anno 1992 (il suggello notarile della fondazione avverrà tre e anni dopo: l’11 aprile del 1995) su iniziativa di De Poli, che da questo momento ha messo in piedi una proiezione storica di grande incidenza culturale ed emigratoria, associando ciò ad eventi internazionali di grande spessore culturale e sociale atti alla diffusione della cultura italiana e sposando il tema dell’Umanesimo Latino come dottrina universale da analizzare e valorizzare.

Stavolta è di turno un fatto epocale che ha sconvolto anche le nostre terre: la “Guera Granda”. Ne parliamo, non certo con intenti di apologia, ma per farne memoria al fine di… fare guerra alla guerra.

Sono trascorsi 100 anni da allora, ma quanta devastazione e morte costarono quel terribile pezzo di storia. Perorato dalla retorica osannante della borghesia, di fior di intellettuali e di un fenomeno nuovo chiamato “Futurismo” che della guerra aveva fatto un mito. Lo stesso Giuseppe Corazzin, esimia figura di neosindacalista poi anche direttore di Vita del Popolo , inizialmente si espresse a favore dell’intervento, tanto che partecipò alla guerra. Ma ne uscì ferito nel corpo e nell’anima, bruciando del tutto qualsiasi velleità al proposito, così scrivendo, coraggiosamente, nel noto foglio diocesano: “… povero popolo, quanti delitti si compiono in tuo nome. Noi siamo qui per servire il popolo non per servircene, il popolo non vuole la guerra. Lasciare la mamma? Lasciare la terra amata e andarsene a scannare? Noi vogliamo il vero e duraturo interesse della patria… Ma noi combatteremo sempre l’idea della guerra con tutti i mezzi leciti consentiti…”. Una voce rara, fuori dal coro .Tuttavia, la gente del popolo, suscettibile ai più e facilmente manovrabile dalla suggestione della parola, non aveva il minimo coraggio di esprimersi allora contro la guerra. Anzi, molti giovani erano ansiosi di diventare degli eroi, erano ignari come tutti di ciò che effettivamente li aspettava .

In questo scenario erano compresi anche quelli che stavano all’estero e che tornavano a frotte, magari con spirito patriottico più genuino che altri in quanto protagonisti di una decisione estrema molto più elaborata e quindi maggiormente esposti. Nei loro cuore ardeva un “ sacro amore italico” certamente più di altri giudicando che il “salto” da fare era molto più grande di altri e quindi i contraccolpi della delusione erano per loro davvero spine al fianco che facevano infinitamente male.

Scrivo di fatti che hanno interessato soprattutto la mia zona. Quindi, di mia diretta conoscenza e pertinenza. Ma, per quanto concerne i rientrati dall’estero, riporto questo emblematico esempio riferibile a tutto il contesto . Per teatro Griffith , nord Queesland d’Australia. Qui, durante la guerra i rappresentanti consolari italiani – trovo scritto – avevano dato incarico ai poliziotti australiani di andare alle uscite delle miniere o fabbriche per consegnare le cartoline precetto agli italiani. diversi tornarono, anche per non farsi considerare disertori. E’ il caso di Angelo Manera di Possagno, classe 1887, che non muore in guerra e ritorna sui suoi passi. A Griffith , come reduce, gli fu dato il lotto n.541 di terra. Perché qui i combattenti venivano compensati così . Gli stessi soldati sono rappresentati in un monumento tutto dedicato a loro che campeggia nel centro della città raffigurando molto significativamente due soldati che ripongono il fucile per imbracciare attrezzi di lavoro agreste.

Il compianto suocero Ernesto (classe 1888) raccontava volentieri del suo ingresso trionfante e piume al vento (in quanto componente della Fanfara dei Bersaglieri) fino a San Giusto, mentre per le strade si cantava “ Le ragazze di Trieste” , ma non era altrettanto loquace quando si trattava di sollecitarlo anche ad altri e ben diversi ricordi. Già le immediate retrovie, come il mio paese, Istrana , erano sconvolte da questa situazione. Qui esisteva un campo d’aviazione visitato dal Re e più tardi anche da Italo Balbo, con il leggendario Francesco Baracca che socializzava al bar Zampellini di Istrana. Aveva la sua bella fidanzatina in loco e al termine di ogni combattimento aereo si recava sul posto dell’immancabile aereo abbattuto per rendere gli onori al pilota caduto. “Oggi a te, domani a me prode soldato”, lo senti mormorare Giuseppe Fuser già sindaco di Istrana  e allora bambino, presente in una di queste volte e che ci riportò pure dell’ammonizione agli astanti applaudenti; “Non fate così, le uccisioni non si applaudono mai”.

Il Re, nel 1917, visitò l’aeroporto di Istrana pernottando presso la casa dei Rossi a Pezzan, attualmente abitata da Giuseppe , e soggiornò successivamente (19 ottobre del 1918) presso Villa Ravagnin ancora di Fossalunga dove all’interno della stessa campeggia una lapide marmorea, con enfatica dicitura dannunziana, che ne rievoca la presenza. Si apprende anche che da queste parti erano insediati i maggiori alti comandi militari, ad esempio a Villa Corner di Cavasagra era il comando dell’Ottava Armata con i generali Enrico Caviglia (cui si intitolerà anche la piazza di Istrana, poi con il fascismo diventata Piazzale Roma) e Giuseppe Pannella.

Tuttavia, ad Istrana, viene ricordata soprattutto  la data del 26 dicembre del 1917, giorno di Santo Stefano che è passato alla storia come “ La battaglia aerea di Istrana “ , riportata dagli annali militari e  anche da una copertina della Domenica del Corriere.  Qui, a ridosso del fronte , stazionavano massicci schieramenti di fanteria, artiglieria e cavalleria.  Istrana era attraversata anche dal cosiddetto campo trincerato di Treviso che si presentava con tre linee di difesa costituite da fortilizi in cemento armato che arrivavano fino a Castelfranco e oltre, con un “resto-cimelio” di ciò che è ancora ben visibile al bivio di Fossalunga. Un paese limitrofo, questo, che sarà teatro anche di un atroce incidente aereo, accaduto nel campo dei Dorighel, confinante con l’aeroporto militare di Istrana: qui, gruppi di ragazzini avevano preso confidenza con il rischio e con l’incoscienza dell’età si avventuravano fra gli aerei sottraendo teli per farsi le cartelle scolastiche e sfidando le sentinelle che non avrebbero esitato a sparare . Questo atterraggio “fuori luogo”  fu frutto di una bravata, sta di fatto che ripartendo un velivolo toccò un ramo con un’ala e deviò bruscamente, piombando direttamente su due ragazzi maciullandoli con l’elica. Letteralmente .Al punto che i resti furono riposti in una cassa unica. Il pilota rischiò il linciaggio. Ma abbiamo notizia anche di un altro ragazzo che morì in conseguenza di uno ordigno di guerra scoppiato per sua stessa manomissione: si chiamava Vito Pasato e aveva 8 anni. Era il fratellino di mia mamma . Quindi, …mio zio.

Istrana era punta avanzata del quadro difensivo sotto tanti aspetti, una linea diretta via ferrovia con le zone di combattimento del fronte. Possenti batterie di artiglieria  erano appostate in campi dove sta ora Piazza Franceschetti . Tuonavano per lunghe ore, con enorme fragore, spaventando la gente. In questo bailamme , spuntano anche testimonianze esemplari, come quella del soldato Giuseppe Manca di Cagliari che nei momenti di libertà si recava nelle scuole di Sala per indottrinare gli analfabeti affinché potessero scrivere a casa. Ma ad Istrana, inoltre e soprattutto,  funzionava  un massiccio “ smistamento di Sanità”, distribuito su vasta scala in scuole e ville che testimoniava i massicci e vicinissimi massacri in corso . Villa Lattes ne era l’epicentro e drammatiche sono le testimonianze lasciate dal proprietario Bruno Lattes e che stralciamo dai suoi manoscritti: “… i feriti gravi  portati da noi erano così tanti che superavano qualsiasi capacità di capienza – scrive.- il tutto per un solo chirurgo di Napoli, un aiutante e nessuna crocerossina… Di fronte all’immane compito mi confidava il chirurgo che spesso doveva lasciare morire tutti i feriti gravi alla testa e al ventre, perché l’operazione che avrebbe dovuto fare era troppo lunga e difficile: si tagliavano così solo braccia e gambe per salvare i feriti dalla morte per cancrena …”. Come se non bastasse arriva anche quella bestia nera che si chiamava “spagnola”, una febbre influenzale particolarmente acuta e letale. Ecco anche qui la cruda descrizione del Lattes: “… Ogni mattina io trovavo le barchesse strapiene dei morti della notte, che venivano messi uno accanto all’altro già avvolti in un sacco incatramato di tela, perché casse di nessuna sorte non ce n’erano più , con la testa che fuorusciva dal sacco”.

Malgrado ciò, è evidente che l’inferno dell’inferno stava nelle vicinissime prime linee del fronte e il sottoscritto per raccogliere testimonianze non ha dovuto andare lontano, ma ancora una volta ha attinto dal “prossimo” più vicino, da fonti del proprio paese, mondo nel mondo e specchio prossimo della tragedia che si stava consumando si può dire appena fuori casa. Venivano da Giovanni Lovison, approdato ad Istrana nel 1930 come daziere e grande amatore della fotografia. Una passione che ha trasferito nello scritto: sottilissimi appunti in un manoscritto che è spuntato dall’oblio quasi per caso, un quadernetto incredibilmente minuscolo e consunto che la nuora ha rivitalizzato affidandolo all’Istresco di Treviso che a sua volta  lo ha ritenuto un “cimelio” storico e ha provveduto alla pubblicazione.

Da questa  “ricostruzione”, anche calligrafica, sono emerse vicende tanto impressionanti e cruente, quanto scevre di commento da parte dello scrivente. Ecco alcuni esempi: “Un sergente e un soldato vennero fucilati, uno accettò di confessarsi e l’altro disse di non averne bisogno, il sergente piangeva e domandato se nulla avesse da dire questo soldato rispose che erano cinque anni che serviva il governo e che riceveva questo premio, il sergente aveva due medaglie… Sei soldati davanti a questo ebbero l’ordine di ucciderli e dietro ad uccidere i sei davanti se non avessero eseguito”. Nessuna reazione emotiva, Lovison è chiuso a riccio. Poi: “… ho trovato una strada tutta ingombra di materiali e di morti, tutti cercavano i loro compagni, noi abbiamo trovato il colonnello e anche il capitano, un artigliere da giorni conviveva con una febbre altissima, eppure ha continuato a sparare, ma anche lui è morto”. Con quel secco “eppure”, non si deduce se si trattasse di  biasimo o  di ammirazione .

Alla fine si sblocca e appare meno freddo. Siamo alla fine della guerra: “Scene indescrivibili, gli abitanti hanno molto sofferto. Tutti raccontano di avere sempre mangiato erba, gli abili lavoravano per una lira al giorno, raccoglievano briciole per terra, frammenti neri e sporchi… La guerra ha portato strascichi di morte e di dolore per tutti”.“Monte Grappa tu sei la mia Patria”, “Montello baluardo d’Italia”, “Il Piave mormorò..” . Ma quante lacrime e quante vite spezzate. In una guerra atroce di trincee e massacri collettivi. Con cime, fiumi e terre tragicamente intrisi dall’ultimo sangue di tanti nostri giovani. (Riccardo Masini – Inform)

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